“Sarà durissima”, ha detto recentemente il vicepresidente della commissione europea per il Green Deal, Frans Timmermans, a proposito della riconversione ecologica, prospettando il profilarsi a breve di un fosco orizzonte di tasse sull’energia e di un aumento generalizzato del prezzo dei carburanti, e per conseguenza del costo dei trasporti, con una ricaduta soprattutto sui ceti meno abbienti. Eppure, per quanto lastricata di lacrime e sangue, pare questa l’unica via percorribile per scongiurare gli effetti più drammatici del riscaldamento globale.

Quanta buona volontà abbiano i governi di seguire questa via lo si vedrà a Glasgow nel novembre prossimo. Vi si terrà, infatti, la conferenza mondiale sul clima COP 26, prevista per il 2020 e rinviata di un anno a causa della pandemia. La conferenza conclude un lungo percorso: dopo decenni di estenuanti e spesso vani tentativi, finalmente a Parigi nel 2015 i potenti del mondo avevano condiviso le linee portanti di un progetto comune di riduzione delle emissioni, ma gli interventi erano rimasti per lo più deboli e affidati alla buona volontà dei singoli Stati. Non a caso il premio Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, ha richiamato i governanti, nel suo intervento alla Camera qualche giorno, fa ad avere più coraggio se si vuole realmente intervenire sulla crisi ambientale. Ed effettivamente, se si intende attivare una politica in questo senso, un intervento efficace a difesa del clima richiede una riconversione la più rapida possibile dell’economia globale e dei nostri sistemi sociali.

In questa direzione vanno certo anche la diffusione e la popolarizzazione delle tematiche dello sviluppo sostenibile, ma a tutt’oggi sono mancati una direzione e un coordinamento degli sforzi in questo senso. A Glasgow, sul tavolo, ci sarà l’ultimo rapporto dello Ipcc, il panel internazionale di scienziati che studia il cambiamento climatico e i suoi effetti sul nostro pianeta. Il rapporto, il sesto in ordine di tempo da quando il gruppo di studiosi si è formato, parla chiaro: non è sufficiente tenere l’aumento delle temperature sotto i due gradi, occorre anche tutta una serie di interventi immediati, dato che ormai è evidente che alcune zone del pianeta sono interessate in maniera maggiore di altre al cambiamento climatico, tanto che ne esistono ormai delle mappe, illustrate nel rapporto stesso. D’altra parte, ce lo hanno fatto capire le piogge della scorsa primavera, quando l’Europa nord-occidentale e l’Europa orientale hanno conosciuto un aumento senza precedenti della intensità e della quantità delle precipitazioni, che hanno provocato alluvioni in Belgio e in Germania. Non è chiaro quanto ne sia interessata l’area mediterranea, ma abbiamo abbondantemente sperimentato come anche in Italia siano aumentate le ondate di calore e gli episodi di siccità.

Il rapporto spiega anche che non è più tempo di negazionismo: i modelli di simulazione su ciò che potrebbe avvenire sul pianeta hanno ridotto l’incertezza quasi a zero. Naturalmente esiste uno spettro ancora ampio di evoluzioni possibili della situazione attuale, che spazia dalle previsioni più ottimistiche a quelle più drammatiche. Ma vengono affidate alla pattumiera della storia le grottesche posizioni alla Trump e le comode teorie dello “iato climatico” che vedevano nell’aumento delle temperature solo una fase passeggera. Diviene centrale, inoltre, ragionare non tanto in termini di anni quanto in termini di aumento delle temperature: gli scenari prospettati ci parlano di quel che accadrà quando il riscaldamento globale toccherà determinati picchi, non ci possono dire quando questo avverrà. La realtà, una realtà drammatica, ha dunque sostituito quelle che a Parigi erano ancora ipotesi sul tavolo delle trattative.

A fronte di un quadro così dettagliato, i governi del pianeta dovranno avviare una riflessione radicale che porti a trasformazioni di lungo periodo, in una prospettiva in cui i provvedimenti e le soluzioni individuate sono forzatamente internazionali, e si schiude un’epoca in cui – se si vuole salvare il pianeta – bisognerà pianificare in maniera concordata e comune alcuni aspetti fondamentali: dalla questione della energia e dei trasporti, alle modalità di una governance della transizione e alla sostenibilità stessa, considerata nei suoi tre “pilastri”: come sostenibilità ambientale, economica, ma anche e soprattutto, sociale. Una questione sociale che non riguarda solo la distribuzione equa del carico fiscale, derivante dalla introduzione di norme restrittive sulle emissioni, ma anche il passaggio ad altre forme di energia diverse dai combustibili fossili che inevitabilmente comportano e investono una dimensione planetaria. I paesi poveri, che hanno finora avuto voce limitata nella discussione, sono in realtà quelli che hanno sperimentato le conseguenze più dure della crisi, pur essendone i meno responsabili, dato che il grosso delle emissioni è prodotto dai paesi ricchi. Speriamo che Glasgow rappresenti un’opportunità di maggior giustizia anche in questo senso. Ursula von der Leyen è intervenuta sui piani europei al riguardo, dichiarando che: “l’economia dei combustibili fossili è giunta al limite”. Parole che appaiono importanti. Una sola cosa però deve essere chiarissima: non è più il momento per le dichiarazioni retoriche e vuote: dalla conferenza deve venire un segnale chiaro. Il tempo a disposizione è ormai contato.

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