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Un pianeta presto arrostito?

Si è aperta ieri a Glasgow la conferenza COP26 delle Nazioni Unite sull’ambiente. Un incontro che si preannuncia come l’ultima speranza dopo l’impegno troppo vago con cui si è concluso il G20 di Roma

1 Novembre 2021 Agostino Petrillo  1373

“Manca un minuto a mezzanotte”, ha dichiarato ieri Boris Johnson, forse in un momento di resipiscenza dopo le conversazioni che il G20 ha dedicato alla questione del riscaldamento globale. Le giornate romane – secondo quanto riportato in una intervista che il premier inglese ha rilasciato al “Guardian” – non hanno rappresentato nient’altro che “una goccia in un oceano sempre più caldo” e non hanno prodotto se non un minimo passo avanti per quanto riguarda la questione ambientale.

Con queste premesse la conferenza COP26 delle Nazioni Unite sull’ambiente, aperta ieri a Glasgow, rischia seriamente di essere un fallimento. Sarebbe una tragedia, poiché si tratta di un incontro per molti versi decisivo. I dati sono ormai chiarissimi: se non si interviene energicamente sulle tendenze attuali, il riscaldamento globale è destinato a toccare i 2,7 gradi di aumento delle temperature prima di fine secolo. Dall’inizio della rivoluzione industriale, le temperature sono già salite di 1,1 gradi; e il raggiungimento dei 3 gradi equivarrebbe all’innescarsi di una catastrofe planetaria irreversibile. L’impegno uscito dal meeting di Roma – contenere le emissioni in modo da non superare 1,5 gradi entro un vago 2050 – appare troppo generico, ed è stato sottoscritto solo da dodici Paesi partecipanti, mentre altri hanno scelto addirittura la data del 2060 per il raggiungimento dell’obiettivo.

Alok Sharma, l’alto funzionario di Stato inglese che presiede il summit di Glasgow, ha parlato nel suo discorso di apertura di un “peggioramento generale delle condizioni del nostro mondo”, e ha sottolineato il peso schiacciante delle responsabilità e il “monito severo” per la politica che emergono dal rapporto redatto dagli scienziati dello Ipcc che sarà al centro della discussione (e di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo). Sharma ha proseguito ricordando che il rapporto, su cui concordano 195 paesi, cancella ogni residuo dubbio sul fatto che sia l’attività umana la causa del global warming. Ha rilanciato l’allarme sostenendo che “tutte le spie sul cruscotto sono accese sul rosso” e ha concluso enfaticamente  affermando che COP26 rappresenta “l’ultima speranza di poter contenere l’innalzamento entro 1,5 gradi”, e che “quel che Parigi ha promesso, sta a noi portarlo a termine”, alludendo ai primi accordi parigini del 2016.

In realtà lo stesso Sharma è stato contestato dagli ambientalisti che lo hanno accusato di essere un “ipocrita”, e dubbi sui risultati della conferenza sono stati espressi anche dal segretario dell’Onu, António Guterres, che ha affermato che la “finestra si sta chiudendo” e che Glasgow rischia di non essere quel punto di cesura da tempo auspicato. Certo è che l’assenza dal vertice dei massimi esponenti di Cina e Russia non depone a favore dell’esito positivo della conferenza. Né Putin né Xi Jinping saranno presenti. Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ha dichiarato che il suo Paese si atterrà al “ben calcolato obiettivo del raggiungimento della fuoriuscita dal carbone per il 2060”, confermando quando già sostenuto nel corso dell’incontro di Roma, in cui, a suo dire, “nessuno è riuscito a provare che il 2050 fosse una data assolutamente da sottoscrivere”.

La Cina – che fa la parte del leone nelle emissioni planetarie, con più di un quarto del totale – ha annunciato in un comunicato ufficiale, pochi giorni fa, che “i paesi sviluppati devono assumersi la loro responsabilità storica”, per cui limiterà il picco delle emissioni entro il 2030, e ha pianificato la fuoriuscita dal carbone per il 2060. Sono impegni che, pur rappresentando una novità, appaiono ancora troppo poco rispetto al rischio ventilato nel rapporto dello Ipcc di un innalzamento delle temperature di 1,5 gradi già per il 2030.

La tiepida adesione cinese al vertice ha suscitato la reazione americana: gli Stati Uniti, che sono il secondo paese come emissioni, hanno infatti criticato le scelte del governo cinese che non sarebbero abbastanza audaci da contenere per tempo il riscaldamento globale sotto i 2 gradi, e che appaiono troppo timide rispetto alla campagna animata in America, in prima persona dal presidente Joe Biden, che prevede per esempio la riduzione del metano del 30% entro il 2030. Sono rilievi certo fondati, anche se, come hanno rilevato alcuni commentatori, considerando il problema delle emissioni nel suo sviluppo storico, questi rimproveri possono essere considerati validi solo per gli ultimi anni: è stato infatti fatto notare che, per tutto il corso del Novecento, sono stati gli Stati Uniti i principali responsabili della crescita della CO2, e che la Cina li ha superati solo nel 2006.

D’altro canto, la posizione molto critica assunta da Biden nei confronti del governo cinese sintetizza l’intreccio complesso tra economia, ambiente e geopolitica, al cuore delle difficoltà che tutti i vertici sul clima stanno incontrando. Una partita intricata, in cui fattori esogeni, rispetto agli ormai incontrovertibili aspetti ambientali e scientifici, rischiano di dettare legge. E in effetti, in simili condizioni, appare abbastanza utopico pensare di riuscire a realizzare anche gli altri obiettivi concreti che COP26 si propone di raggiungere: tra questi, attivare la cosiddetta finanza climatica, un insieme di aiuti economici ai paesi poveri mirati all’ottenimento di produzioni meno inquinanti. A questo fine, dovrebbero essere stanziati cento miliardi di dollari all’anno già a partire dal 2022.

Un vero rompicapo si sta palesando anche l’accordo su regole, scientificamente individuate, che potrebbero consentire di misurare in maniera meno approssimativa le emissioni e i rispettivi successi nella campagna di riduzione conseguiti dai diversi Paesi. Viste le tensioni che lo accompagnano, il vertice sarà… caldo: è infatti previsto l’arrivo di dimostranti da ogni parte d’Europa e del Regno Unito. Greta Thunberg è giunta a Glasgow accolta da un bagno di folla, e ha dichiarato alla Bbc che “a volte è necessario arrabbiarsi”. Per il momento sono previste varie manifestazioni di protesta, ci saranno diverse iniziative destinate a culminare, venerdì prossimo, in un corteo in cui dovrebbero sfilare appartenenti a numerose organizzazioni ambientaliste. E così, per parafrasare un’antica citazione, per il momento si può dire che mentre a Glasgow si litiga e si discute, il pianeta corre sempre più consistentemente il rischio di finire arrostito.

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