Diplomazia è parola di origine greca che ha la stessa radice di doppiezza. Nel G20 appena concluso a Roma di diplomazia, ovvero di doppiezza, se n’è vista molta. Tutti i 20 “Grandi”, capi di Stato e di governo (più i vari invitati), erano vestiti molto appropriatamente, ciascuno nella foggia del suo paese. A tavola, al fastoso ricevimento del Quirinale, si sono comportati con grande educazione, usando coltelli e forchette invece delle mani, e masticando a bocca chiusa. Sorridevano, parlavano a bassa voce e non mostravano i pugni né digrignavano i denti quando il commensale di destra o di sinistra diceva qualcosa a loro sgradito.

Il giorno dopo, mentre le rispettive signore (e alcuni signori) sorseggiavano il tè parlando del ruolo delle donne nella società, i 20 “Grandi” come ordinari turisti si recavano alla fontana di Trevi a gettare le monetine: una chiara manifestazione della loro grandezza al di sopra della legge, dal momento che da diversi anni il Comune di Roma ha proibito al “popolo minuto” di gettare alcunché nella fontana per non danneggiare lo storico monumento. Va detto che comunque nessuno di loro si è spogliato né ha fatto il bagno, a ulteriore riprova delle loro buone maniere.

Questo è il bello della diplomazia! Si parla, educatamente, solo di cose gradite all’interlocutore e si tace su tutto il resto. Il brasiliano Jair Bolsonaro, per esempio, non ha raccontato la sua soddisfazione per la campagna di sterminio da lui ordinata nei confronti dei giovani delle favelas, drogati o meno, che sta ripulendo il Paese dagli individui pericolosi o indesiderati. L’indiano Narendra Modi, con la sua aria da bonario nonnetto, ha taciuto sulla persecuzione dei musulmani e sulla condiscendenza da lui mostrata nei confronti dei nazionalisti indù, cui il suo governo consente di sfogarsi assaltando comunità e luoghi religiosi dei non indù. Il saudita Salman bin Abdulaziz (che ha opportunamente evitato di portare con sé il più sanguinario nipote bin Salman) non ha fatto parola della sgradevole, ma necessaria, guerra contro gli Huthi del vicino Yemen, che ha provocato (e provoca ogni giorno) centinaia di migliaia di morti, distruzioni e carestia; inoltre, anche lui persona educata, non ha menzionato l’ultima lapidazione, in ordine di tempo, di una signora macchiatasi del grave crimine di adulterio.

Anche il turco Recep Erdogan, con la sua aria da vecchio zio un po’ brontolone ma in fondo buono, non ha proferito parola sulle decine di migliaia di oppositori politici incarcerati e torturati nelle sue prigioni, né sulle stragi perpetrate dall’esercito su suo ordine nei villaggi curdi in nome della guerra al terrorismo e della difesa dell’identità nazionale. E se Vladimir Putin e Xi Jinping fossero stati presenti fisicamente, invece che in videoconferenza, sicuramente non avrebbero avuto il cattivo gusto di ricordare come in Russia si mettano in carcere e si avvelenino i giornalisti che parlano male del governo, o come in Cina vengano rieducati in appositi campi di concentramento milioni di musulmani e tibetani per farli diventare buoni e ubbidienti cinesi Han.

Il presidente Biden, che ha opportunamente reiterato l’impegno degli Stati Uniti – da sempre faro di democrazia! – per i diritti umani, ha evitato di menzionare il dettaglio del razzismo endemico nel suo paese, degli abusi della polizia o dell’assalto al congresso di Washington perpetrato da facinorosi con la connivenza di un ex presidente. In ogni caso, essendosi di recente ritirato dall’Afghanistan, non aveva motivo di parlare dell’ultima strage di bambini eseguita in quel Paese con un precisissimo drone contro un’intera famiglia afghana.

Nessuno dei presenti ha avuto il cattivo gusto di ricordare all’altro che ai rispettivi confini premono milioni di migranti che cercano un futuro migliore in quelli che, dopotutto, sono i 20 paesi più ricchi del mondo che insieme rappresentano il 90% del Pil mondiale. Né di congratularsi vicendevolmente per come questi disgraziati vengono fermati alle frontiere di mare lasciandoli affogare, e alle frontiere di terra respingendoli con barriere di filo spinato e muri, con cani da guardia e poliziotti a cavallo, con idranti e scudisciate e all’occorrenza pallottole; di come quelli che riescono a entrare vengano poi rinchiusi in campi di concentramento per essere rimandati indietro e solo pochi fortunati siano accolti non sapendo il futuro di discriminazione che li attende.

No, i 20 “Grandi” capi di Stato e di governo (più gli invitati) non hanno parlato di queste cose sgradevoli che avrebbero messo in cattiva luce se stessi e in imbarazzo gli interlocutori. Al contrario, nei colloqui personali hanno dato prova di straordinaria cortesia glissando sulle parole grosse che erano state dette nei giorni e settimane precedenti. Il presidente del consiglio Draghi, per esempio, non ha ricordato a Erdogan che è un dittatore, e Erdogan non ha minacciato gli europei di spedirgli qualche milione di afghani se non gli manderanno alcuni miliardi di euro come riscatto.

Per fare solo un altro esempio, poiché la lista completa sarebbe molto lunga, il francese Macron ha mostrato grande amabilità nei confronti dell’australiano Morrison e soprattutto dell’americano Biden e dell’inglese Johnson, che nei giorni scorsi gli avevano scippato un lucroso contratto d’armi. Una stretta di mano, un sorriso, e via, tutto superato!

Quanto ai popoli della terra che non hanno la fortuna di fare parte del G20, potranno trovare conforto nelle parole di questa ninna nanna scritta – si ritiene per l’occasione – da un grande poeta romano:

Fa la ninna, cocco bello,
finché dura sto macello:
fa la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
(Trilussa)

Insomma, ancora una volta, a Roma la diplomazia ha trionfato.