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Berlusconi horror

17 Gennaio 2022 Rino Genovese  2296

Il volto tirato da un lifting in stile plastica facciale – quando erano solo i gangster che andavano a cambiarsi i connotati in Brasile –, i capelli dipinti sul cranio con un fondotinta a nascondere una calvizie mai accettata e coperta da un’estetizzazione mortuaria, un’aria di disfacimento generale dovuto all’età e alla vita di malaffare: questo è Silvio Berlusconi oggi, il rampante giovane imprenditore milanese socio della P2 e amico di Craxi negli anni Settanta e Ottanta. La sua vista “fa venire lo choc”, come recitava una canzoncina della “tv dei ragazzi” di tanto tempo fa. E a incontrarlo di notte uno così, in un luogo poco illuminato, c’è da restare secchi.

Del resto Berlusconi non è mai stato quella semplice “via italiana al neoliberismo” di cui ha scritto di recente Ida Dominijanni. Magari fosse stato questo. Non avrebbe segnato la vita nazionale, come invece ha fatto, con la corruzione, l’intrigo, il disprezzo di qualsiasi regola. Per cercare dei personaggi di un liberismo “all’italiana” – dal volto umano, diciamo –, bisogna guardare ai Prodi e ai D’Alema, agli emuli di Blair artefici delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. È stata una iattura nostrana, quella di avere una situazione tutta ritorta verso destra, con una sinistra che diveniva liberale, e dei liberali – cioè presunti tali – che imboccavano la strada del populismo, della disintermediazione dei poteri, dell’azienda che si faceva ipso facto partito, dello spettacolo che prendeva il posto della discussione pubblica. Il più autentico successore di Berlusconi è Trump: il suo laboratorio ha fatto scuola fin negli Stati Uniti.

Ma Berlusconi non viene dal nulla. Non per quanto riguarda i soldi (che probabilmente all’inizio si è fatto prestare dalla mafia), ma soprattutto non per ciò che attiene alla politica. Il suo mentore e poi ispiratore è stato Craxi (che da presidente del Consiglio arrivò a fabbricargli ad hoc un decreto salva-azienda). L’inventore del “partito personale” – con la distruzione sistematica del sistema delle correnti, croce e delizia da sempre del più antico partito italiano, quello socialista – fu il Cinghialone, come lo chiamavano i giornalisti malevoli. Ma se Craxi si era votato a rendere personale, fino ad asfissiarlo rendendolo incapace di ricambio, un organismo che non lo era affatto, Berlusconi il partito se lo è inventato da un giorno all’altro ex novo, con i suoi yesmen e le sue yeswomen. Se Craxi era “politica più affari” (in lui viveva ancora qualcosa della politique d’abord di Pietro Nenni), Berlusconi è stato “affari più politica”.

Con la corruzione spinta fino all’acquisto dei giudici e soprattutto alla compravendita dei parlamentari, egli ha portato un danno pressoché irrimediabile alla credibilità delle istituzioni democratiche, già scossa da una sfiducia prodotta da un’antica tradizione di rapporti clientelari e dall’attività condizionante delle lobby economiche. Se oggi può apparire un problema più la democrazia che la “questione sociale”, è perché il berlusconismo ha modificato in profondità l’agenda politica, facendo delle stesse procedure di costruzione delle decisioni collettivamente vincolanti qualcosa da salvare non dal semplice condizionamento esterno, ma da un’occupazione snaturante. Se ci fossero stati un liberalismo e un conservatorismo aperti dinanzi a loro, probabilmente le forze di un preteso rinnovamento non avrebbero dato vita al qualunquismo antistituzionale grillino – speculare al berlusconismo anche per l’azienda di riferimento preposta alla sua nascita (quella di Casaleggio), e rifluito poi su un centrismo analogo a quello del Pd. A conferma della potenza del complesso propagandistico-commerciale-politico, messo su da Berlusconi con le proprie aziende e il suo pseudo-partito, c’è il fatto, d’altronde, che nemmeno un grillismo elettoralmente trionfante abbia potuto nulla contro il “conflitto d’interessi” che deturpa la democrazia italiana, e in effetti facilmente risolvibile con una legge che impedisse a un imprenditore dei mass media, peraltro detentore di concessioni pubbliche, di fare politica.

Al momento può ancora sembrare una boutade, come ha scritto già il primo novembre scorso il nostro Guido Ruotolo, la candidatura di Berlusconi alla presidenza della Repubblica; ma se lo è, si tratta di umorismo nero. La circostanza che la destra italiana possa candidarlo ufficialmente la dice lunga su una miseria che riguarda quella parte politica, e però si proietta come un’ombra su tutti noi.

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TagsBerlusconi berlusconismo Bettino Craxi Costituzione partito-azienda quirinale Rino Genovese

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