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Home » Editoriale » Il discorso di Putin: la montagna ha partorito il topolino

Il discorso di Putin: la montagna ha partorito il topolino

9 Maggio 2022 Michele Mezza  1520

Il 9 maggio si era caricato di attese messianiche: eravamo alla vigilia dell’Armageddon. Si attendevano le parole del capo del Cremlino come un giudizio divino. Ci si chiedeva: come reagirà ai colpi subiti e come uscirà dall’angolo? Putin ha risposto che rimane nell’angolo in cui si è cacciato, prolungando il suo nuovo posizionamento antioccidentale, di aspirante leader di un fronte orientale che dovrebbe, prima o poi, contendere allo schieramento della Nato l’egemonia sul mondo. Ma nel frattempo vola basso.

Il presidente russo, con uno stringato e scialbo discorso, dinanzi a una piazza muta e circondato dalle cariatidi del suo regime in grande spolvero di divise e medaglie, non ha risposto agli interrogativi che angosciavano le cancellerie europee. Ha tentato di giustificare la sua mossa, la sua “operazione militare speciale” – formula che sembra archiviata, dato che lui stesso non l’ha mai citata –, con la strampalata minaccia di un’invasione della Russia minacciata dalle forze occidentali. Una specie di replica di Operazione Barbarossa, con cui Hitler aggredì l’Urss nel giugno del 1941. Pur senza richiamare minimamente la memoria sovietica, Putin ha giocato continuamente sul parallelismo, facendo intendere che l’attacco all’Ucraina sia stata una mossa difensiva; anzi, come l’ha definita, un’azione preventiva, accreditando, forse per la prima volta nel gergo strategico, il diritto ad attaccare con tutti i mezzi qualora si percepisca il rischio di essere bersaglio di un’operazione aggressiva imminente.

Questo è stato l’unico tema di una qualche rilevanza per la scena internazionale. Il resto del discorso è ripiegato in una retorica celebrazione del sacrificio russo, con un richiamo non certo scontato alle vittime e ai feriti, che hanno costretto i settori sanitari dell’esercito a un impegno straordinario – ha detto Putin –, facendo così intendere che qualcosa non va secondo le previsioni in Ucraina.

Il tutto condito con l’ossessivo motivo della “denazificazione” del mondo. Un argomento quanto mai contraddittorio se confrontato con un regime che in Russia sta esercitando una repressione feroce nei confronti dei partiti di opposizione o delle organizzazioni sociali e sindacali, e soprattutto dei giornalisti, colpiti metodicamente dagli apparati di sicurezza. Chi denazifica chi? Verrebbe da chiedere a questo leader palesemente stanco e in affanno, e soprattutto solo.

Accanto a lui, su un mausoleo di Lenin che ormai è solo una tribuna, senza valore simbolico o storico, solo comprimari militari ma nessuna figura di spicco: mancavano i vertici degli apparati della difesa come il ministro Shoigu, e il capo di stato maggiore Gerasimov, la cui assenza non può non essere legata alle voci di un attacco subito durante una sua ispezione al fronte. Assenti anche i collaboratori più stretti, come il suo vice Medvedev, o i consiglieri della sicurezza nazionale, oppure la governatrice della Banca nazionale russa Nabiullina, su cui si concentrano gli occhi di chi cerca un possibile sostituto di Putin. Sembra che, proprio per questo, il despota abbia voluto dire all’Occidente che non c’è alcuna possibilità di alternativa: dopo di lui il diluvio.

Debole anche l’impatto comunicativo sull’immaginario del mondo. Non vi è stato, da una parte, nessun tentativo di camuffarsi da erede del sovietismo, per mettere in qualche imbarazzo le forze politiche della sinistra europea e mondiale, così come, dall’altra, è anche mancata un’esibizione muscolare vera, con la presenza di armi senza limiti, come Putin disse qualche giorno fa, per minacciare l’Europa.

Da questa cerimonia si comprende la difficoltà del regime, la sconfitta clamorosa della prima strategia militare pensata e messa in atto, l’impasse che ora si profila in una guerra di posizione, per cui il paese non sembra avere né energie né, tanto meno, le motivazioni.

Tocca ora all’Occidente replicare e riprendere la scena. Come si risponde al fallimento di Putin? Ora non si può più tergiversare. Bisogna spiegare bene al mondo quale sia la bussola: cosa si intende per vittoria in Ucraina, come si pensa di imbastire una soluzione diplomatica, come si mette in campo una strategia di sicurezza globale, che tolga dal tavolo alibi e ambiguità assicurando i confini di tutti.

L’incontro di domani del presidente del consiglio italiano Draghi con il presidente Biden a Washington è una straordinaria opportunità per aprire, finalmente, una porta diplomatica. Biden e l’America hanno avuto la conferma che Putin non vincerà. L’Europa può ora diventare il motore di una nuova Helsinki, in cui si stabilizzino le condizioni di sicurezza continentale. L’Ucraina deve poter capitalizzare la sua resistenza, chiudendo il contenzioso sul Donbass con una proposta complessiva di neutralità e di federalizzazione molto elastica.

Poi tocca anche alla politica entrare in campo. Il discorso di Putin potrebbe essere considerato la morte della geopolitica, di quella tecnica fredda e asettica in cui l’equilibrio degli Stati prescinde dalle gerarchie e relazioni sociali. Ora bisogna che la sinistra europea, quello che ne rimane, possa invece riaprire quell’orizzonte entro il quale le relazioni internazionali non siano avulse e separate dal conflitto sociale interno. La pace si costruisce con un equilibrio sociale nuovo, con una diversa distribuzione di risorse e opportunità, che tolga spazio al sovranismo putiniano e rimetta al centro una visione della democrazia come ridistribuzione, e non cristallizzazione, dei poteri di partenza. Un modo per ricordare, appunto, che quel mausoleo da cui parlava Putin non era una tribuna ma una straordinaria memoria politica.

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Tags9 maggio diplomazia discorso 9 maggio Joe Biden Mario Draghi Michele Mezza Vladimir Putin

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