Mentre all’Eur, a Roma, i grandi della terra discutevano di come pilotare l’uscita dalla pandemia e il relativo riequilibrio ambientale del pianeta, un semplice proprietario di un pacchetto azionario di maggioranza di una compagnia digitale – per quanto grande e imponente finanziariamente, pur sempre una semplice azienda privata – programmava l’unica vera strategia che potrebbe risultare risolutiva per ridurre l’impronta umana negli equilibri ecologici: Metaverso. Dal punto di vista del G20 di Roma, il coniglio uscito dal cilindro di Mark Zuckerberg dovrebbe essere valutato proprio come l’unica possibilità di rendere il capitalismo e l’ambiente in qualche modo compatibili: virtualizzando il primo per salvare il secondo.

Sembra anche singolare che il capo di Facebook, nella sua esibizione di venditore di tappeti globali con cui ha provato a riaccreditare il suo gruppo sotto inchiesta in tutto il mondo, non abbia accennato a questo effetto della strategia che ha provato a promuovere, presentando appunto il progetto di Metaverso. Eppure balza all’occhio che, se anche solo parzialmente, si dovesse realizzare quel sogno, muterebbero radicalmente le opzioni dell’ecosistema e si ridurrebbero drasticamente gli effetti dell’azione di inquinamento da vita attiva. In cambio – questo è il nuovo patto che si annuncia sulla scena – delegheremmo agli architetti e gestori di questo nuovo mondo parallelo l’intera programmazione della nostra esistenza.

Per questo, già il fatto che un singolo cittadino, per la frivola ragione di essere proprietario di una piattaforma come appunto Facebook, possa pianificare la privatizzazione dello spazio pubblico del pianeta, senza che nessuna istituzione o organizzazione politica e sociale abbia sollevato obiezioni, ci dice che stiamo già vivendo nel Metaverso.

Fissiamo intanto i termini della discussione. Che cosa sia Metaverso, in questi giorni, lo hanno più o meno consapevolmente spiegato in parecchi. Un mondo virtuale in cui trasferire le nostre attività, riproducendole attraverso simboli e gestendole attraverso avatar.

In realtà questa spiegazione è quanto mai approssimativa e fuorviante. Zuckerberg non ha dato indicazioni precise. E forse anche lui procede a tentoni. Noi, al momento, proviamo a intuire qualche possibile applicazione sulla base delle esperienze che abbiamo vissuto in passato, come per esempio i videogiochi, vera straordinaria matrice della virtualizzazione delle nostre pratiche fin dalla più tenera età. Qualche collezionista di memorie digitali recupera le ebbrezze di “Second Life”, quel parco giochi virtuale che una decina di anni fa furoreggiò per qualche tempo, producendo addirittura una economia parallela per l’acquisto di casette e vestiti nelle isole a 3d in cui si andava ad abitare con il proprio “bot”.

Ma questo sarebbe un retroverso, non Metaverso. Se vogliamo pensare a una pratica che ci avvicina a quanto viene ipotizzato dobbiamo, per esempio, riferirci alle criptovalute. A differenza dei videogame o di “Second Life”, dove ci sono ambienti virtuali che tramite computer vengono animati da avatar che li popolano, il bitcoin è un mondo virtuale che si costruisce attorno a ogni singola persona, che individualmente entra nel sistema, acquista la moneta digitale, e ne segue le peripezie, separandosi da ogni altra attività materiale.

Metaverso al momento si identifica con soluzioni tecnologiche che ribaltano il meccanismo del passato, e non attraggono gli utenti verso un unico macroambiente virtuale ma costruiscono, attorno a ogni persona, microambienti nei quali collocare attività e relazioni da gestire virtualmente: la moneta, i dialoghi, la scuola, i divertimenti, la medicina. Spezzoni di questo piano sono già oggi disponibili: i caschi di realtà virtuale, i nuovi occhialini Rayban computerizzati, prodotti peraltro dall’italiana Luxottica, sistemi di validazione come la blockchain, televisori a 3d, telefonini a 5g.

Manca un collante, una regia, un sistema tecnologico ed economico che renda queste esperienze una vita. Alle spalle di questa visione – e prima di snobbarla, con la consueta scrollata di spalle, faremmo bene a ricordarci com’è andata con tutte le previsioni che in questo secolo hanno annunciato un cambio di paradigma, spiazzando e sorpassando ogni concreta prudenza –, ci sono ormai almeno cinquant’anni di antropologia digitale. Da almeno mezzo secolo, dall’inizio delle prime relazioni online alla fine degli anni Sessanta, assistiamo a una graduale e sempre più frenetica riprogettazione della nostra vita a partire proprio dal modo in cui organizziamo le attività primarie (scuola, informazione, intrattenimento, cure).

La prima forma moderna di virtualizzazione è stata proprio quella di separare lo sviluppo tecnologico dalla produzione manifatturiera. Dopo la seconda guerra mondiale – con il famoso articolo di Vannevar Bush sull’“Atlantic Review” del luglio 1945, As we may think – si apre la corsa alla smaterializzazione come competizione con il blocco sovietico. Con le prime forme di diffusione del postfordismo, si arriva, negli anni Sessanta, all’ibridazione del ribellismo giovanile – che porterà poi al Sessantotto – con i nuovi linguaggi informatici che rovesciano le logiche industriali: è l’individuo il centro della valorizzazione delle merci, non più la fabbrica e il suo collettivo.

Internet, tra gli anni Settanta e Ottanta, incrocia il mercato e diventa processo finanziario nell’assoluta inconsapevolezza, per non dire ignoranza, della sinistra. Uno dei pochi lucidissimi osservatori di quel passaggio, Raniero Panzieri, aveva letto già negli anni Sessanta l’automatizzazione della fabbrica non come una neutrale affermazione della scienza (come gran parte del sindacato faceva), ma come la materializzazione di un dominio tecnologico che sottoponeva l’uomo al potere del calcolo.

Del resto proprio Marx, nei Grundrisse, aveva profeticamente annunciato come l’irrequietezza del capitale non avrebbe accettato il condominio con i suoi becchini nella fabbrica, e avrebbe invece usato la scienza e la tecnologia per riprogrammare i rapporti sociali. Mediante la scienza, “le immani forze naturali e il lavoro sociale sono incarnati nel sistema delle macchine e con esso costituiscono il potere del padrone”. L’automatizzazione sfonda i cancelli della fabbrica e diventa processo sociale, sostituendo la produzione materiale con forme sempre più invisibili di produzione, quale l’immaginario e le relazioni sociali, che diventano l’infrastruttura del consumo.

Prendendo velocità, questa tendenza comincia a congiungere immaginario e mercato, creando linguaggi e categorie sensoriali. L’espansione dei videogame diventa la grande palestra della virtualizzazione, che sempre più sostituisce arti visive quali la pittura, il teatro o il cinema. La molla è sempre la stessa: l’utente viene sollecitato a diventare da spettatore autore, come aveva intuito Benjamin già nel suo celeberrimo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

In questo percorso, si perde completamente ogni spazio e ruolo della politica come capacità di negoziazione sociale, e la sinistra si trova a essere riclassificata come uno dei tanti movimenti d’opinione. Infatti, nel mondo digitale, la moltiplicazione di infiniti microaccordi fra singoli utenti, che diventano inconsapevoli clienti delle piattaforme, rimuove ogni attrito conflittuale e, come scrive Morozov, “il disaccordo e il conflitto, secondo questo modello, sono considerati come sottoprodotti sfortunati dell’era analogica”.

In pochi anni, dopo il tornante del nuovo millennio, si trasferisce su piattaforme digitali ogni tipo di relazioni e di modalità di dialettica sociale. L’algoritmo diventa l’esclusivo arbitro della nostra vita, riproducendo ogni singolo bisogno e atto di convivenza. Google, Amazon, Apple, Spotify e Whatsapp, insieme con Facebook, traducono in testi relazionali l’intero ordito della vita moderna. Dialoghi, formazione, informazione, mediazioni, sentimenti, e intermediazioni commerciali e finanziarie, vengono scanditi da forme semantiche rigidamente organizzate dal cosiddetto capitalismo della sorveglianza, come lo chiama Shoshana Zuboff, e mediante questo arbitrato si estrae la nuova ricchezza del nostro tempo: i big data. La combinazione fra potenza di calcolo e flusso inarrestabile ed esponenzialmente infinito dei dati rende l’intelligenza artificiale sempre più prossima alle nostre espressioni neurali.

Cambridge Analytica, il sistema di riproduzione e deformazione del senso comune di intere comunità elettorali sperimentato negli Stati Uniti in occasione della campagna elettorale di Donald Trump nel 2016, spinge questa virtualizzazione fino al confine più intimo della formazione del nostro libero convincimento. Siamo già nel primo Metaverso, quando è il pensiero che viene riprodotto mediante un calcolo.

Oggi, prevedendo la prossima esplosione dei sistemi di calcolo quantici, ci stiamo avvicinando alla seconda frontiera, quella della riproduzione molecolare di ogni nostra attività vitale in un sistema chiuso, ordinato da un calcolo.

Come sempre si tratta di scenari anfibi, nei quali le opportunità si mischiano alle minacce. Da una parte, come abbiamo detto, la sostenibilità del pianeta che, dinanzi alla prospettiva di vedere altri miliardi di persone entrare con ambizioni e bisogni nel mercato produttivo, si trova inadeguato e cerca soluzioni non traumatiche. Dall’altro, la concentrazione dei punti di comando, con il manifestarsi di pochi snodi centrali mediante cui è possibile guidare e generare processi di condizionamento di moltitudini sterminate.

Lo Stato democratico si trova del tutto sguarnito. Ma sono soprattutto la politica e la sinistra a non riuscire a interloquire con bisogni e figure sociali del tutto estranee alla vecchia contrapposizione capitale/lavoro. Siamo oggi allo stato nascente di un nuovo regime. Qualcuno ha parlato di prima ecografia di un nascituro, che dev’essere ben inquadrato per poter essere educato democraticamente.

Le reazioni sono ancora una volta quelle di sempre: fantascienza! E ancora una volta i fantascienziati ridono. Come diceva Arthur Clarke, l’autore del testo che ha ispirato il famoso film 2001 Odissea nello spazio: l’innovazione tecnologica, fino a quando non si realizza, appartiene sempre al campo della magia. Poi diventa un incubo.