Lo spirito decisionista che siamo abituati a vedere nello stile di governo di Mario Draghi, e del suo fidato ministro dell’Economia Daniele Franco, era evidentemente nel suo giorno di riposo venerdì 3 dicembre, quando è stata stoppata, prima in “cabina di regia” e poi in Consiglio dei ministri, l’ipotesi di un rinvio biennale del taglio delle tasse per i redditi più alti. Eppure si tratta di un esecutivo che è olimpionico in specialità come il decreto legge, il maxiemendamento, la questione di fiducia. La formula usata per descrivere la timida proposta avanzata e poi ritirata dal tandem Draghi-Franco è già di per sé un falso: “contributo di solidarietà” sembra una tassa eccezionale a carico dei più ricchi. In realtà, con i tagli decisi sull’Irpef, si tratta di persone che avranno un risparmio fiscale, benché dichiarino redditi anche superiori ai 75mila euro lordi, e che, nel caso la proposta fosse passata, avrebbero dovuto attendere due anni perché tali risparmi si concretizzassero. Nessuna “patrimoniale mascherata”, nessuna “supertassa”, come l’hanno raccontata a destra. Alla fine, i trecento milioni per attutire in parte i rincari delle bollette energetiche sono stati trovati altrove, pare, con l’inquietante formula “nelle pieghe del bilancio”, come se le casse dello Stato, dopo decenni di tagli, colassero ancora grasso.

A insorgere contro l’operazione blandamente ispirata a un’idea di equità sociale, per la quale si erano spesi i vertici dei sindacati confederali, il centrodestra di governo: Lega e Forza Italia, col supporto non nuovo di Italia viva e stavolta, pare, anche di una parte del Movimento 5 Stelle (sebbene il ministro Patuanelli abbia poi smentito il presunto contrasto con la collega di partito Castelli). Ma se dal Pd ci si scandalizza perché i renziani si porrebbero fuori dal “campo largo” del centrosinistra immaginato da Enrico Letta, è forse il caso di sollevare lo sguardo sulle scelte del governo che fanno da sfondo a questo episodio.

Per farlo, è necessario un passo indietro: ufficialmente Draghi e il governo si sono sempre detti favorevoli al “mantenimento della progressività” nell’imposizione fiscale; sostenere il contrario, del resto, significherebbe andare contro il dettato costituzionale: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”; articolo 53, secondo comma. Ma la progressività che Draghi ha promesso di “mantenere” è in realtà il frutto di un sostanziale, progressivo, smantellamento. Non ci stancheremo mai di ricordare (ne abbiamo parlato per esempio qui e qui) che il modo in cui la cosiddetta Prima Repubblica interpretava il concetto di progressività era alquanto diverso da quello odierno. Il principale strumento per applicare il precetto costituzionale era l’aliquota marginale crescente: quella massima nel 1974 era fissata al 72%, e gli scaglioni progressivi erano trentadue; oggi sono cinque e Draghi li sta riducendo a quattro. Ma soprattutto è stata clamorosamente abbattuta la soglia massima di reddito gravata dall’aliquota più alta, un tempo fissata a 600 milioni di lire (nominalmente 310mila euro circa) oggi ferma a 75mila euro. Tradotto: chi guadagna quattromila euro netti al mese è trattato dal fisco nello stesso modo di chi ne guadagna dodicimila, tre volte tanto. Così, ancora una volta, assistiamo alla commedia per cui c’è chi insorge contro il “contributo di solidarietà”, poi abortito, perché “chi guadagna quattromila euro non è ricco”. E sopra quella fascia di reddito? Solo fantasmi. E ai fantasmi non si chiede “solidarietà”.

Alzi la mano chi pensa che ridurre per decenni, progressivamente, le tasse sui ceti più ricchi abbia portato a clamorosi passi avanti nella riduzione dell’area dell’evasione e dell’elusione fiscale e di quella contributiva in Italia. Certo, il mondo della globalizzazione prima, e dell’era digitale poi, è completamente diverso da quello degli anni Settanta del Novecento, tutti sappiamo che ci sono enormi risorse sottratte completamente al fisco, al punto che si cerca di recuperarle attraverso l’accordo globale sulla tassazione minima delle grandi multinazionali.

Però a volte le risorse finanziarie non scarseggiano, a quanto pare. Secondo l’Osservatorio Milex sulle spese militari, nel 2021 il parlamento ha dato un discreto e silente via libera – “progressisti” a braccetto con le destre alleate di governo e con quelle di opposizione – “a un numero senza precedenti di programmi di riarmo. Diciotto in tutto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore di oltre undici miliardi di euro e un onere complessivo previsto di oltre ventitré miliardi”. In questa occasione, almeno, sarebbe stato bello assistere, invece che a uno scontro nel retrobottega sulle briciole (due anni di rinvio di un taglio Irpef sullo scaglione più alto), a un dibattito pubblico nel quale le forze che si autodefiniscono “progressiste” o “di sinistra” avessero spiegato le ragioni per le quali ritengono digeribile un’ulteriore semplificazione dello schema dell’imposizione progressiva, senza nemmeno tentare di invertire la tendenza degli ultimi decenni ad addolcire continuamente la curva del prelievo per le fasce maggiormente privilegiate. Ma è probabile che chi avanza queste pretese debba attendere ancora a lungo prima di tornare ad assistere a spettacoli politici più degni.