Nel vorticoso alternarsi di cifre, stanziamenti e progetti che ha contraddistinto il passaggio dal primo Piano Conte alla definitiva versione Draghi, e su cui si è soffermato nelle pagine del nostro giornale con una lucida analisi Sandro De Toni, sono spuntati anche stanziamenti per le periferie. Somme modeste, circa 2,7 miliardi, che, se da una parte rivelano una preoccupazione (sia pure tardiva) della politica per la questione, dall’altra suscitano non poche perplessità.

Da un lato il capitolo di spesa a esse dedicato, infatti, parla di interventi che si dovrebbero legare a processi di “pianificazione partecipata”, testimoniando una certa conoscenza di quanto nelle periferie oggi è vivo e attivo; dall’altro, il testo pare prospettare nelle sue pieghe una sorta di propensione edilizia che finirebbe solo per acutizzare i problemi già esistenti. I fondi infatti appaiono legati agli stanziamenti per la rigenerazione urbana (nove miliardi) che costituiscono la parte più ingente degli undici miliardi destinati alle infrastrutture sociali. Fanno dunque parte della quinta missione del piano, dedicata alle infrastrutture sociali.

La quinta missione, dedicata all’inclusione e alla coesione (parola magica su cui varrebbe la pena di riflettere), prevede, tra le altre, misure destinate a progetti “volti a ridurre situazioni di emarginazione e degrado sociale, a implementare l’inclusione, a proporre una più ampia offerta abitativa e di servizi”. Prescindendo dall’uso di terminologie discutibili, come quella di “degrado sociale”, a un primo sguardo le linee di investimento previste pullulano di buone intenzioni: oltre ai tre miliardi previsti per i Piani urbani integrati per le periferie, ce ne sono altri tre destinati a progetti per la rigenerazione urbana e, ancora, circa tre sono gli ulteriori miliardi investiti in un programma innovativo della qualità dell’abitare.

Le risorse destinate alle periferie appaiono certo esigue rispetto all’obiettivo ambizioso di cui recita il testo del Pnrr, quello di “trasformare territori vulnerabili in città smart e sostenibili, limitando il consumo di suolo edificabile”, obiettivo che appare difficilmente raggiungibile, se non addirittura grottesco, a fronte delle ridotte somme stanziate. Egualmente insoddisfacente appare il modo in cui viene affrontata una gigantesca e centrale questione del paese come quella della casa, demandata in toto a un social housing affidato a un connubio pubblico-privato che finora ha collezionato più fallimenti che successi.

Ma c’è un altro aspetto che, come si accennava, lascia perplessi: a ben guardare l’edilizia rischia di giocare un ruolo centrale nel Pnrr, con enorme soddisfazione dei grandi costruttori.  Non è un caso se Manfredi Catella, amministratore delegato di Coima, grande gruppo immobiliare che si è riorganizzato e ha costituito una nuova holding proprio il 12 maggio, in una intervista del 14 maggio lascia intendere che la rigenerazione urbana consiste principalmente nelle costruzioni. E “Rigenerazione Italia” è il titolo del forum in cui è stata proposta la neonata holding. Catella insiste sulla necessità di “connettere le periferie e i borghi” e spiega che la questione delle periferie si risolve solo “con l’interconnessione tra i vari centri” che dovrebbe permettere alle aree periferiche di diventare “nuovi centri”.

Timori eccessivi? Appare sempre più chiaro che la crescita economica dell’Italia, dopo la pandemia, avrà nelle città uno dei suoi punti nevralgici: sia per la concentrazione in esse dei settori avanzati, per l’importanza delle economie urbane, sia per la presenza nelle città stesse di alcune delle attività più colpite dalla crisi quali turismo, ristorazione, cultura. Ma la propensione edilizia che intravediamo nel piano, non rappresenta un problema solo per quello che concerne il consumo di suolo – che peraltro, a parole, si pretenderebbe di ridurre –, ma anche e soprattutto perché lascia drammaticamente da parte la riduzione delle disuguaglianze sociali e i meccanismi della loro riproduzione. L’idea di avviare un nuovo ciclo edilizio, che dovrebbe fungere ancora una volta da “volano dell’economia”, fa capolino in altre parti del provvedimento, e aleggia da tempo nell’aria, legando pericolosamente edilizia e rigenerazione urbana. Ne testimonia anche una serie di norme giuridiche di “alleggerimento dei controlli” e di “semplificazioni”, che ha preceduto e ora accompagna il Pnrr. Il pericolo è che i piani di recupero assumano poi, in corso d’opera, la forma di piani di espansione. Sembra quasi di cogliere un arrière pensée per cui, una volta avviata la ripresa economica, ci occuperemo anche del resto, del sociale. Ma non c’è il tempo per una siffatta maniera di procedere.

Un orientamento di questo tipo non considera le differenze crescenti che si vanno scavando tra città e città, tra lavoro stabile e lavoro precario, l’esplosione del problema della casa: insomma quel quadro che era stato ben tracciato dal V rapporto di Urban@it pubblicato lo scorso anno dal Mulino. In un sistema paese come quello italiano, caratterizzato da livelli di sviluppo estremamente differenziati, con poli urbani di attrazione e altre realtà urbane che sono in difficoltà, soprattutto a sud, si moltiplicano i quartieri problematici. Insistere sugli aspetti spaziali della separatezza delle periferie, magari pensando a soluzioni “edilizie”, rischia di gettare ulteriore benzina sul fuoco. La rigenerazione urbana “sostenibile” è quella che guarda al welfare, ai diritti di cittadinanza, che si alimenta di innovazione sociale e politica.

Le situazioni già gravi che la pandemia ha esasperato richiedono risposte immediate. La periferia non sta ferma, cresce. Se non si investe massicciamente, come si può pensare di porre rimedio a situazioni che, già compromesse, si sono addirittura andate aggravando? Procrastinare è molto pericoloso, e domani è troppo tardi.

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