Marzo 2011: in Siria andava in scena una delle tante “primavere arabe” che fecero sperare (in particolare il presidente statunitense di allora, Barack Obama) in una svolta democratica e filoatlantica dei Paesi arabi. Ma così non fu. E Damasco rappresenta plasticamente l’evidenza di quel fallimento. In luogo della democrazia, come richiedevano i manifestanti scesi in piazza, esplose una guerra civile che continua tuttora, e che vide il Paese mediorientale – la cui economia è in evidente quanto prevedibile stato di collasso –, diviso, allora come oggi, in tre zone o parti: quella tenuta da un gruppo legato ad al-Qaida, che controlla la provincia nord-occidentale, più o meno sostenuto dalla Turchia (forze, queste, che emarginarono rapidamente i settori democratici e laici della protesta); i curdo-siriani – sostenuti in una prima fase dagli Stati Uniti, salvo poi essere abbandonati al loro destino –, che controllano circa un quarto del Paese nel Nord-est; e infine tutto il resto, nelle mani del presidente Bashar al-Assad – figlio di Hafiz, storico leader e dittatore del partito Ba’th –, un’area geografica in cui si sono svolte lo scorso anno elezioni definite “farsa” dall’Occidente, naturalmente stravinte dal capo dello Stato con il 95% dei voti.

Si tratta di uno scenario rimasto negli anni sostanzialmente immutato, al quale però bisogna aggiungere due elementi: da un lato, come rende noto il quotidiano “Al-Monitor”, il rinnovato protagonismo dell’Isis (il gruppo islamista radicale denominato Stato islamico), malgrado la sconfitta del 2019; e, dall’altro, l’intensificarsi delle attività diplomatiche di Damasco. Il primo elemento si va delineando in quanto l’esercito dello Stato islamico sta approfittando dell’impegno della Russia – storica alleata di Assad – in Ucraina, provocando vittime tra i siriani, come segnala la stessa agenzia di stampa governativa Sana. Un conflitto che va trasformando la Siria in una sorta di Afghanistan mediorientale. Secondo le ricerche del Global Peace Index, dal 2016 al 2018, la guerra ha trasformato la Siria nel Paese più violento del mondo. Si sono registrati oltre 570.000 morti e 7,6 milioni di sfollati interni, oltre a cinque milioni di rifugiati arrivati in prevalenza in Libano, Turchia e in Europa, Germania in testa. Dati resi noti dall’Unhcr, l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, rendendo così difficile anche la valutazione della popolazione negli ultimi anni.

Di fronte a questo quadro fatto di persistente instabilità e violenza – ecco il secondo elemento –, Assad si sta muovendo a tutto campo per allargare il sostegno finora garantito solo dalla Russia e dall’Iran. Con Teheran, i rapporti sono sempre stati buoni, rinsaldati in occasione dell’ultimo incontro a Damasco del 23 marzo scorso tra i ministri degli Esteri dei due Paesi, rispettivamente l’iraniano Hossein Amirabdollahian e il siriano Faisal Mekdad. Nel corso dell’incontro è stato ribadito il sostegno alla Russia di Putin, per quanto riguarda il conflitto con l’Ucraina. Secondo quanto riportato dal “Washington Post”, citando l’agenzia Sana, “l’equilibrio internazionale – hanno detto i ministri con riferimento alla Nato – non dovrebbe essere soggetto a pericolosi shock attraverso i quali i Paesi occidentali minacciano la pace e la sicurezza internazionale”. Va ricordato che, in sede Onu, sulle sanzioni alla Russia, Damasco ha votato contro mentre l’Iran si è astenuto.

Ma il punto saliente e interessante dell’attività diplomatica siriana riguarda il riavvicinamento agli Emirati arabi uniti, che si è concretizzato in due visite di Assad a Dubai. Uno scenario nuovo, anche se gli Emirati avevano già riaperto la propria ambasciata a Damasco nel 2018, visto favorevolmente da Teheran. “Siamo soddisfatti – ha detto il capo della diplomazia iraniana – di ciò che alcuni Paesi arabi stanno facendo, normalizzando le relazioni con la Siria”.

Naturalmente questo riavvicinamento, tra Damasco e Abu Dhabi, non è piaciuto agli Stati Uniti, storici alleati dei Paesi del Golfo. Negli ultimi cinque mesi, la Casa Bianca si è sentita in dovere di richiamare all’ordine gli Emirati proprio per questo avvicinamento con Damasco, esprimendo, riguardo al cambiamento di rotta, “profonda delusione”. Si tratta, se avrà un seguito, di una svolta importante, visto che proprio da quei Paesi, normalmente amici dell’Occidente, sono arrivati i maggiori sostegni alle opposizioni siriane al regime assadista, anche a quelle più radicali.

Perché si sta ridefinendo il quadro geopolitico della regione con una inedita apertura a quelli che una volta potevano essere definiti nemici indiscussi? Una delle spiegazioni riguarda lo sdoganamento ormai totale, da parte occidentale, dei regimi autoritari del Golfo,divenuti sede delle manifestazioni mondiali più prestigiose. Dai mondiali di calcio nel Qatar, alla candidatura dei sauditi per il prossimo Expo, fino a quello attuale in corso proprio negli Emirati, senza dimenticare un turismo in costante aumento, favorito anche dalla relativa tranquillità di quei luoghi. Ed è proprio per questo che Abu Dhabi vuole ricavarsi un ruolo centrale nella regione, cercando di coniugare la politica filoamericana con una propria autonomia, resa visibile appunto dagli incontri con Assad.

Insomma, con tutta evidenza, causa la crisi russo-ucraina, il quadro geopolitico mondiale sarà totalmente ridefinito: gli Emirati non vogliono quindi trovarsi impreparati, visto che anche il presidente Biden ha, sia pure a fasi alterne, rallentato la vendita di armi nel Golfo, sulla base di una rinnovata attenzione ai diritti umani da parte della Casa Bianca. Per Washington, non è proprio semplice accettare questa nuova alleanza tra Emirati e Siria. Ma c’è di più. I sette emirati, come gli altri Paesi dell’area nemici storici dell’Iran, vorrebbero allontanare Damasco da Teheran, aprendo contemporaneamente a un dialogo con la Cina e con la stessa Russia, in particolare sul tema del petrolio.

Assad può essere ottimista anche su un altro fronte. Secondo informazioni provenienti dalla prestigiosa testata qatarina “Al-Jazeera”, e riportate dal sito “Sicurezza internazionale”, la visita coinciderebbe con l’apertura di più Paesi arabi nei confronti della Siria. Tra questi, la Giordania e il Libano, favorevoli a un rilancio dei legami con Assad; Amman e Beirut, inoltre, stanno spingendo gli stessi Stati Uniti ad allentare la pressione nei riguardi di Damasco, al fine di rafforzare complessivamente il commercio nella regione. Va ricordato che la Siria era stata espulsa dai ventidue membri della Lega araba e boicottata dai Paesi vicini dopo lo scoppio del conflitto. Insomma, non sono più solo gli Stati Uniti a farla da padrone in Medio Oriente. Non si sa ancora come andrà a finire il conflitto tra Mosca e Kiev. Ma queste novità diplomatiche, da un lato, e il protagonismo di una superpotenza come la Cina (e di alcuni attori minori, ma con ambizioni importanti, come la Turchia), dall’altro, stanno ridefinendo un quadro mondiale al cui interno la Siria di Assad potrebbe trovare sostegni impensabili.