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Home » Articoli » Il Piano di Draghi e i divari territoriali

Il Piano di Draghi e i divari territoriali

Non pare che l’Italia stia usando il Pnrr per costruire finalmente una visione condivisa, o anche solo una ossatura di progetto-paese. Il “diritto alla città”, inteso come una dimensione di piena cittadinanza, per ora non compare all’orizzonte

25 Giugno 2021 Agostino Petrillo  1494

Che Mario Draghi abbia a volte la percezione della realtà è cosa indubbia. Da ultimo lo hanno confermato alcune sue uscite pubbliche, in cui non ha mancato di mettere l’accento sulla necessità della coesione sociale e sul pericolo imminente del riaccendersi della conflittualità.

Peccato però che nel Pnrr manchino misure coerentemente rivolte alla eliminazione o, quantomeno, alla attenuazione di quei divari che minano alla base ogni progetto di coesione sociale e alimentano una conflittualità per ora ancora latente. Con molta ragione, Fabrizio Barca, ex ministro per il Sud, ha laconicamente osservato che “la macchina c’è ma i pezzi restano slegati”. Personalmente, più che di pezzi, parlerei di frammenti e di un puzzle di interventi che in sostanza è impossibile ricomporre in un disegno unitario. In effetti non pare che l’Italia stia usando il Piano per costruire finalmente una visione condivisa, o anche solo una ossatura di progetto-paese. Molti degli obiettivi dichiarati, che per ora sono solo titoli, appaiono condivisibili, alcuni progetti convincenti. Ma ci sono tutti i problemi irrisolti, i drammatici squilibri territoriali, le riforme in attesa da tempo. Come segnalato in un precedente articolo uscito su queste pagine, è appunto se si guarda alle questioni socio-spaziali, come a quella delle periferie, che le contraddizioni tra le linee guida del Recovery Plan e la realtà appaiono più evidenti.

Ricomporre i divari

Certo quella di Ricomporre i divari come titola un recentissimo volume collettivo uscito per i tipi del Mulino, appare un’impresa tutt’altro che facile. Gli autori del volume – settanta tra studiosi, attivisti e ricercatori – propongono in questa sorta di manifesto per il rilancio del paese una serie di interventi e di soluzioni pratiche, dando vita a un’operazione che non è per nulla accademica, ma estremamente concreta. Il testo suggerisce, infatti, una serie di strumenti radicali, individua e definisce delle proposte operative, con l’idea di delineare ipotesi di politiche pubbliche innovative. In particolare viene messo in evidenza come la questione della transizione ecologica rappresenti in buona sostanza una questione di giustizia sociale, e come la diseguaglianza si spazializzi articolandosi in divari territoriali crescenti. Ma si dice anche di più: i divari andrebbero affrontati a partire da una visione d’insieme delle dinamiche che li producono, adattando poi l’azione alle specificità dei territori stessi, guardando alle differenti modalità di espressione della marginalità e ripensando le strutture del welfare.

Territori dell’esclusione

Tra le righe è possibile leggere nel libro anche una preoccupazione: i luoghi che non verranno toccati da interventi mirati rischiano di diventare territori della relegazione, con peculiari forme di esclusione, simboli di un’Italia a troppe, diverse, velocità. Rimettere al centro della agognata “ricostruzione” del paese la territorializzazione delle politiche derivate dal Pnrr, alla luce della questione centri/periferie parrebbe, quindi, di importanza fondamentale, se veramente si vogliono ricomporre i profondi squilibri preesistenti e ulteriormente accentuati dalla pandemia. Occorrerebbe inoltre insistere sull’integrazione tra ambiti di attivazione delle policy e luoghi, producendo conoscenza dal basso, un sapere che divenga cumulabile e si trasformi in formazione spendibile per la pubblica amministrazione, la cui riforma non darà certo risultati immediati e miracolosi. Già Max Weber sottolineava come per la formazione del funzionario pubblico siano necessari tempi medio-lunghi.

I limiti del neoliberismo

Non vi è però quasi traccia nel Pnrr dei suggerimenti che testi come quello su “ricomporre i divari” propongono. Non credo che si tratti di ignoranza o neghittosità: il problema è, a mio avviso, quello dei limiti storici, se non addirittura della quasi impossibilità teorica del “riformismo di destra”. L’approccio tecnico di impronta neoliberista non “vede” la dimensione collettiva se non come un impedimento e una minaccia alla “libertà”; ritiene in buona sostanza che l’unico piano possibile lo faccia il mercato. Qualunque tentativo di sovrapporre altri criteri razionali al governo delle società complesse rappresenta un potenziale freno allo “sviluppo”. Il Recovery, dunque, non è solo un insieme di scelte tecniche, ma è una precisa presa di posizione ideologica, come mostra la tendenza alla finanziarizzazione dei servizi, il prevalere delle vecchie logiche imprenditoriali anche nella maniera di pensare e concepire quanto è invece pubblico.

Ed è proprio da questo punto, dalla mancanza di un piano d’insieme, che emerge invece tutta la necessità di territorializzare in maniera consapevole le politiche per la ripresa: non solo per quanto concerne l’ambito edilizio e infrastrutturale dei progetti che verranno realizzati, ma anche per quanto concerne bandi e gare nazionali. La frammentazione territoriale dei progetti ammissibili, che potrebbe assumere aspetti quasi pulviscolari, costituisce infatti, al di là della logica ispiratrice di fondo, uno dei principali ostacoli interni a una efficace realizzazione degli obiettivi del Pnrr.

Divari e diritto alla città

E in ogni caso i divari territoriali non vanno concepiti come circoscritti unicamente all’ambito della disuguaglianza economica, della differente offerta dei servizi di cittadinanza (istruzione, digitale, mobilità, sanità) che si è scavata tra aree interne e grandi città; una più ampia questione riguarda proprio il “diritto alla città”, inteso come una dimensione di piena cittadinanza, che risulta attualmente sempre più difficile da ottenere. È paradossale per un paese che si ritiene avanzato, ma chi vuole lavorare a Roma o a Milano, oggi, spesso non può permettersi di viverci per via dell’enorme divario prodottosi tra salari bassi e affitti sproporzionati. Ed è qui che lo Stato dovrebbe intervenire con politiche radicalmente redistributive, mirate e territorializzate, per esempio definendo delle soglie sul canone d’affitto e avviando dei progetti di edilizia popolare pubblica. Ma, mentre la locomotiva del Pnrr, promossa a pieni voti dall’Europa, pare lentamente mettersi in marcia, l’obiettivo della riduzione dei divari e della implementazione del diritto alla città non compare per il momento all’orizzonte.

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Archiviato inArticoli Dossier Pnrr
TagsAgostino Petrillo diritto alla città divari territoriali Fabrizio Barca Mario Draghi neoliberismo Pnrr

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