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Se il fisco ama i ricchi

30 Marzo 2022 Paolo Barbieri  2077

Ignazio La Russa, esponente di primo piano di Fratelli d’Italia – e storico dirigente prima del Movimento sociale italiano, poi di Alleanza nazionale –, ha proposto recentemente di prelevare dal reddito di cittadinanza (provvedimento con molti detrattori, ne parlammo qui) le risorse finanziarie per l’incremento delle spese militari. Un limpido e coerente manifesto politico-sociale, che nel panorama italiano attuale rischia di trovare adesioni molto oltre i confini della destra postfascista. Una nuova, buona motivazione per non perdere di vista il tema cruciale delle disuguaglianze e degli assetti sociali reali della società italiana, travolti come siamo da un dibattito pubblico monopolizzato dalla violenza materiale della guerra e da quella virtuale, ma non meno pericolosa, della retorica bellicista.

Può essere di una qualche utilità, quindi, segnalare il lavoro di ricerca illustrato recentemente sul sito “lavoce.info” da Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro. Il titolo – “Sistema fiscale: la progressività è poca e mal distribuita” – descrive con chiarezza la tesi degli autori e giustifica, ci pare, il nostro interesse. Abbiamo più volte ricordato anche noi (fra l’altro qui e qui) come i governi che si sono succeduti abbiano costantemente lavorato per spuntare gli artigli della progressività fiscale, prescritta dall’articolo 53 della Costituzione, riducendo, nel corso di poco meno di mezzo secolo, da trentadue scaglioni a cinque (con Draghi si andrà a quattro) le aliquote Irpef e abbassando drasticamente il tetto di quella più alta, passata da 600 milioni di lire a 75mila euro, nominalmente un quarto, ma in termini di potere d’acquisto reale la differenza è ancor più spiccata.

In questo frangente storico, è impossibile non ricordare che una delle giustificazioni politiche di tale lento – ma inesorabile – stravolgimento dell’indirizzo costituzionale è stata la teoria secondo la quale le ricchezze, nel mondo della globalizzazione, sono inafferrabili e bisogna tassarle a un livello che non le induca alla fuga. Facile ribattere che la vicenda delle recenti sanzioni contro la Banca centrale, le imprese e gli “oligarchi” russi, ha ridicolizzato l’idea che non si possano perseguire l’elusione e l’evasione su vasta scala, confiscare ricchezze di dubbia origine, né lottare contro i paradisi fiscali.

Ma cosa viene documentato nello studio pubblicizzato su “lavoce.info”? Secondo i firmatari del lavoro, limitarsi a discutere di scaglioni Irpef nasconde l’estensione della disuguaglianza alimentata dal sistema fiscale. Gli autori precisano di avere stimato, combinando diverse fonti di dati, “la distribuzione di Irpef, Irap, Imu, imposte di bollo, imposte su interessi, dividendi e su tutte le transazioni finanziarie inclusa la Tobin tax, imposte su consumi, contributi sociali, e ulteriori imposte minori”. Più nel dettaglio, si legge nell’articolo che sintetizza i risultati della ricerca, “calcolando l’aliquota effettiva come il rapporto tra il totale dei prelievi, e la somma dei redditi da lavoro, capitale, pensioni e contributi sociali, le nostre stime mostrano che il sistema fiscale italiano è solo blandamente progressivo, con aliquote che variano tra circa il 40% del reddito individuale per le fasce più povere dell’intera popolazione adulta (includendo quindi incapienti, disoccupati e altri), con redditi fino a 25mila euro annui, e poco oltre il 50% per gli individui con redditi oltre i 65mila euro. Tuttavia, il sistema diventa addirittura regressivo per il 5% dei contribuenti più ricchi della distribuzione del reddito. Superati i 90mila euro, infatti, l’aliquota effettiva inizia a ridursi, scendendo fino al 36% per il top 0,1%, che guadagna redditi medi annui oltre il milione di euro”.

L’articolo individua tre fattori principali che determinano il regime di sostanziale favore che lo Stato italiano, cioè noi, garantisce ai super-ricchi: “L’effettiva regressività dell’Iva, che grava meno sui contribuenti abbienti con risparmi più elevati; il minor peso dei contributi sociali per i redditi superiori ai 100mila euro; la maggiore rilevanza, per i contribuenti più ricchi, delle rendite finanziarie e dei redditi da locazioni immobiliari tassate con aliquote proporzionali variabili tra il 10% (applicabile ai canoni di locazione concordati) e il 26% (applicabile alla maggior parte dei redditi da capitale)”.

La conclusione programmatica della ricerca (l’articolo originale e i curricula degli autori qui) merita anch’essa una citazione: “Il nostro lavoro conferma che se si vuole aumentare in misura significativa la progressività del sistema fiscale italiano occorre aumentare i livelli di tassazione effettiva dei redditi da capitale, mobiliare e immobiliare, e ridurre contemporaneamente le aliquote effettive applicate ai redditi da lavoro e da pensione”.

In un Paese in cui esistesse una chiara distinzione fra una destra e una sinistra, non avremmo dubbi su quali forze potrebbero trasformare tali proposte in azione politica concreta. In Italia, l’orizzonte appare decisamente meno limpido; ma forse non è un motivo sufficiente per consegnare rassegnati l’esito di questa ricerca all’archivio delle buone intenzioni.

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TagsAlessandro Santoro Andrea Roventini Costituzione Demetrio Guzzardi Elisa Palagi fisco Ignazio La Russa irpef lavoce.info Paolo Barbieri ricchi

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