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Conte e Grillo, mediare o perire

Grillini verso l’implosione o verso il mutamento di pelle nella cultura e nella pratica di governo? Due approdi personificati da Beppe Grillo e da Giuseppe Conte, che intanto non si parlano, se non attraverso le indiscrezioni che trapelano da una parte e dall’altra. Forse si va verso nessuno di questi due approdi estremi, ma in direzione di un declino difficilmente arrestabile che passa nell’immediato da una mediazione tra i due leader, pena la deflagrazione reciproca. Prima o poi dovranno riconciliarsi o divorziare.

La contraddizione è palese. I 5 Stelle se non cambiano muoiono, se restano uguali a se stessi muoiono lo stesso, o si riducono a una pattuglia di guastatori guidati da Alessandro Di Battista. Tornare alle origini del “contro tutto e tutti” è impossibile. Troppa acqua è passata sotto i ponti, troppe giravolte politiche sono state effettuate. Era tuttavia troppo facile pensare che Conte avrebbe avuto una via spianata davanti a sé fatta di rose e fiori.

Indulto e dialogo con Barcellona. La giusta scommessa di Sánchez

Segnale di forte disgelo tra il governo di Madrid e quello di Barcellona, forse non sufficiente tuttavia a riaprire nell’immediato il negoziato politico. Anche se il 29 giugno ci sarà l’incontro tra il premier Pedro Sánchez e Pere Aragonès, presidente della Catalogna e dirigente di Izquierda republicana (Erc). È il primo effetto dell’indulto approvato dal Consiglio dei ministri del governo di coalizione tra il Partito socialista (Psoe) e Unidos Podemos, che guida la Spagna dall’inizio del 2020. Da mercoledì sono tornati infatti in libertà, con provvedimenti ad personam, nove leader separatisti che scontavano dal 2017 condanne fino a tredici anni. Fuori dal carcere di Lledoners, nei pressi di Barcellona, gli ex detenuti sono stati accolti da una manifestazione popolare indetta dalle formazioni politiche catalane. Sánchez si è detto molto soddisfatto della decisione del suo governo: “Sono convinto che liberare dalla prigione queste nove persone che rappresentano milioni di catalani sia un grande messaggio di concordia da parte della democrazia spagnola”.

Un rito inutile le primarie all’italiana?

C’era una volta l’entusiasmo per le primarie. Erano i tempi dell’Ulivo e dell’Unione (inizio anni Duemila), quando il centrosinistra puntava al governo. Mentre le primarie per scegliere i candidati sono riscoperte in Francia e Spagna, sembrano in declino in Italia. Non appassionano più, se non le correnti in lotta tra loro. A destra non hanno mai avuto applicazione o fascino. Nel Pd sembrano invece ormai in declino costante. Sono lontani i tempi di quando furono decisive per scegliere Romano Prodi leader dell’Ulivo con oltre quattro milioni di partecipanti (2004), per dare via libera a Matteo Renzi nella corsa alla segreteria del Pd in competizione con Pier Luigi Bersani, o ancora per candidare (e poi eleggere) Ignazio Marino a sindaco di Roma in alternativa a Paolo Gentiloni e David Sassoli (in quest’ultimo caso, votarono nella capitale in centomila). Nel 2007, quando fu eletto Walter Veltroni leader del Pd, parteciparono alle primarie tre milioni e mezzo di persone.

Un ciclo si va ora esaurendo, come spesso accade alla politica. E poi sono primarie all’italiana, dove a votare non sono solo gli iscritti al partito (come negli Stati Uniti, il che avrebbe un senso) ma sono pure i semplici elettori (lo prevede lo statuto piddino voluto dalla segreteria di Veltroni in una foga di copiatura del modello statunitense, dal nome del Pd alle sue modalità politiche).

“Radicali, ma al governo”. Podemos secondo Ione Belarra

Tocca a Ione Belarra, ministra dei Diritti sociali del governo spagnolo di sinistra, rilanciare le azioni politiche di Podemos (21% nelle elezioni del 2016, terzo partito di Spagna dopo decenni di bipolarismo tra popolari e socialisti). È stata eletta segretaria domenica scorsa, con l’88,6% dei voti dei 53mila partecipanti (per via telematica) all’assemblea del partito-movimento svoltasi a Alcorcón (periferia di Madrid). Compito difficile il suo, dopo le dimissioni di Pablo Iglesias, leader storico, ex vicepresidente del governo, dimessosi con l’annuncio del ritiro irrevocabile dalla vita politica dopo il fallimento della sua candidatura nelle recenti elezioni regionali di Madrid. Non ha nemmeno partecipato all’assemblea congressuale “per non influenzarla”.

Al di là dell’episodio elettorale deflagrante, è il tema “governo” a creare affanni nel partito-movimento nato nel 2014 dal movimiento de los indignados che contestava assetti, metodi e contenuti della politica spagnola (un po’ come i 5 Stelle italiani, ma con radici identitarie nella storia peculiare della sinistra iberica e non in un indistinto populismo). Tra Covid e crisi economica conseguente, la destra si sta intanto riorganizzando intorno a un resuscitato Partido popular (Pp) e a Vox, formazione addirittura nostalgica del regime dittatoriale di Francisco Franco. Questa stessa destra trova intollerabile che a governare la Spagna sia una coalizione tra socialisti (Psoe)-Podemos: da qui i toni della polemica politica quotidiana, che assomigliano a un muro contro muro di rara ruvidezza e senza analogie in Europa.

Roma e Torino, armistizio nella destra tra “Pulp fiction” e barolo

Il centrodestra, a differenza del centrosinistra, trova sempre la quadra. Il cemento degli interessi è forte, e alla fine vince su altre pregiudiziali politiche. Le scelte per le amministrative di Roma e Torino lo dimostrano ancora una volta: sono un armistizio nei rapporti interni alla coalizione a tre (Berlusconi, Salvini, Meloni).  Nelle settimane precedenti c’erano divergenze sui nomi possibili dei candidati a sindaco e il dibattito sembrava concentrarsi sull’idea di un “partito unico” o su una “federazione” della destra italiana (Salvini proponente), oltre che sulla leadership (Meloni o Salvini?).

Alla fine, però, le soluzioni premiano la decisione di rappresentare socialmente interessi precisi, in attesa di ulteriori sviluppi sul destino della destra italiana. I candidati non sono granché (nomi di maggiore peso hanno declinato l’invito a dimostrazione che la crisi della politica morde pure a destra), ma sono toppe credibili.

5 Stelle in declino, restano le ragioni del populismo

Dopo il pronunciamento dell’Autority sulla privacy e carte bollate con vari ultimatum, la crisi dei 5 Stelle si avvia a una prima conclusione: la Piattaforma Rousseau consegnerà al Movimento i nomi degli iscritti, il Movimento darà alla società che gestiva la Piattaforma almeno duecentomila euro per spese accumulate. Sul piano politico è scissione. Da una parte Davide Casaleggio e Alessandro Di Battista, che invocano un ritorno al Movimento barricadero delle origini; dall’altra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio – neppure del tutto d’accordo tra loro – che pensano al futuro dei 5 Stelle in altro modo. L’ex premier punta a una forza che proceda in alleanza e tandem con il Pd verso il ridisegno di un inedito centrosinistra; il ministro degli Esteri – come ha dichiarato lui stesso – pensa a un partito “liberale e moderato”, forse strizzando l’occhio all’arcipelago che si sta coagulando al “centro” del panorama politico. Per ora, siamo solo alla fase interlocutoria del destino di uno dei poli del populismo italiano che fa nel frattempo autocritica con Di Maio per gli eccessi forcaioli e giustizialisti del passato.

È comunque da manuale di politologia questo primo finale dei 5 Stelle. Nati ufficialmente a Milano nel 2009 – su iniziativa di Beppe Grillo, comico teatrante, e di Gianroberto Casaleggio, imprenditore del web e di nuove tecnologie –, hanno scalato le vette del successo politico ed elettorale raggiungendo la cifra da capogiro del 32% nei consensi nelle elezioni politiche del 2018 (227 deputati e 112 senatori, in maggioranza casuali: senza né arte né parte).

Indulto in Catalogna? Sánchez lo propone, la destra va allo scontro

Soluzione politica, che può essere un indulto, per i dodici indipendentisti catalani ancora in carcere dall’autunno 2017? Per il premier socialista Pedro Sánchez bisogna procedere in questa direzione perché “la vendetta non è un valore costituzionale e bisogna pensare su tempi lunghi”. Lo ha dichiarato nei giorni scorsi in parlamento rivolgendosi alla destra del Partito popolare (Pp) e di Vox (partito neofranchista nato nel 2013), che invece ha riacceso le polemiche contro la soluzione ragionevole del conflitto tra separatisti catalani e Stato centrale.

Dodici persone in carcere nel cuore dell’Europa mediterranea per reati certo gravi, come il tentativo di secessione, ma pur sempre di opinione, è un problema che va risolto, anche perché non favorisce la distensione tra Madrid e Barcellona. Sulla via di un nuovo patto di coesistenza nel medesimo Stato gravano infatti come un macigno carcere e condanne. Tra gli incarcerati c’è Oriol Junqueras, ex vicepresidente della Catalogna, condannato a tredici anni di carcere, mentre l’ex presidente Carles Puigdemont è andato a risiedere a Bruxelles “in esilio”. Tre ex consiglieri catalani – Jordi Turull, Raül Romeva e Dolors Bassa – sono stati condannati per “sedizione” a dodici anni di prigione. Altri due – Josep Rull e Joaquim Forn – sono stati puniti con dieci anni e mezzo di carcere. Carme Forcadell, ex presidente della Catalogna, è stata condannata a undici anni e mezzo, pure lei per “sedizione”. Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, militanti secessionisti, sono stati condannati a nove anni. Altri condannati: Santi Vila, Carles Mundó e Meritxell Borràs.

Caccia al candidato, la politica in fuga

La crisi della politica e delle sue forme è così acuta che si fa difficoltà finanche a trovare i candidati per le prossime elezioni amministrative di autunno. Eppure una volta le elezioni locali mobilitavano più di quelle politiche generali, almeno a livello della periferia della politica e dei gruppi di interesse. Ora non è più così, dovunque ci si posizioni.

Sono mesi che centrodestra e centrosinistra si aggrovigliano intorno a chi candidare a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino, eccetera, per parlare solo delle città maggiori. Quello di sindaco non è più un ruolo ambito. Che i partiti praticamente non esistano, lo si era già intuito dal pullulare di liste civiche nel recente passato. Sono, al massimo, comitati elettorali. Questa volta, però, c’è una overdose di difficoltà. Chiedersi il perché di tutto questo dovrebbe essere un cruccio della politica.

Spagna e Marocco ai ferri corti, e non solo sui migranti

Com’è solito dire Renzo Arbore: “Ogni Paese ha il suo Sud, cioè la parte meno sviluppata”. Si può aggiungere che ogni Paese del Mediterraneo ha la sua Lampedusa, cioè il punto più critico della pressione migratoria. Per la Spagna questo luogo si chiama Ceuta e Melilla, enclave a giurisdizione iberica in territorio nordafricano, e marocchino in particolare, in posizione strategica lungo lo Stretto di Gibilterra, ceduto dal Portogallo alla Spagna fin dal 1668. Il Marocco non smette di chiederne la restituzione territoriale dagli anni Settanta post-dittatura franchista, dopo che nel 1995 Ceuta e Melilla sono state dichiarate “città autonome” dalla Spagna. Madrid da questo orecchio però non ci sente: né con i governi socialisti che si sono succeduti nei decenni, né con quelli di destra. In quelle due cittadine, come un timer a orologeria, esplode periodicamente il tema migratorio con sconfinamenti di migliaia di persone in cerca di fortuna, e con la conseguente risposta autoritaria della polizia spagnola e marocchina che non possono permettersi di mettersi da parte senza far rispettare leggi e regole.  

È quanto accaduto anche negli ultimi giorni. La situazione è così caliente che Pedro Sánchez, premier di Madrid, ha annullato un viaggio ufficiale a Parigi per recarsi a Ceuta e Melilla a visionare la situazione e dichiarare: “Agiremo con fermezza di fronte a qualsiasi sfida e circostanza. La situazione è grave per la Spagna e per l’Europa”. L’indifferenza europea è un altro tema ricorrente nelle crisi migratorie del vecchio continente. Si interviene solo quando la bomba dell’immigrazione esplode e si cerca di suddividere i migranti in Paesi diversi a seconda delle percentuali di inclusione. Ora tutto si aggrava per il Covid, che attanaglia l’Africa e ha messo in ginocchio le economie europee, quella spagnola inclusa. C’è perciò da attendersi altri episodi del genere.

Elezioni amministrative: Letta “hot dog” stretto tra 5 Stelle e renziani

Un’immagine impietosa fa assomigliare in questo momento Enrico Letta a un hot dog. Il segretario del Pd è infatti stretto dalla rincorsa verso un rapporto con i 5 Stelle a gestione Giuseppe Conte, mentre dall’altra parte subisce la pressione di Matteo Renzi, e dei centristi di varia natura, che vorrebbero porre condizioni pure loro a una riedizione aggiornata del centrosinistra. In questo quadro, si va alle elezioni amministrative di autunno nel peggiore dei modi per il Pd. Si litiga su strategie e candidati, con la destra che gongola avendo dalla sua la collocazione della Lega diventata forza di opposizione e di governo allo stesso tempo, scippando così uno degli antichi slogan della sinistra.

Le elezioni si terranno, per via del Covid, in una data compresa tra il 15 settembre e il 15 ottobre nei Comuni con scadenza naturale del mandato degli organi eletti nel 2016 e in quelli da elezioni anticipate perché commissariati, o per altri motivi. La scadenza è particolarmente rilevante. Alle urne andranno venti Comuni capoluogo di provincia: Bologna, Carbonia, Caserta, Cosenza, Grosseto, Isernia, Latina, Milano, Napoli, Novara, Pordenone, Ravenna, Rimini, Roma, Salerno, Savona, Torino, Trieste e Varese, di cui sei sono anche capoluogo di regione (Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino e Trieste). Il test elettorale è perciò di grande interesse, e avrà di sicuro ripercussioni sugli equilibri politici nazionali, forse perfino sulla data della fine della legislatura e delle elezioni politiche.