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Renzi: “Il riformista sono me”

Sempre più spostato a destra, un minaccioso ex segretario lancia la sfida al Pd per le suppletive nel collegio di Roma 1

16 Dicembre 2021 Redazione  1456

Guerra aperta tra il Pd e Matteo Renzi. È assai probabile (per non dire certo) che non ci sarà il centrosinistra “larghissimo”, o “largo”, che piace a Enrico Letta. L’alleanza futura potrebbe fermarsi a Pd-5 Stelle-Sinistra italiana-Articolo uno. Il cannoneggiamento in corso, da parte dell’ex segretario, riguarda le elezioni suppletive del prossimo 16 gennaio a Roma, previste per stabilire chi debba sostituire Roberto Gualtieri alla Camera, quest’ultimo essendo diventato sindaco della capitale.

Su questo problema Renzi ha perso le staffe: “Sul collegio vacante di Roma 1 il Pd non ha voluto non solo trovare ma neanche cercare un accordo. Non è un caso che il Pd abbia candidato una propria dirigente che, quando noi portavamo il Pd al 41% e facevamo le battaglie riformiste, era contro di noi, contro il Pd, da un’altra parte”.

Cecilia D’Elia, portavoce del Coordinamento delle donne piddine, è la prescelta da Letta, che ora Renzi descrive come antiriformista e rivoluzionaria d’antan. La nota del leader di Italia viva prosegue: “Se il Pd vuole cancellare il riformismo e si affida a persone che con la storia riformista non hanno nulla a che vedere, noi ci candidiamo col nostro simbolo, Italia viva, e il nostro Valerio Casini, già primo degli eletti a ottobre nella lista Calenda”. Renzi ha dunque la pretesa di rilasciare la patente di “riformista” (parola in verità un po’ vuota e abusata).

Qual è il peccato di D’Elia? Avere un curriculum di sinistra: iscritta alla Federazione giovanile comunista negli anni Ottanta, poi simpatizzante del fronte del “no” nella fase dello scioglimento del Pci, femminista impegnata politicamente, iscritta per un periodo a Sinistra ecologia e libertà, assessore al Campidoglio con Veltroni sindaco, poi assessore della Provincia di Roma, dal 2014  consulente contro la violenza di genere per il presidente Zingaretti alla Regione Lazio, infine la responsabilità di portavoce del Coordinamento delle donne piddine e l’ingresso nella nuova segreteria del partito insediatasi con Letta. Si tratta di un avvicinamento in progress al Pd, favorito dalla fine della leadership renziana (2013-2017). Niente di più o di meno.

I rapporti Pd-Italia viva sono perciò al lumicino, anche perché i piddini si sono astenuti (insieme con i 5 Stelle) sulla richiesta della Giunta per le immunità del Senato di accogliere la richiesta – poi approvata – della forzista Fiammetta Modena di sollevare un conflitto di attribuzione contro l’acquisizione dei pm di Firenze, che indagano sulla fondazione Open, di alcune mail e chat di Matteo Renzi. Per il centrodestra, e ovviamente per Renzi, le conversazioni erano “inviolabili”, in quanto appartenenti a un parlamentare in carica. L’episodio, che conferma l’incomunicabilità tra i due partiti, segue alla bocciatura della candidatura di Giuseppe Conte, leader 5 Stelle, nel Collegio 1 di Roma (Carlo Calenda, appoggiato da Renzi, aveva minacciato di scendere in campo costringendo l’ex premier a una prudente rinuncia).

Renzi si è fatto oltremodo minaccioso: “In politica contano i voti, non i sondaggi. Il 16 gennaio alle suppletive di Roma vedremo se davvero Italia viva vale solo il 2%. Intanto, Conte ha rinunciato a metterci la faccia anche stavolta. Chi ha amici o conoscenti che stanno su Roma 1 si prepari: sarà una grande battaglia nello scenario del bipopulismo con Pd e 5 Stelle da una parte e destra unita dall’altra”.

Separazione conflittuale finale tra Pd e renziani, dunque. Non poteva che finire così. Renzi ormai guarda ai movimenti del centrodestra e ammicca a Forza Italia pure in tema di Quirinale. Letta, da parte sua, non ha dimenticato quell’“Enrico stai sereno” del 2014, con cui Renzi preparò l’affossamento del suo governo per sostituirlo con uno guidato da se stesso.     

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