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Nicaragua, la rivoluzione è un ricordo del passato

Il prossimo 7 novembre il Paese andrà al voto in un clima oppressivo, fatto di arresti e intimidazioni nei confronti dei candidati che si oppongono al presidente Ortega e alla vicepresidente, sua moglie Rosario Maria Murillo

2 Novembre 2021 Vittorio Bonanni  1233

“Adiós muchachos”. È questo il titolo del libro appassionante di Sergio Ramírez, che racconta l’epopea nicaraguense del Fronte sandinista di liberazione nazionale. Quel gruppo di guerriglieri, del quale faceva parte lo stesso scrittore, che il 19 luglio del 1979 abbatté la dittatura di Anastasio Somoza e il cui antenato (i Somoza furono una vera e propria dinastia che governò il Paese per decenni) fu definito dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt “il nostro figlio di puttana”, utile a garantire gli interessi a stelle e a strisce nel patio tracero, il cortile di casa degli americani.

Malgrado alla guida del Paese ci siano ancora Daniel Ortega – che nel 1984 vinse le prime elezioni libere della storia del Nicaragua – e il Fronte sandinista, i due protagonisti della rivoluzione sono lontani anni luce da quel passato glorioso, da quel sogno che per alcuni anni riuscì a coniugare la rivoluzione con la democrazia parlamentare, malgrado il clima pesantissimo fatto di continui attacchi armati degli uomini della contra, finanziata dagli Stati Uniti, sostenitori inoltre di un pesante embargo economico.

Il prossimo 7 novembre il Paese andrà al voto in un clima oppressivo, fatto di arresti e intimidazioni nei confronti degli altri candidati che si oppongono a Ortega e a sua moglie Rosario Murillo, vicepresidente, così da rendere praticamente scontata la vittoria dell’ex guerrigliero che resterebbe inquilino del palazzo presidenziale per la quarta volta consecutiva. Una lunga serie di candidature rese possibili dall’approvazione, nel 2014, di alcuni emendamenti costituzionali che consentirono, e consentono ancora oggi, a Ortega di presentarsi per un numero infinito di volte.

Le modifiche furono approvate dall’Assemblea nazionale controllata di fatto dal Fronte. “Il piano – stigmatizza Ramírez – è quello di non andarsene mai più. La repressione è necessaria perché ormai nessuno segue più il suo progetto. L’unica forma per restare in sella è diffondere il terrore, colpendo personaggi di spicco per dare l’esempio”.

Dopo la sconfitta elettorale del 1990 – con la vittoria, sia pure di misura, della destra capeggiata da Violeta Chamorro –, alcuni autorevoli rappresentati del partito, che già avevano intuito la deriva che stava prendendo, uscirono creando, senza troppi consensi, il Movimento rinnovatore sandinista. Si trattava, tuttavia, di autorevoli protagonisti della rivoluzione la cui uscita non poteva non minare l’immagine dei sandinisti: da personaggi significativi come Carlos Fernando Chamorro, direttore del quotidiano “Barricada”, organo del Fronte, allo scomparso poeta Ernesto Cardenal, già ministro della Cultura, fino appunto a Ramírez, vicepresidente nel 1984, e a Dora Maria Téllez, già ministra della Salute durante il primo governo rivoluzionario.

Proprio questi ultimi due protagonisti della rivoluzione sono stati oggetto, in questi ultimi mesi che precedono le elezioni, di una vera e propria persecuzione. Per entrambi, come per altri, è scattato un mandato di cattura: Ramírez è fuggito in Spagna e l’ex guerrigliera è attualmente in carcere, insieme al compagno di lotta Hugo Torres e agli oppositori Ana Margarita Vigil, Swain Barahona e alla figlia dell’ex presidente Violeta, Cristiana Chamorro. Quest’ultima aveva fondato il partito Cittadini per la libertà, all’indomani della rivolta popolare del 2018, accreditato intorno al 20% dei consensi. Nel mirino anche il fratello Carlos Fernández che dirige la testata “Confidencial”, la cui redazione è stata devastata. È utile ricordare che entrambi i Chamorro sono figli di Pedro Joaquín Chamorro, già direttore de “La Prensa”, giornale di opposizione al regime di Somoza, ucciso durante la dittatura. La testata successivamente passò all’opposizione sostenuta da Washington e vicina alla contra.

Durante la sua lunga presidenza, Ortega è riuscito a stabilire buoni rapporti con il nemico storico della rivoluzione, il cardinale Obando Bravo, vietando l’aborto terapeutico in cambio del sostegno elettorale: una decisione che indignò le donne nicaraguensi, che avevano maturato una forte coscienza femminista negli anni della rivoluzione. E ha stipulato inoltre una discutibile alleanza con Arturo Cruz, rappresentante dell’oligarchia nicaraguense, da sempre nemica dei sandinisti, concedendo una forte riduzione delle tasse, salari molto bassi e una pace sociale che tornava utile a entrambi i soggetti in campo. Questo impressionante atteggiamento ha costretto migliaia di oppositori alla fuga verso il vicino Costarica.

La politica di Ortega e consorte è nel mirino di Amnesty International: “Mentre si annuncia la candidatura di Daniel Ortega – sostiene Erika Guevara Rosas, direttrice per le Americhe dell’organizzazione umanitaria – migliaia di vittime di violazioni dei diritti umani continuano ad aspettare giustizia per i crimini commessi dalle autorità nicaraguensi sotto il suo governo”. 

Oltre a questo scenario oppressivo, la popolazione deve fronteggiare una difficile crisi economica in controtendenza rispetto alla recente crescita del 5% registrata dal 2008 al 2016. Dopo Haiti, il Nicaragua è il Paese più povero del continente americano con il Pil pro-capite più basso e con il 29,6% dei nicaraguensi che vive sotto la soglia di povertà con soli 3,10 dollari al giorno. Con una popolazione particolarmente giovane è inevitabile che a farne le spese siano soprattutto bambini e ragazzi in età adolescenziale. Secondo dati riferiti dall’Unicef, nel Paese ci sono oltre due milioni di bambini in età scolare. “La metà di tutti i bambini e adolescenti – sostiene l’agenzia dell’Onu – sono poveri. Mezzo milione nella fascia di età tra i 3 e i 17 anni non rientra nel sistema educativo. Inoltre – sostengono sempre i funzionari dell’agenzia internazionale – la maggior parte vive nelle zone rurali, o sono poveri, indigeni o disabili”.

Le leggi sul lavoro approvate dal governo non sono sufficienti a limitare il lavoro minorile. Nel piccolo Paese centroamericano, già a 14 anni, si può lavorare restando nell’ambito della legalità, escludendo tuttavia i lavori più gravosi che si svolgono in ambienti pericolosi come le piantagioni di canna da zucchero, miniere o cave. Problematico anche l’accesso agli studi con la scuola dell’obbligo che si ferma a dodici anni, con solo il 65% dei bambini che riesce a completare la scuola primaria contro il 90% dei Paesi occidentali. Nelle regioni povere il dato è ancora più preoccupante, con solo il 58% dei bambini che ha completato la scuola secondaria.

Anche negli anni della rivoluzione la popolazione era povera, ma era stata protagonista di un processo di cambiamento che andava nella direzione di una vita migliore, nella quale si lavorava e si imparava a leggere e a scrivere. Ora il “Paese dei laghi e dei vulcani” è diventato un infermo. Nel 1984 lo scrittore argentino Julio Cortázar intitolò un suo appassionato lavoro “Nicaragua tan violentamente dulce”. Purtroppo di dolce lì non è rimasto più niente, e a regnare sono la violenza del regime e quella causata da un disagio sociale sempre più profondo.

Nella foto: Daniel Ortega e Rosario Murillo

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Archiviato inAmerica latina Articoli Dossier
TagsDaniel Ortega elezioni presidenziali Nicaragua Rosario Murillo Vittorio Bonanni

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