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Meloni a Cernobbio: atlantismo e conti in ordine

Parlavamo di luoghi del potere qualche giorno fa (qui), a proposito di Rimini e del congresso ciellino. Nel fine settimana è andato in scena...

Piccola lunga storia di Giorgia Meloni

Tra le peculiarità e le stravaganze a cui la politica italiana ci ha abituati, c’è adesso quella della candidatura di una donna dell’estrema destra di estrazione fascista alla presidenza del Consiglio. Sarà una distorsione o, se si vuole, un capovolgimento del femminismo; ma, come ha messo in luce Anna Loretoni su “terzogiornale”, è comunque lei la prima a “tagliare il traguardo”. Non c’è stata nessuna finora, nel “mondo progressista” (per usare un’espressione volutamente vaga), che abbia raggiunto posizioni di leadership tali da rendere ipotizzabile un suo accesso a palazzo Chigi. Ciò accade invece a Giorgia Meloni: ed è, come vedremo, il punto di approdo di una storia di lungo periodo, che rende l’Italia un caso a sé (a differenza della Francia, per esempio, dove pure la persistente candidatura di Marine Le Pen alla presidenza della Repubblica ha visto, negli anni, la presenza di figure femminili di tutt’altro segno nella competizione elettorale).

Nel fascismo storico, come si sa, le donne non contavano nulla: erano tutt’al più delle eminenze grigie, come l’amante di Mussolini Margherita Sarfatti. Una “gerarca” donna sarebbe stata una contraddizione in termini. Com’è stato possibile, nella evoluzione postfascista, che una donna sia arrivata a ricoprire un ruolo apicale, e che anzi fosse lei, dopo la defezione di Gianfranco Fini, a rilanciare la tradizione dell’estrema destra italiana, con capacità politiche e una “durezza” che un tempo i suoi camerati avrebbero considerato doti esclusivamente virili? La risposta si articola in due momenti: Meloni è infatti postfascista non meno che postberlusconiana.

Presidenzialismo, non solo nei sogni golpisti

Nei sogni di tutte le bande fascistoidi che hanno architettato senza successo colpi di Stato in Italia, alla fine c’è sempre stato il presidenzialismo....

Presidenzialismo amore mio!

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Tunisia, il presidente Saïed verso un regime autoritario

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Draghi o non Draghi? Questo è il problema

Certo, con Draghi presidente della Repubblica potrebbe consolidarsi la tendenza “bonapartista” e presidenzialista tipica del declino delle democrazie, e molto cara alla destra (che però, almeno per il momento, sembra non voglia saperne di Draghi, preferendo tenerlo fermo alla casella in cui si trova adesso). Ma la questione è: con un Draghi presidente del Consiglio fino al termine della legislatura, questa prospettiva negativa non sarebbe addirittura rafforzata? Se ci si pensa su un attimo, infatti, il rischio maggiore è di trovarsi dinanzi a una “grande coalizione” pressoché in eterno. Il blocco borghese del Nord del Paese nutre una vera e propria passione per Draghi, per le sue connessioni internazionali, e così via, come dimostrano del resto gli atteggiamenti della Confindustria e della Lega (in particolare nella versione Giorgetti). Perciò, con elezioni in vista l’anno prossimo, e soprattutto in mancanza di una seria riforma della legge elettorale, non può essere affatto esclusa una prosecuzione del governo Draghi, e quindi del soporifero “draghismo di governo” del Pd.

Un passaggio del Super-Mario al Quirinale – che, ricordiamolo, ha un’importante funzione di garanzia nel nostro ordinamento, ed è un freno al possibile debordare degli esecutivi verso un “direttismo” del tutto estraneo allo spirito di una Repubblica parlamentare come la nostra – lo collocherebbe in un alveo che proteggerebbe noi (e anche lui) da qualsiasi tentativo di tirarlo per la giacca verso forme più o meno larvate di presidenzialismo, di premierato forte, che tutto sommato non sarebbero neppure nelle sue corde di compassato “nonno” delle istituzioni, come lui stesso si è definito.