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Home » Editoriale » Se Roma ha ragione contro Bruxelles sulle restrizioni ai viaggi

Se Roma ha ragione contro Bruxelles sulle restrizioni ai viaggi

16 Dicembre 2021 Rino Genovese  1121

Non è mai una buona cosa quando gli Stati europei si muovono in ordine sparso; il principio del coordinamento delle decisioni in seno all’Unione è un punto basilare dal quale bisognerebbe cercare di non deflettere. Ma è da Bruxelles che sarebbe dovuta provenire, e già da alcune settimane, la direttiva che Roma ha adottato adesso motu proprio. I contagi sono in così rapido aumento che delle restrizioni agli ingressi nel Paese si rendono necessarie. A fondamento della decisione, spiegata dal presidente del Consiglio Draghi, c’è la minore diffusione della variante “omicron” in Italia. Per quanto ci riguarda, non solo approviamo questa linea di attenzione, ma deprechiamo anche che in Europa, dall’estate scorsa, ci si sia lasciati andare a una ripresa scomposta delle attività. L’esempio più evidente è dato dalla Gran Bretagna: è vero che questa è ormai fuori dall’Unione e può fare quel che vuole, ma se i suoi 78mila contagi di ieri gridano qualcosa, è senz’altro una protesta implicita contro la scelta scellerata di abolire tutte le precauzioni protettive nei riguardi del virus, facendo affidamento unicamente sui vaccini, in una campagna di immunizzazione peraltro priva di qualsiasi incentivo come l’adozione del pass sanitario. Un discorso analogo vale per la pur serissima Germania, su cui il nostro Agostino Petrillo ha scritto un articolo che si può leggere qui.

Il problema è che una specie di pensiero magico offusca le menti non solo di coloro che non vorrebbero alcuna misura contro la propagazione del virus – nessun confinamento ieri, quando non si sapeva che altro fare, nessuna obbligatorietà dei vaccini oggi, neppure nella forma soft del green pass –, ma anche di alcuni dirigenti politici (come Johnson in Inghilterra) che si aspettano dai vaccini effetti miracolosi che questi non possono avere, al fine di non disturbare le attività economiche che essi considerano prioritarie rispetto alla sanità pubblica. La scienza, la ricerca medica in particolare, non è quella cosa che, da sola, possa risolvere una pandemia, in cui si palesano comunque i tratti arcaicissimi di tutte le epidemie che hanno flagellato la storia umana nel corso dei secoli.

Quando non c’erano né i vaccini né gli antibiotici – i due ritrovati che hanno reso più vivibile per gli esseri umani la loro presenza su un pianeta il quale, evidentemente, non era stato preparato per loro – non si poteva fare altro che proteggersi, evitare di muoversi, starsene separati in villa (come in Boccaccio), o al contrario organizzare festini nel pieno dei contagi per votarsi alla morte (come in Poe). Finché la tecnologia non inventerà dei dispositivi fantascientifici che permettano di individuare a colpo d’occhio chi si è infettato, si dovrà procedere con i tamponi, con la loro validità relativa e perfino fallace in certi casi. E avremo ancora vaccini, stando così le cose, che possono essere “bucati” dalle varianti e la cui efficacia gradualmente diminuisce. Ergo, non si può deflettere dalle misure di contenimento tradizionali. Anzi, i virologi e gli epidemiologi più avvertiti ci dicono che è molto rischioso fare una campagna vaccinale rinunciando alle misure di protezione perché – facendo circolare il virus e permettendogli, così, di sviluppare delle varianti – si riduce l’efficacia dei vaccini. Infine, ma non da ultimo, se i vaccini non riguardano l’intera popolazione mondiale, è pressoché sicuro che verranno sempre di nuovo “bucati” dalle varianti, in una corsa senza fine per adeguarli.

Tutte queste considerazioni, insomma, conducono verso una conclusione che già conoscevamo: la ricerca scientifica è altra cosa dalla magia, sebbene una certa mentalità – per interesse o ignoranza – finisca per avvicinarle. Aspettarsi dai vaccini ciò che questi, da soli, non possono dare, come per esempio una completa libertà di movimento, è un atteggiamento simmetricamente speculare a chi li boccia in toto o li teme al di là di ogni calcolo tra i costi e i benefici. La malattia, del resto, diventa un fatto sociale non appena, nel singolo individuo, il discrimine tra l’essere sano e il non esserlo – una linea di distinzione talvolta sottile – scompare, facendo precipitare qualcuno in ciò che è detta una patologia.

Questo vale perfino per quelle forme patologiche non contagiose, di cui infatti la società si prende cura (o dovrebbe prendersi cura) attraverso una sanità pubblica: figuriamoci se non vale per le infezioni che si propagano senza posa. È proprio il carattere sociale di una pandemia, e delle sue paure, ad alimentare l’irrazionalità delle risposte – a cui vorremmo che un’Europa sociale e politica sapesse replicare con un’unica voce; mentre purtroppo, anche in campo sanitario, non si può che lamentare l’assenza di una istanza entro cui assumere a maggioranza decisioni comuni.

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TagsBruxelles covid governo draghi restrizioni Rino Genovese Unione europea viaggi

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