(Questo articolo è stato pubblicato l’8 marzo 2021) Forse il passaggio di Marco Minniti dal parlamento al vertice della fondazione di politica e relazioni internazionali del gruppo di tecnologia militare Leonardo ci aveva già avvertito, a modo suo, che qualcosa di traumatico stava accadendo nel Pd. Le dimissioni del segretario Zingaretti hanno motivazioni varie, tutte prevalentemente legate alle dinamiche interne di una leadership ormai arenata, ma ci parlano anche della radicale inconsistenza di quella macchina politica che è appunto il principale partito della sinistra.

Non a caso il segretario si dimette con un post su Facebook, facendo intendere che il partito non ha alcun corpo a cui rendere conto, e confermando così il cambio di baricentro politico. E neppure è un caso se, negli stessi giorni, il governo decide di assegnare a McKinsey, la principale società di consulenza strategica aziendale del mondo, il ruolo di advisor – qualifica mutuata dal lessico bancario e del tutto inedita nel mondo istituzionale e politico – per il piano italiano del Recovery Fund: il che, oltre a porre diversi problemi sotto l’aspetto etico e di sovranità nazionale, ratifica una svolta nel campo della selezione della governance. Mettere le mani nei cassetti del Tesoro o dei ministeri della forza, quello dell’Interno o della Difesa, come sarà inevitabile se si vuole avere una visione delle dinamiche di spesa e dei drivers del sistema economico nazionale, cambia di fatto la costituzione materiale del paese. Sono due indizi che fanno una prova: sta mutando la geografia politica nazionale.

Forzature del genere sono solo l’ultima gemma di una perdita di confine fra politica e interessi economici. L’interscambio fra i due mondi – istituzioni e aziende – viene da lontano. Nel sistema americano è costitutivo del processo di selezione dei gruppi dirigenti dello Stato. Dopo l’elezione di un presidente, si procede a un gigantesco e automatico spoil system che vede almeno quattromila posizioni apicali della pubblica amministrazione passare di mano. Il partito vincente piazza i suoi. Chi decide però non è il vertice politico ma la cupola affaristico-finanziaria che ha sponsorizzato e sostenuto la campagna presidenziale. Siamo in una società nella quale il dominio dell’economia sulla politica si esercita in ogni anfratto delle relazioni sociali. I finanziatori sono veri e propri capi corrente che tutelano i propri interessi piazzando consulenti e collaboratori accanto allo staff del presidente.

In Europa il quadro è più differenziato. La tendenza vede ancora prevalere la politica, o comunque il sistema della rappresentanza sociale, che attraverso la mediazione dei partiti esprime equilibri e senso comune. In Francia prevale una variante tecnocratica, in Inghilterra ancora una visione elitaria, in Germania un senso protestante della responsabilità individuale.

In Italia una storica debolezza della società civile ha visto nell’Ottocento il prevalere di forme di notabilato politico che trasformavano il censo in consenso. Ma l’incantesimo a un certo punto si rompe: con la transizione dalla campagna alla città, c’è l’irruzione delle masse urbane, sia socialiste sia cattoliche, che sconvolge gli equilibri, e infine il fascismo impone una mediazione autoritaria dando alle imprese un canale corporativo per dialogare con le istituzioni.

Il secondo dopoguerra riapre i giochi. Pci e Psi dialogano con la società civile mediante una forma di egemonia nel campo culturale, includendo nelle loro file intellettuali di alto profilo. Poi, negli anni Sessanta, il miracolo economico propone la figura dell’imprenditore progressista che comincia a civettare con i due partiti operai. Paradossalmente più dura è la Democrazia cristiana nel difendere il primato della politica contro il cosiddetto quarto partito della Confindustria. Fanfani e gli stessi dorotei non ammettono supplenze: i rappresentanti dell’impresa sono loro. Solo Enrico Mattei trova un varco e si concede qualche scorreria autonoma nei partiti del tempo (la famosa teoria del taxi), ma giusto perché lui è un politico prestato a un’impresa pubblica come l’Eni.

Emblema di una presenza autonoma degli imprenditori, e obiettivo di un rigetto che univa l’integralismo democristiano e le sinistre, è il caso di Adriano Olivetti che prova a proporre una “terza via” che, come tutte le sperimentazioni del genere, naufragherà miseramente nel sospetto e nella diffidenza dei due blocchi. Carlo De Benedetti, per avere uno spazio, dovrà fondare un proprio partito che avrà la forma di un quotidiano: la Repubblica. Giorno dopo giorno, il quotidiano di Eugenio Scalfari si affiancherà ai partiti e comincerà a sperimentare la funzione di una “terza camera” esterna alle istituzioni.

Le cose mutano ancora negli anni Ottanta, quando si profila, travestita da esuberanza centralizzatrice, la prima vera crisi dei partiti. Leadership fortemente personalizzate cominciano a prevalere sulla macchina organizzativa. Gli staff del capo sostituiscono l’apparato politico. Si viene cooptati e non eletti. Mentre la Dc, qualche anno prima, usava Umberto Agnelli nella resistenza contro l’ascesa elettorale del Pci – per poi rispedirlo al mittente, avendo assolto la funzione di garante del potere del partito dello scudo crociato –, a sinistra si cercano riconoscimenti e legittimazioni. Il gruppo della Sinistra indipendente diventa un salotto in cui cattolici e imprenditori prevalgono sui tradizionali intellettuali di prestigio. La Milano “da bere” entra in politica, così come a Roma manager e banchieri cercano spazio a sinistra. Ma l’organizzazione di partito mantiene saldamente la barra. Qualche favore, qualche marchetta – siamo nel pieno della corsa alle privatizzazioni –, ma la strategia rimane prerogativa dell’organizzazione politica, che poggia ancora su un radicamento sociale di spessore. “Mani pulite” scoperchierà il pentolone, cioè l’osmosi fra politica e affari canalizzata nel solco delle tangenti, il linguaggio con cui le aziende parlavano ai partiti. Di nuovo cambia il quadro.

Il 1989, con il crollo del Muro, ha colpito a morte la mitologia della forma partito, e soprattutto la base sociale del lavoro è già venuta diradandosi con le prime contaminazioni leghiste nel nord e le ibridazioni con il malaffare nel sud. Scarsamente rappresentativi, privi di orizzonte ideologico e di capacità di narrazione, i partiti vanno al massacro. Un imprenditore milanese, che tramite lo spettacolo televisivo e la pubblicità ha parlato alla pancia del paese, fa bingo. Inventa un partito azienda e prende tutto. Un professore – di matrice cattolica e con esperienza di management pubblico, come Romano Prodi – apre la stagione dei non partiti a sinistra. Si susseguono dirigenze diverse al vertice degli eredi del Pci, nel frattempo sciolto e ricomposto sotto altre sembianze. Ognuno porta in dote i propri imprenditori: dai “capitani coraggiosi” di D’Alema, al dolce “made in Italy” di Veltroni, con i figli dei vecchi capi azienda degli anni Sessanta e Settanta che si mischiano al rito delle primarie, fino al giovanottino di Firenze che viene accompagnato al vertice per “rottamare” gli apprendisti stregoni di antica memoria comunista.

Questo è quello che si è visto, mentre nelle viscere sociali si disegnavano nuovi equilibri e nuove mappe di interessi. Giuseppe De Rita e Aldo Bonomi ci hanno raccontato di un capitalismo pedemontano che – all’ombra delle diverse Leghe man mano susseguitesi – ha mantenuto saldi legami con le filiere di fornitura alle imprese franco-tedesche. Le vecchie regioni rosse hanno inanellato circuiti tecnologici proiettandosi sui mercati dei brevetti nordamericani. Il sud, a macchia di leopardo, si è scomposto in isole di ipersviluppo, con tassi di capitalizzazione francofortesi, aree di sussistenza appena strutturale, congiunte con fenomeni di modernità multimediale come in Puglia e nella Grande Napoli, distretti dell’audiovisivo europeo.

Oggi la pandemia ha messo tutto nel frullatore, amalgamando un nuovo sociale il cui legame non è dato dalla politica ma dall’ossessione del fatturato. Sullo sfondo, due fenomeni che sfuggono spesso agli osservatori: la centralità delle agenzie finanziarie, da quelle di rating e quelle di certificazione, nell’autorizzare le quotazioni di un paese; e i trent’anni di Internet che hanno innestato forme di antropologia partecipativa che disintermediano le strutture di scambio fra consenso e decisione.

In questo scenario complesso e confuso va in scena lo spoil system all’italiana. A dare le carte, non sono più i partiti ma direttamente figure sociali come le banche internazionali, le organizzazioni del terzo settore globale, le cerniere fra tecnologie e ricerca.  Potremmo dire, se non rischiassimo di essere tacciati di eccessivo determinismo, che Draghi è il legittimo premier di un governo che si muove in questo nuovo sistema politico, in cui le imprese non fanno attività lobbistica entrando nei partiti ma cooptando dalle istituzioni ex responsabili dei settori di riferimento. Con Gramsci potremmo parlare di una “rivoluzione passiva”. Ma le dimissioni di Zingaretti impediscono la citazione. Rimane l’aggettivo, “passiva”, e però il sostantivo non può essere “rivoluzione”, solo agonia.

Minniti, già responsabile degli Interni, va al vertice di uno dei principali fornitori dei sistemi di forza italiani; prima di lui Maurizio Martina, ex ministro dell’agricoltura, va alla Fao; Carlo Padoan, da ex ministro dell’Economia, si accomoda sulla poltrona di presidente di Unicredit; e ancora Luigi Zanda, da tesoriere del Pd, diventa, sia pure per un tratto, amministratore di Domani, il nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti, che perde il pelo ma non il vizio di fare da supplente alla democrazia. Gli indizi sono allora più di due: stiamo assistendo alla metamorfosi di un sistema istituzionale che, dopo aver cambiato almeno tre volte equilibri e tipologie di personale politico negli ultimi trent’anni, si trova adesso a una resa senza condizioni dinanzi a una trama di interessi, linguaggi e interpreti, che non è in grado di contrastare e forse nemmeno vorrebbe più.

Così forse ha senso parlare di una rivoluzione, ma nel senso aristotelico: “Nelle oligarchie a rivoltarsi sono i più, ritenendo di essere trattati ingiustamente perché, pur essendo eguali, non hanno […] gli stessi diritti degli altri, mentre nelle democrazie sono i notabili a rivoltarsi perché hanno gli stessi diritti degli altri pur non essendo eguali”.