Ha ragione la sociologa Chiara Saraceno, in una intervista apparsa sul “manifesto” del 12 ottobre 2021: “Il green pass è diventato il capro espiatorio di ogni malcontento (…), dire che (quella di sabato 9 ottobre – NdR) sia stata soltanto una manifestazione fascista è sbagliato (…). Credo semmai che ci sia una sfiducia nelle autorità”. Questa chiave di lettura è tanto più giusta se si applica alle mobilitazioni contro il certificato di vaccinazione nella vicina Francia, che vedono coinvolte organizzazioni di estrema destra, “gilet gialli”, ma anche strutture sindacali di base e militanti di sinistra, magari in manifestazioni diverse e contemporanee.

Anti-pass e “gilet gialli”: somiglianze e differenze

Sabato dopo sabato le mobilitazioni contro il pass sanitario si susseguono, e mobilitano fino a duecentomila persone in tutto il Paese. Sembra quasi una riedizione del movimento dei “gilet gialli”. Ma le differenze sono palesi. I “gilet gialli” protestavano contro le conseguenze della politica liberista del governo Macron che ha impoverito larghi settori della popolazione. Contro il “presidente dei ricchi”, lo slogan era “Macron démission!”. La loro seconda assemblea, nel giugno del 2019, era arrivata a sostenere: “Siamo coscienti di combattere contro un sistema globale, siamo convinti che occorrerà uscire dal sistema capitalistico”. Si battevano per più diritti sociali per tutti e più democrazia reale nell’assumere le decisioni che coinvolgono le condizioni di vita delle persone. I “no pass”, invece, si occupano unicamente di politica sanitaria e il loro slogan è “libertà!”. Una protesta, dunque, sostanzialmente individualista, con una concezione egoista della libertà: una libertà dell’essere umano come monade isolata, come un individuo staccato dalla propria comunità. Gruppi e leader di estrema destra hanno così potuto partecipare e in qualche caso dirigere queste manifestazioni.

Comunque questo movimento non sembra preoccupare eccessivamente il presidente Macron. Anzi, sembra fargli gioco. Esso coagula intorno alla sua persona il blocco elitario, riattivando una separazione tra le forze progressiste, che credono nella scienza e nella medicina, e oscure forze conservatrici, preda della superstizione e dell’irrazionale. Contro i “gilet gialli”, viceversa, il potere non aveva esitato a condurre una vera e propria guerra: due decessi, ventiquattro manifestanti con gli occhi cavati dai proiettili di gomma, cinque mani strappate, migliaia di feriti, una violenza poliziesca inedita.

In ogni caso, alle manifestazioni dei “no pass” partecipano qua e là sindacalisti, sezioni e federazioni locali delle organizzazioni sindacali, militanti delle varie organizzazioni della sinistra radicale, in particolare degli anarchici, dei trotzkisti del Nuovo partito anticapitalista e degli “insoumis”. In alcune città i cortei sono guidati dai “gilet gialli”, oppure dai vigili del fuoco in uniforme, o da rappresentanti del personale sanitario. Talvolta, come a Montpellier il 21 agosto scorso, i manifestanti hanno cacciato gruppi di neo-nazi dal corteo, organizzando una mobilitazione spontanea antifascista.

Una mobilitazione contro il governo

Per capire meglio lo stato d’animo anti-governativo dei manifestanti, occorre fare riferimento alla politica sanitaria messa in atto dal governo in occasione dell’epidemia. L’ex ministra Agnès Buzyn è sotto processo presso il tribunale dei ministri per la sua gestione della pandemia. Tre sostanzialmente le accuse: avere dichiarato che il contagio nella città di Wuhan non rappresentava un pericolo per il paese; aver affermato, in un primo tempo, che le mascherine erano inutili per poi, mesi dopo, cambiare la propria impostazione (la prima affermazione era dovuta, in realtà, alla mancata disponibilità da parte del servizio sanitario dello stock necessario, conseguenza di anni di restrizioni di bilancio); e infine, in un primo momento, con il resto dell’esecutivo, avere voluto rinviare le elezioni municipali del 15 marzo 2020 per poi mantenerle in piena emergenza sanitaria, partecipando in prima persona a quella per il Comune di Parigi. Confusione e cattiva coscienza che non sono sfuggite all’opinione pubblica. In parole povere, il governo ha mentito per mesi alla popolazione, una parte della quale lo ricambia rifiutando anche le misure necessarie come la vaccinazione, oppure l’esibizione del pass vaccinale.

A queste rimostranze il personale sanitario aggiunge la politica di privatizzazione a tappe forzate della sanità, che ha depauperato il servizio pubblico di addetti e mezzi, sovraccaricando di lavoro le strutture pubbliche nel contrasto al virus. Se a questo si aggiunge la decurtazione dell’indennità di disoccupazione per chi ha lavoretti precari nel corso dell’anno, in vigore dal primo ottobre, si ha il contesto nel quale il pass vaccinale diventa il punto di coagulo di molte delle proteste che agitano il paese.

Una società a due velocità: l’esempio dei quartieri popolari di Marsiglia

L’obbligo del green pass anche per andare a lavorare rischia di creare una società a due velocità. Per capire meglio la situazione, andiamo a vedere cosa succede a Marsiglia. Qui la frattura sociale è evidente. I quartieri a nord della città, quelli delle case popolari, hanno una differenza da quindici a venti punti percentuali in meno di vaccinati nella classe di età tra i 40 ed i 75 anni. I problemi sono i più diversi: il mancato accesso a Internet per la prenotazione del vaccino, la lontananza dai luoghi di vaccinazione, l’analfabetismo, la non perfetta comprensione del francese (per gli immigrati dal Maghreb, per esempio), le dicerie anti-vaccino (sterilità per le donne, il rischio di effetti collaterali, il suo costo elevato, mentre è gratuito). I medici del posto insistono su un lavoro necessariamente lungo di persuasione. La coercizione e le sanzioni servono a poco.

Stessa situazione a Parigi. Dove, al 5 settembre scorso, il 75% della popolazione risultava vaccinata nel sedicesimo arrondissement (una sorta di Parioli) e solo il 45% a Stains, nel dipartimento della Seine-Saint-Denis, nella banlieue. Ci sono inoltre zone di resistenza di tipo ideologico, come per esempio in alcune aree della Provenza o della Costa azzurra, con una parte della popolazione che rivendica la propria libertà di scelta, essendo ostile alla medicina convenzionale, al sistema politico, ai media a cui non si crede più: “Ci hanno mentito sull’origine della malattia, sulla sua gravità, sulle mascherine”.

Ci si rivolge, così, ai social dove si trova di tutto, dai proclami degli adepti di movimenti New Age, alle cure anti-virus alternative, alle più strampalate teorie complottiste. Teorie rinfocolate peraltro dagli scandali che hanno coinvolto, nel passato, le case farmaceutiche e dal monopolio esercitato da Big Pharma. Un altro aspetto significativo è la preoccupazione per il controllo sociale di cui il green pass è diventato il simbolo, e i timori nei confronti di una vaccinazione di massa dei bambini. Si rivendica il diritto ad avere paura, e ci si preoccupa per l’utilizzo di un vaccino ancora in fase sperimentale. Si denuncia come gli effetti secondari non siano correttamente registrati.

A sinistra ci si chiede se partecipare o meno

Le motivazioni che animano i partecipanti alle manifestazioni sono dunque le più varie. Il movimento “no pass” è proteiforme e i suoi sbocchi sono indecifrabili. La contestazione si spegnerà rapidamente o sta innescando una dinamica che potrà essere capitalizzata nelle elezioni presidenziali dell’aprile 2022? Molti manifestanti non si dicono contrari alla vaccinazione, ma solo all’obbligatorietà del certificato vaccinale. Altri hanno creduto di poter inserire, nella loro protesta, dei cartelli con slogan antisemiti.

A sinistra, ci si chiede se non occorra partecipare per contrastare sul terreno le derive di estrema destra. Come, per esempio, alcuni sindacalisti di Sud-Sanità (un sindacato di base), ma anche i loro colleghi di altri sindacati dell’ospedale di Besançon: “I movimenti di massa sono là, nella strada, il sabato. Dobbiamo confrontarci con loro che ci piacciano o no, che ci rassomiglino o meno”. La Cgt nazionale (Confederazione nazionale del lavoro) si tiene invece lontana. Cosi come i socialisti, i verdi e il Partito comunista. 

Più complessa la posizione della France Insoumise. Il movimento rivendica che tutto il suo gruppo parlamentare è vaccinato, a partire dallo stesso Mélenchon. Ma propone di “convincere piuttosto che obbligare”. Il dispositivo del green pass viene visto come un obbligo che tende a instaurare “la società del controllo generalizzato”. Milioni di francesi sono esclusi dai circuiti vaccinali, denuncia la France Insoumise, che propone poi tutta una serie di misure per rispondere alla crisi sanitaria. Mentre il movimento è diviso sulla vaccinazione, risulta unito contro il pass sanitario. Mélenchon, in ogni caso, valuta positivamente queste manifestazioni: “Siamo esasperati di ricevere, da un lato, le lezioni di buona educazione da parte della casta e, dall’altro, di dover sopportare l’estrema destra e gli antisemiti: state fuori dalle nostre manifestazioni!”. Un altro terreno di confronto per una sinistra francese sempre più divisa.

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