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Affitti brevi a Barcellona: uno stop definitivo?

Il sindaco socialista della capitale catalana prova a cancellare tutte le licenze di locazione temporanea entro il 2028. E qualcosa di analogo avviene in altre città, per esempio a New York

9 Luglio 2024 Agostino Petrillo  1618

Alla fine il sindaco Jaume Collboni non ce l’ha fatta più, ha deciso di tagliare la testa al toro e ha preso una decisione memorabile, provando a mettere la parola fine agli affitti temporanei. Sono anni che a Barcellona si trascina la questione del proliferare degli appartamenti offerti sulle piattaforme, cui finora non si è riusciti a porre un limite, nonostante vari tentativi messi in atto a partire dal 2021, con risultati discutibili e attraverso una serie di provvedimenti controversi. Negli ultimi tempi, però, il malcontento degli abitanti della città è andato crescendo, dato che il moltiplicarsi degli appartamenti affittati ai turisti ha provocato un innalzamento degli affitti e dei prezzi degli immobili, provocando l’allontanamento dalle zone centrali di giovani, studenti, residenti a basso reddito.

Questa situazione, che ha continuato a peggiorare con il rilancio su larga scala del turismo seguito alla pandemia, sta causando un forte disagio tra i residenti della città catalana, invasi dai turisti che affollano le strade, i negozi, le spiagge. I massicci flussi che hanno travolto le zone centrali della città, e che sono dovuti, come di recente a Napoli, anche al declino dell’interesse per destinazioni ritenute pericolose o prossime a scenari di guerra, hanno cambiato l’immagine e il tessuto sociale della città, provocando la chiusura dei negozi di prossimità e dei piccoli esercizi, nonché la morte delle attività artigiane che ancora sopravvivevano, a favore di una monocultura del souvenir e del prodotto caratteristico. Ci sono state manifestazioni in Spagna negli ultimi mesi: alle Baleari in aprile e alle Canarie in maggio, e recentemente anche a Madrid, con slogan che indicavano che si era raggiunto il limite della sopportazione. Non sono mancati neppure episodi di quello che i tedeschi chiamano Tourismushass, odio nei confronti del turismo, con la comparsa di scritte murali minacciose e aggressioni verbali.

Un groviglio di problemi che ha portato Jaume Collboni ad annunciare una misura drastica, quella di vietare l’affitto di appartamenti ai turisti a partire dal 2028. L’idea è quella di eliminare, entro il novembre di quell’anno, tutte le 10.101 licenze attualmente approvate per residenze di affitto temporaneo. La misura è volta a contrastare l’esplosione dei prezzi sul mercato immobiliare e degli affitti, e a combattere la carenza di alloggi nella capitale catalana.

“A partire dal 2029, nella città di Barcellona non ci saranno più appartamenti per le vacanze come li conosciamo oggi. E questo ci permetterà di immettere diecimila case nel mercato degli affitti o delle vendite”, ha spiegato Collboni, presentando il suo piano la scorsa settimana. Naturalmente si presentano delle difficoltà sotto il profilo giuridico e amministrativo. Per realizzare la sua radicale proposta di riforma, il sindaco socialista si avvarrà del decreto legge approvato dalla Generalitat de Catalunya il 7 novembre, che conferisce ai consigli comunali l’autorità di occuparsi delle case vacanza e consente loro di ritirare le licenze in caso di emergenza abitativa e del profilarsi di una consistente contrazione dello stock disponibile sul mercato immobiliare. La validità del decreto è però ancora in bilico, dopo che il Partito popolare ha presentato un ricorso per incostituzionalità contro alcuni dei suoi articoli.

Esperti, imprenditori e funzionari pubblici sottolineano che la misura che vieta gli affitti di appartamenti temporanei finirà in tribunale nei prossimi anni, e sono restii a credere che verrà realmente attuata in città, ritenendo l’annuncio di Collboni tutto “politico”. D’altro canto, secondo quanto riferiscono le stesse autorità locali, il boom degli affitti turistici ha avuto come sua diretta conseguenza il fatto che sono sempre meno i residenti in grado di permettersi un alloggio, poiché gli affitti sono aumentati del 68% negli ultimi dieci anni, e il costo dell’acquisto di una casa è salito addirittura del 38%.

Collboni ha ribadito che le licenze esistenti non saranno più rinnovate dopo la scadenza. Il provvedimento è “una svolta”, ha aggiunto il sindaco. Egli vuole che i giovani e le famiglie tornino a vivere in città, e non siano costretti a trasferirsi in periferia, com’è accaduto negli ultimi anni. La ministra spagnola dell’Edilizia abitativa, Isabel Rodríguez, ha dichiarato di appoggiare la decisione di Barcellona. La piattaforma Airbnb, che ha un numero significativo di appartamenti in affitto temporaneo a Barcellona, non ha ancora reagito all’annuncio, ma l’associazione degli appartamenti turistici di Barcellona (Apartur) ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che il sindaco “sta commettendo un errore che porterà a un aumento della povertà e della disoccupazione”. Hanno inoltre affermato che il divieto porterà a un aumento degli affitti turistici illegali.

Oltre alle posizioni da parte di piattaforme e proprietari, sono piovute critiche da destra e da sinistra: il partito della sinistra alternativa, Barcelona en Comú, di cui è stata espressione l’ex sindaco Ada Colau, che pure sostiene l’attuale governo cittadino, ha criticato la misura. Una portavoce ha spiegato: che “il 2028 è molto lontano per i residenti che oggi vengono cacciati dalla città”, denunciando i tempi necessari per rendere efficace l’operazione. L’opposizione di destra, invece, è insorta, e considera il piano di Collboni potenzialmente distruttivo per l’economia turistica della città e improntato a “improvvisazione e ideologia”. L’associazione dei proprietari di appartamenti per vacanze di Barcellona ha accusato il comune di stare operando in modo che “la città si riempia di appartamenti per vacanze illegali”. Certo, senza appartamenti per le vacanze, un mercato importante rischierebbe di scomparire, e il timore è che si riduca soprattutto la presenza di famiglie. La stampa ipotizza che il comune dovrà affrontare un’enorme ondata di cause legali, non appena le licenze non saranno più rinnovate. D’altro canto, qualcosa andava fatto se si voleva realmente contrastare l’esplosione dei prezzi sul mercato immobiliare e degli affitti, e combattere la carenza di alloggi nella capitale catalana.

Come notava Marco D’Eramo, nel suo bel libro dedicato a Il selfie del mondo: “Il turismo è una industria pesante”, e non bisogna sottovalutarne le conseguenze per chi vive nelle zone che ne sono interessate. I governi nazionali godono dei benefici economici del turismo (la Spagna è tra i primi tre Paesi più visitati al mondo), ma la preferenza accordata dai proprietari ai redditizi affitti turistici (che rendono da due a tre volte un affitto tradizionale) sta diventando un tema caldo in tutta Europa e anche oltreoceano. In effetti, quello di Barcellona non è il primo governo locale a prendere provvedimenti: ci sono già restrizioni simili in altre località, come Lisbona, Amsterdam, Berlino e New York, anche se il piano del sindaco di Barcellona non ha precedenti quanto a durezza. Il più vicino è quello che la città di New York ha approvato l’anno scorso, chiudendo bruscamente la porta ad Airbnb. A settembre, il consiglio comunale di New York ha limitato la capacità delle società di alloggio temporaneo di operare attraverso la legge locale 18, nota come legge sulla registrazione degli affitti a breve termine: il che ha costretto Airbnb a rimuovere migliaia di proprietà dal suo catalogo nuovayorkese. Secondo la nuova legislazione, per i soggiorni inferiori a trenta giorni, gli appartamenti offerti sulla piattaforma possono accogliere al massimo due ospiti, e solo se vivono nella stessa casa. Difficile quindi non provare simpatia per la decisione coraggiosa del sindaco di Barcellona, che schiude la necessità di aprire un dibattito franco sul tema, finora nel nostro Paese nel suo complesso rimosso, se si escludono l’iniziativa ancora troppo timida e tardiva del sindaco di Firenze, di cui abbiamo parlato su queste pagine (vedi qui), e la risibile scelta di Venezia di fare pagare il biglietto d’ingresso.

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