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Presidenzialismo, non solo nei sogni golpisti

A parte i disegni propriamente eversivi, negli anni Ottanta anche Giuliano Amato tirò fuori dal cilindro il coniglio della Repubblica presidenziale

18 Agosto 2022 Stefania Limiti  2185

Nei sogni di tutte le bande fascistoidi che hanno architettato senza successo colpi di Stato in Italia, alla fine c’è sempre stato il presidenzialismo. Il putsch fallito del condottiero Junio Valerio Borghese, nel 1970, venne stoppato all’ultimo minuto, lasciando in strada disorientati guerrieri, perché gli americani fecero sapere che a loro non piaceva quel viavai di colonnelli o generali. Aspiravano, più semplicemente, a una Repubblica presidenziale con a capo, semmai, il fido Giulio Andreotti. Seguirono alcuni anni di manovre tendenti al golpe assai velleitarie: la più velleitaria che si ricordi è quella nella quale mise la faccia il fanatico anticomunista Edgardo Sogno, che parlava dell’imminente nascita della Seconda Repubblica presidenziale. Ovviamente con l’occhio e il cuore a De Gaulle, che mise mano alla Costituzione francese, approfittando però di uno sbandamento generale del Paese impelagato nella rivoluzione algerina, e consolidando il potere con un colpo di mano di un ristretto gruppo dirigente (e di altri ristretti gruppi, nel futuro, fino a Macron).

L’immagine del monarca-presidente francese, che era stato autentico faro della Resistenza, divenne così un riferimento ideologico di una destra che non era fascista in senso stretto. Nelle sue memorie, Rossana Rossanda dice che aveva interpretato De Gaulle secondo lo schema della sua generazione, e cioè quello di una destra autoritaria che non poteva non essere fascista. Invece il suo non era fascismo, non era neppure in senso stretto reazione, era ciò che in Italia sognano i “moderati”, una destra modernizzatrice che metta il freno alla instabilità e al gioco politico, capace, come fu De Gaulle, di imporre ai suoi una pace onorevole, dopo i massacri in Algeria, e soprattutto una pace sociale. 

È lo schema di una destra che mira a tagliare il conflitto sociale, autoimponendo le proprie élite. In quel modo avevano pensato di accorciare le loro battaglie quelli della P2, dando uno “stimolo” alla democrazia – così nel famigerato “programma di rinascita” –, cioè ristrutturandola e inaugurando finalmente un potere dal pugno forte: trovandosi poi di mezzo Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, gli amici di Gelli, che in quel momento controllavano tutti i vertici delle forze armate e dei servizi di sicurezza, pensarono bene di intervenire portando a termine il lavoro delle Brigate rosse.

E il vizio delle classi dirigenti a corto di idee – ma ben fornite quanto ad avidità di potere – non si esaurì con l’ecclissi piduista. Ci riprovarono più recentemente altri (lo ha scritto Rino Genovese su “terzogiornale”), preceduti da un tentativo maldestro di Giuliano Amato. Questi nel 1987, durante una delle tante crisi di governo, di ritorno dagli Stati Uniti, tirò fuori dal cilindro l’idea, e anche Andreotti è in pista: il 22 marzo di quell’anno scrive sul suo Diario: “Non ritengo sia una via di uscita la proposta di Amato (l’appoggio del Psi a un suo governo, ndr) a fronte del mio impegno a sostenere l’elezione diretta del presidente della Repubblica, una riforma costituzionale così rilevante deve inquadrarsi in un sistema organico di riassetto e non può ridursi a un problema personale”. Allora ci salvò Andreotti, oggi chissà.

Il ricordo di golpisti, piduisti e vigliacchi vari si ripropone, indigesto, ora che il programma ufficiale della destra propone laconicamente e senza equivoco: “Elezione diretta del presidente della Repubblica”, senza ulteriori precisazioni. Forse hanno in testa il modello francese, forse peggio, se possibile, visto che la proposta avanzata in questa legislatura da Fratelli d’Italia è un’accozzaglia di norme per instaurare un brutale super-presidenzialismo. Ci fa paura, deve farci paura, con la consapevolezza che non è solo una tarda zampata del ventennio, ma una tendenza delle élite che non hanno proposte, non hanno consenso stabile, non sono capaci di creare alcun blocco sociale e non trovano di meglio che giocare le loro carte ingarbugliando la Costituzione.

L’immobilismo della politica – tra crisi globale che rende la politica debole e opportunismi dei programmi che rendono le proposte inefficaci a dare risposte – ha già portato a forme di autoritarismo mascherato. Draghi ci ha abituati a tagliare corto, guidando un Paese come il manager di una multinazionale: era nei sogni di Eugenio Cefis. I pericoli vengono dunque dalla Giorgia “donna, madre e cristiana” – ma non solo.

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TagsFratelli d'Italia Giorgia Meloni Giuliano Amato Giulio Andreotti presidenzialismo Stefania Limiti

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