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La Tunisia tra Brics e Fondo monetario internazionale

Il presidente Saïed, che sta precipitando sempre più il Paese nel baratro della dittatura, è indeciso tra Oriente e Occidente per cercare di salvare un’economia sull’orlo della bancarotta

5 Maggio 2023 Vittorio Bonanni  1232

Occidente o Oriente? È questo il punto interrogativo che il presidente tunisino Kaïs Saïed deve sciogliere per rimpinguare le casse dello Stato e cercare di fare fronte a una crisi economica gravissima (vedi qui e qui). Il primo naturale interlocutore del Paese nordafricano è stato il Fondo monetario internazionale (Fmi) che, di fronte all’involuzione autoritaria del capo dello Stato, ha frenato nelle trattative con il governo di Tunisi. Si parlava a ottobre di due miliardi di dollari, che avrebbero aperto la strada a ulteriori finanziamenti da parte del massimo organismo economico-finanziario del globo. Il quale, in realtà, non ha tanto a cuore la necessità di ripristinare principi democratici messi in discussione dal regime, quanto quella di imporre di nuovo i classici dettami liberisti, le famigerate riforme strutturali, che da sempre il Fmi pone come condizione per l’aiuto a Paesi del Sud del mondo, le cui popolazioni vivono già in condizioni di estremo disagio sociale. E la Tunisia non sfugge a questa regola.

Saïed ha colto l’occasione per denunciare questo stato di cose, cercando così di aumentare un consenso ormai eroso dalla svolta autoritaria che ha impresso al Paese. Il presidente teme una rivolta sociale qualora accettasse questi diktat. Anche la Banca mondiale ha sospeso temporaneamente gli aiuti alla Tunisia, dopo la politica razzista del presidente nei confronti degli immigrati sub-sahariani: “La sicurezza e l’inclusione di migranti e minoranze – ha dichiarato la Banca mondiale in una nota – fa parte dei nostri valori di inclusione e anti-razzismo”. Di fronte a queste difficoltà, la Tunisia ha cominciato a guardare a Oriente. Ovvero ai Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), che vogliono contrapporsi al potere economico e politico degli Stati Uniti e dell’Occidente nel suo complesso, al cui interno la fanno da padrone le potenze asiatiche. Un avvicinamento che sta interessando anche l’Algeria, l’Egitto, l’Uruguay, gli Emirati arabi uniti e il Bangladesh. Significherebbe, per Tunisi, ottenere dei prestiti agevolati e soprattutto senza condizioni.

Una scelta che deve però fare i conti con i principali partner economici del piccolo Paese maghrebino, tuttora la Francia e l’Italia, che dovranno prendere delle contromisure per arginare una ulteriore tappa dell’“invasione” cinese già in atto da tempo in Africa. Tra queste, anche il possibile venire incontro alle richieste tunisine di allentare le condizioni per evitare che Tunisi entri nel campo avversario. Per entrare nel quale Saïed dovrebbe in ogni caso dare sufficienti garanzie di “antioccidentalismo”. Secondo il commento di Sharan Grewal – ricercatrice del Center for Middle East Policy presso la Brookings Institution – rilasciato al quotidiano americano “Al Monitor” e riportato dalla testata italiana on line “Start Magazine”, “non è chiaro quanto tutto ciò (l’ingresso nei Brics ndr) sia ufficiale. L’annuncio, infatti, non è arrivato dal presidente Saïed o da qualche altro esponente del governo, ma da uno dei numerosi, nuovi e piccoli, movimenti politici che sono emersi in appoggio al presidente dal 2021”. La studiosa, insomma, ridimensiona la notizia, ma non esclude affatto l’ingresso della Tunisia nei Brics anche come spauracchio nei confronti di Washington. “È possibile – ha aggiunto la ricercatrice – che queste voci siano studiate apposta per mettere pressione sul Fmi. Far balenare l’opzione esterna della Cina, in particolare, dovrebbe suscitare a Washington un tale numero di paranoie da spingere i funzionari Usa ad approvare il prestito del Fmi nonostante le loro riserve su Saïed”. Resta il fatto che la Tunisia è “troppo instabile dal punto di vista politico ed economico perché possa essere accolta dal potente organismo economico” – ha aggiunto Sabina Henneberg. Secondo la ricercatrice del Washington Institute for Near East Policy “anche per l’Egitto e l’Algeria, ambedue candidati Brics, non è previsto alcun ingresso automatico nell’alleanza, e ciò dovrebbe valere a maggior ragione per la più piccola e instabile economia tunisina”.

Di fronte a questo quadro incerto, l’Europa può ancora giocare un ruolo autonomo dal Fmi, ma nel vecchio continente al riguardo si registrano posizioni diverse: ovviamente i Paesi più coinvolti dalla crisi migratoria, come appunto l’Italia, sono favorevoli a non porre condizioni per lo stanziamento di fondi. Altri, invece, i Paesi nordici che non perdono occasione per mostrarsi “solidali” nei confronti dei più sfortunati Paesi del Mediterraneo, non sono disposti ad aiutare Tunisi senza un accordo con il Fmi. Se consideriamo che il rating della Tunisia ha subito un declassamento dall’agenzia Moody’s, il rischio di una bancarotta è concreto.

Com’è noto, sullo sfondo la fa da padrone un regime sempre più autoritario. Il presidente è stato eletto democraticamente nel 2019, con un grande consenso popolare; ma già due anni dopo aveva esautorato un parlamento corrotto e successivamente indetto un referendum, che ha portato all’approvazione di una nuova Costituzione. In base a questa, che gli ha conferito nuovi poteri, si sono svolte elezioni legislative, con una partecipazione al voto molto bassa a causa anche del boicottaggio dell’opposizione.

Ad aggravare la situazione è arrivato, lo scorso aprile, l’arresto di Rachid Ghannouci, leader di Ennahda, partito islamista moderato vincitore delle prime elezioni successive alla “rivoluzione dei gelsomini” del 2011. “Nessuna concezione della Tunisia è completa senza questo o quel partito: una Tunisia senza Ennahda, senza l’islam politico, senza la sinistra o qualsiasi altra componente, è un progetto di guerra civile” – ha detto, il 15 aprile scorso, il leader islamista. Proprio quest’ultima affermazione, una vera e propria dichiarazione di guerra al regime, è stato lo spunto per arrestare il capo islamico già alla testa del parlamento. Ghannouci non è la prima e non sarà l’ultima vittima della repressione di quella che possiamo definire ormai una dittatura. Un quadro drammatico, frutto della follia di un uomo, Saïed appunto, che avrebbe dovuto favorire una grande coesione sociale e politica per affrontare una crisi senza precedenti. Al contrario, il presidente sta portando il Paese in un baratro nel quale sarà trascinato anche lui. E a quel punto non ci sarà nessuno disposto ad aiutare una Tunisia così destabilizzata, né il Fmi né gli stessi Brics. 

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