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Il presidenzialismo e il “colpo di Stato liberale”

Sul “Fatto quotidiano” del primo febbraio, Marco Travaglio presenta una spassosissima collezione di interventi dei maggiori giornali italiani (il gruppo di proprietà degli eredi...

Secondo mandato, un’eccezione che diventa prassi

“Sono vecchio, fra otto mesi potrò riposare”: la previsione o speranza che Sergio Mattarella espresse a maggio di fronte a una scolaresca romana si...

Amaro brindisi a Mattarella

Sergio Mattarella sarà capo dello Stato per altri sette anni. Siamo contenti, ma nello stesso tempo senza parole, angosciati. Così va il mondo in tempi di pandemia. Oggi brindiamo a Mattarella, ma si celebra in realtà l’eclissi della politica e la crisi delle coalizioni. Abbiamo a disposizione solo un anno di tempo, prima del voto per il rinnovo del parlamento, per aprire il cantiere della rifondazione della politica, delle istituzioni e delle alleanze. 

Si sente forte una spinta verso il proporzionale. Troppi orfani, troppe divisioni tagliano gli schieramenti e le stesse forze politiche. Il maggioritario scricchiola. Con il taglio secco dei seggi parlamentari, urge una riforma elettorale. In una settimana sono state bruciate tutte le “risorse” dello Stato. Certo, dobbiamo ringraziare la gestione della crisi dell’“apprendista stregone” Matteo Salvini, in evidente competizione con Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, e dell’“avvocato di provincia” Giuseppe Conte, se il cortocircuito che si è creato ha bruciato tutte le opzioni di candidature possibili. 

La crisi dei 5 Stelle e i destini del fronte progressista

E chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato così periglioso il viaggio dei 5 Stelle nel mondo delle istituzioni. Ora rischiano di naufragare ancora prima di essere arrivati alla fine del viaggio. Il comandante di questa che è sempre più una nave alla deriva, Giuseppe Conte, è consapevole di non controllare i suoi parlamentari, e dunque di non poter rassicurare i suoi alleati. Nonostante ciò, prova a costruire un protagonismo che si infrange contro la dura realtà della crisi di credibilità del movimento.

I 5 Stelle non sono più affidabili. Per nessuno. E Conte prova ad alzare la posta in gioco lanciando candidature impossibili per Palazzo Chigi o il Quirinale, come quella della coordinatrice dei servizi segreti, Elisabetta Belloni, che sicuramente è stata una affidabile servitrice dello Stato, ma che, per il ruolo che ricopre oggi, non è proponibile né come presidente della Repubblica né come premier. Conte fa di tutto per marcare una differenza con i suoi alleati, il Pd e Leu. Il venir meno, il non essere più affidabile, l’implosione dei 5 Stelle rappresenta comunque una catastrofe per chi contava su questo alleato, se volete scomodo – il Pd e Leu – per fare squadra, per costruire un’alternativa credibile al centrodestra. 

Draghi o non Draghi? Questo è il problema

Certo, con Draghi presidente della Repubblica potrebbe consolidarsi la tendenza “bonapartista” e presidenzialista tipica del declino delle democrazie, e molto cara alla destra (che però, almeno per il momento, sembra non voglia saperne di Draghi, preferendo tenerlo fermo alla casella in cui si trova adesso). Ma la questione è: con un Draghi presidente del Consiglio fino al termine della legislatura, questa prospettiva negativa non sarebbe addirittura rafforzata? Se ci si pensa su un attimo, infatti, il rischio maggiore è di trovarsi dinanzi a una “grande coalizione” pressoché in eterno. Il blocco borghese del Nord del Paese nutre una vera e propria passione per Draghi, per le sue connessioni internazionali, e così via, come dimostrano del resto gli atteggiamenti della Confindustria e della Lega (in particolare nella versione Giorgetti). Perciò, con elezioni in vista l’anno prossimo, e soprattutto in mancanza di una seria riforma della legge elettorale, non può essere affatto esclusa una prosecuzione del governo Draghi, e quindi del soporifero “draghismo di governo” del Pd.

Un passaggio del Super-Mario al Quirinale – che, ricordiamolo, ha un’importante funzione di garanzia nel nostro ordinamento, ed è un freno al possibile debordare degli esecutivi verso un “direttismo” del tutto estraneo allo spirito di una Repubblica parlamentare come la nostra – lo collocherebbe in un alveo che proteggerebbe noi (e anche lui) da qualsiasi tentativo di tirarlo per la giacca verso forme più o meno larvate di presidenzialismo, di premierato forte, che tutto sommato non sarebbero neppure nelle sue corde di compassato “nonno” delle istituzioni, come lui stesso si è definito.

Berlusconi horror

Il volto tirato da un lifting in stile plastica facciale – quando erano solo i gangster che andavano a cambiarsi i connotati in Brasile –, i capelli dipinti sul cranio con un fondotinta a nascondere una calvizie mai accettata e coperta da un’estetizzazione mortuaria, un’aria di disfacimento generale dovuto all’età e alla vita di malaffare: questo è Silvio Berlusconi oggi, il rampante giovane imprenditore milanese socio della P2 e amico di Craxi negli anni Settanta e Ottanta. La sua vista “fa venire lo choc”, come recitava una canzoncina della “tv dei ragazzi” di tanto tempo fa. E a incontrarlo di notte uno così, in un luogo poco illuminato, c’è da restare secchi.

Del resto Berlusconi non è mai stato quella semplice “via italiana al neoliberismo” di cui ha scritto di recente Ida Dominijanni. Magari fosse stato questo. Non avrebbe segnato la vita nazionale, come invece ha fatto, con la corruzione, l’intrigo, il disprezzo di qualsiasi regola. Per cercare dei personaggi di un liberismo “all’italiana” – dal volto umano, diciamo–, bisogna guardare ai Prodi e ai D’Alema, agli emuli di Blair artefici delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. È stata una iattura nostrana, quella di avere una situazione tutta ritorta verso destra, con una sinistra che diveniva liberale, e dei liberali – cioè presunti tali – che imboccavano la strada del populismo, della disintermediazione dei poteri, dell’azienda che si faceva ipso facto partito, dello spettacolo che prendeva il posto della discussione pubblica. Il più autentico successore di Berlusconi è Trump: il suo laboratorio ha fatto scuola fin negli Stati Uniti.

Il Risiko del premier e del candidato alla presidenza della Repubblica

Mario Draghi ha deciso di rischiare. Rischia sulla riapertura delle scuole, sulla sua candidatura al Quirinale, sulla permanenza alla presidenza del Consiglio (su questo punto rischierebbe di meno, se volesse rimanerci). I suoi nemici invisibili sono i contagi della variante Omicron. Quelli visibili si annidano a destra, perché Salvini e Meloni (oltre all’autocandidato Berlusconi) vorrebbero eleggere un loro pupillo.

Come al solito sicuro di sé, pragmatico, freddo nell’esposizione delle repliche nella conferenza stampa che lunedì pomeriggio serviva a spiegare gli ultimi provvedimenti in materia di Covid-19, con l’unica autocritica del tardivo incontro con i giornalisti (conferenza “atto riparatore” ha detto). Con stile assai discutibile, trattandosi pur sempre di una conferenza stampa, è poi venuta da Draghi la ferma richiesta di non rispondere ai quesiti sul suo possibile futuro al Quirinale, insieme con il diniego di non chiarire se nel prossimo futuro permarrà o meno nel ruolo di premier. Non si è infatti sciolto il rebus su chi sarà il prossimo inquilino del Colle. Anche se, allo stato attuale, l’ipotesi più accreditata resta quella che vede Draghi avere l’identikit giusto per occupare il ruolo, perché tra l’altro Mattarella non ha intenzione di offrire un replay nonostante le insistenze del Pd di questi giorni (pur sempre il suo partito) che lo mettono a disagio non poco.

Quirinale, Renzi cerca di convincere il centrodestra

Marcello Pera (ex presidente del Senato, filosofo già legato a Lucio Colletti) o Maria Elisabetta Casellati (attuale presidente del Senato) o Letizia Moratti (ex...

Berlusconi al Quirinale, una “boutade” da seguire attentamente

Sembra una boutade a giorni alterni. Davvero il Cavaliere aspira al Quirinale? Davvero mancano una ventina di voti per raggiungere l’obiettivo? E i grandi elettori sono a maggioranza un suo esercito? Da non credere che il politico, pregiudicato, imprenditore, piduista, speculatore, affarista, frequentatore di prostitute più divisivo della storia dell’Italia repubblicana, aspiri a rappresentare il Paese nato dalla Resistenza.

E, dunque, sembra davvero una boutade. È vero che Silvio Berlusconi si ritiene l’“Immortale”, che con un suo amico medico napoletano trapiantato a Catania, “scambista”, Umberto Scapagnini, sul finire del secolo scorso, fece da cavia ingurgitando mix di farmaci che riteneva che magicamente si trasformassero in un elisir di lunga vita. Ma davvero il Quirinale potrebbe trasformarsi in una sala per i “bunga bunga”? C’è qualcosa che non torna.