Sul “Fatto quotidiano” del primo febbraio, Marco Travaglio presenta una spassosissima collezione di interventi dei maggiori giornali italiani (il gruppo di proprietà degli eredi Agnelli fa la parte del leone, ma numerose sono le citazioni anche dal quotidiano che Carlo De Benedetti diceva di aver fondato perché “la Repubblica” si era spostata troppo “al centro”), i quali tutti presentano come necessaria, per il bene dell’Italia, dell’Europa e del mondo intero, e comunque sicura, l’elezione di Mario Draghi alla presidenza della Repubblica.

Alle tante citazioni, aggiungerei questa perla di Francesco Verderami sul “Corriere” del 29 gennaio (cioè la mattina stessa dell’elezione di Mattarella): “Il dissennato uso strumentale di Mattarella si è visto ieri”. L’autorevole commentatore politico dimostra, come sempre, di aver capito tutto. Comunque, i “giornaloni” (come li chiama Marco Travaglio), nonché vari commentatori via etere, in questi giorni devono trattenere la loro rabbia: il loro uomo della Provvidenza non è “salito al Colle” (maiuscola non casuale), ma non possono fare a meno di continuare a lodare l’altro uomo della Provvidenza, cioè quello che l’ha chiamato a dirigere il governo. In questo coro di lodi a denti stretti non manca però qualche scivolata: per esempio, Aldo Cazzullo, sul “Corriere” del 30 gennaio, scrive che “Draghi avrebbe garantito il Paese per sette anni: se nel 2023 la destra avrà la maggioranza in parlamento, cosa accadrà?”. Evidentemente, Cazzullo non attribuisce all’altro uomo della Provvidenza le stesse capacità del primo; d’altronde, la Provvidenza non può distribuire troppo i suoi doni, altrimenti si inflazionano.

Ma cosa potrebbe fare Draghi in caso di vittoria delle destre (che speriamo sinceramente non si verifichi, ma che purtroppo, stando così le cose, è sempre più probabile)? Negare a Meloni la presidenza del Consiglio anche se disponesse di una sicura maggioranza parlamentare? Saremmo ai limiti del colpo di Stato. Ma forse è questo che il nostro establishment, di cui così maldestramente sono la voce i maggiori organi d’informazione, in realtà desidera. Sono abbastanza vecchio per ricordare quando uno dei capi della destra dell’allora Partito liberale italiano, Manlio Brosio, parlava di “colpo di Stato liberale”; e non a caso uno dei suoi sodali era quell’Edgardo Sogno spesso sotto inchiesta per trame golpiste; e non dimentichiamo che la repubblica presidenziale era nei programmi di Licio Gelli.

Ora, auspicare una repubblica presidenziale non è in sé illegittimo, ovviamente; e la Francia e gli Stati Uniti sono esempi di come un tale regime possa essere (con qualche limite) democratico. Però è assolutamente illegittimo, anzi potremmo dire criminale, tentare di trasformare in modo surrettizio, cioè senza cambiare la Costituzione, l’attuale sistema parlamentare italiano in un sistema presidenziale, e per di più in una forma di fatto autoritaria, come quella che si avrebbe se i desideri di Cazzullo si avverassero. In Francia, per esempio, quando il mandato del presidente della Repubblica non era stato ancora fatto coincidere con la durata della legislatura parlamentare, alcune volte il presidente fu costretto a nominare un primo ministro della parte avversa: Mitterrand dovette sorbirsi Chirac, e lo stesso Chirac, una volta entrato all’Eliseo, il socialista Jospin.

Quello che trovo preoccupante, in sintesi, è che queste tendenze autoritarie (forse inconsapevolmente, ma di fatto è così) non trovino ostacoli in quello che rimane della sinistra italiana, a parte qualche caso isolato, come Tomaso Montanari, che sempre sul “Fatto” di oggi, parla dell’elezione bis di Mattarella come di una “mina per la democrazia”. Molti degli argomenti di Montanari sono validi, però penso che una moderata soddisfazione si possa comunque avere, perché il disegno di cambiare surrettiziamente la Costituzione di cui parlavo non è andato in porto, almeno per ora.

“Almeno per ora”, dicevo, perché è molto probabile che le forze che spingono in questa direzione non desistano, data anche la latitanza della “sinistra”, sia per quanto riguarda i politici che gli intellettuali. A proposito, che fine hanno fatto i tanti maîtres à penser che fino a qualche giorno fa inveivano contro i vari “green pass” ecc., assimilati talvolta alle leggi razziali? Se davvero così fosse (ma a me sembra una baggianata), avrebbero in questo caso l’occasione di trovare una conferma delle loro tesi nelle attuali tendenze presidenzialiste e cripto-autoritarie: invece se ne stanno zitti, forse perché è facile parlare alla pancia della gente, mentre più difficile è farla ragionare su quello che dice e che implica la nostra Costituzione (spesso citata a vanvera).