Il nuovo primo ministro norvegese è il laburista Jonas Gahr Støre, rimasto otto anni all’opposizione e ritornato al governo, nell’ottobre scorso, in una coalizione con i centristi. In Germania, Olaf Scholz, candidato della Spd alla cancelleria, si appresta a dar vita a un esecutivo con i verdi e i liberali dopo un lungo periodo di collaborazione governativa con i conservatori. Ce n’è abbastanza per poter parlare di un ritorno della socialdemocrazia nel nord Europa, considerando che anche Danimarca, Svezia e Finlandia hanno premier socialdemocratici?

Sì e no. Anzitutto va considerata la circostanza che questi partiti non hanno più le altissime percentuali di un tempo. Quando va bene, arrivano intorno al 25%, e sono spinti ad alleanze con formazioni collocate alla loro destra. Soltanto nell’Europa meridionale i socialisti sono al governo con alleanze di sinistra, in Spagna soprattutto e in Portogallo, dove tuttavia si è appena aperta una crisi politica e c’è il rischio concreto di elezioni anticipate. Di un “ritorno ai fondamentali”, però, si può parlare: perché è ormai alle spalle la brutta stortura degli anni Novanta del Novecento, quando ovunque in Europa sembrava che la socialdemocrazia avesse definitivamente smarrito se stessa con la strategia centrista della “terza via” di Blair, oggi finita nel dimenticatoio o riproposta da qualche ceffo di cui c’è esempio unicamente nel nostro Paese.

Ritorno ai fondamentali vuol dire essenzialmente Stato sociale. In un’intervista rilasciata di recente al quotidiano “Le Monde”, il premier norvegese, dopo aver ricordato che la sua campagna elettorale e quella di Scholz in Germania si sono svolte in parallelo, sostiene che “l’identità dei nostri partiti consiste nel difendere gli interessi dei lavoratori – degli operai, dei salariati, delle persone dai redditi modesti”. E aggiunge: “La retorica di destra che consiste nel dire che le privatizzazioni e l’indietreggiamento del settore pubblico costituiscono una gestione moderna non è la buona risposta. Il pensiero liberale che predica meno Stato e più privatizzazioni è una via pericolosa, perché contribuisce alle ineguaglianze e mette in causa il contratto sociale”.

Restano comunque non pochi punti interrogativi. Con questo pur indispensabile riallacciarsi alla propria tradizione, la socialdemocrazia europea saprà anche rinnovarsi? La Norvegia, per esempio, deve gran parte della propria ricchezza alla estrazione di petrolio e di gas: riuscirà ad affrontare, in tempi relativamente brevi, la necessaria transizione ecologica? Come ripensare, alla luce delle questioni oggi sul tappeto, quella “società del benessere” che fu il sogno – o l’incubo per i critici del consumismo – della seconda metà del secolo scorso? E ancora – tema questo spinosissimo per i piccoli Paesi del nord Europa –, quale risposta stanno dando i socialdemocratici alla vicenda migratoria che farà del nostro continente, sempre più, il luogo di un’ibridazione culturale senza precedenti nella storia recente?

A queste domande non sembra che si possa rispondere rifacendosi al puro statalismo del passato. Che poggiava – occorre ricordarlo? – su basi strettamente nazionali, con una divisione del globo in sfere d’influenza tra due mega-Stati che garantivano un ordine mondiale pressoché assoluto. Fare come la Norvegia – che, restata fuori dall’Unione europea, si è messa a coltivare il proprio benessere sui proventi delle attività estrattive nel Mare del Nord – è qualcosa che appartiene al passato.

La scelta che sempre più chiaramente si profila davanti ai nostri occhi è quella di una progressiva integrazione sovranazionale (a cominciare dalle politiche fiscali, per esempio), spinta fino a una forma di federalismo europeo vero e proprio. Ritornando semplicemente sui propri passi, invece, la socialdemocrazia si porrebbe in un atteggiamento di chiusura. Che la Danimarca abbia firmato, con alcuni Paesi retti da governi reazionari, l’assurda richiesta all’Europa di finanziare la costruzione di muri e di cortine di filo spinato contro i migranti, è un fatto molto grave. E la dice lunga su un atteggiamento conservatore che vorrebbe difendere lo Stato sociale senza cambiarne i presupposti. Ma questo è impossibile. Non soltanto Stato sociale oggi non può che significare, tra l’altro, ripartizione a livello europeo delle quote dei migranti, e insieme politiche di accoglienza, ma soprattutto esso va intrecciato con un pluralismo associazionistico “dal basso” (anche nel senso di favorire lo sviluppo di un “privato sociale”) quasi sconosciuto alla socialdemocrazia del passato, che aveva il suo punto di riferimento privilegiato nel sindacato operaio.

Insomma la prospettiva di un socialismo possibile implica il superamento di quella che fu la socialdemocrazia reale. Il suo tempo è ora.