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Trump alla conquista del potere autocratico

Il discorso d’insediamento del 47esimo presidente americano è il segno di un attacco già in corso contro la democrazia

23 Gennaio 2025 Stefano Rizzo  1115

La prima cosa che si può dire della cerimonia di “inaugurazione” di Donald Trump è che è stata pomposa, forse come tutte le cerimonie pubbliche in tutto il mondo, ma in questo caso con quel tanto di più di autocelebrazione della “grande democrazia americana”, in cui veniva esaltata la “pacifica transizione dei poteri” da una presidenza all’altra. La seconda cosa è che è stata ipocrita, perché le migliaia di persone – alti dignitari, ex presidenti e vicepresidenti con consorti, futuri ministri e stuoli di munifici finanziatori della campagna elettorale di Trump – assiepate nella sala della Rotonda, sotto la cupola del Campidoglio, guardandosi intorno, non potevano non ricordare che, solo quattro anni prima, la transizione dei poteri era stata tutt’altro che pacifica, che il presidente allora in carica (Trump) si era rifiutato di ammettere la sconfitta, e quella stessa sala era stata invasa, saccheggiata e devastata da una torma di rivoltosi che avevano costretto senatori e deputati a rifugiarsi nei sotterranei.

Pomposa e ipocrita, ma non noiosa – almeno quando ha incominciato a parlare Trump, poco dopo avere giurato fedeltà alla Costituzione nelle mani del presidente della Corte suprema. La campagna elettorale contro la democratica Harris era stata durissima, ma il vero bersaglio, con attacchi e insulti anche personali, era stato soprattutto Biden, il “capo di una cricca corrotta”. Ciononostante, a novembre, Biden aveva preso dignitosamente atto della vittoria del rivale repubblicano, l’aveva invitato alla Casa Bianca una prima volta e poi, com’è costume, l’aveva invitato di nuovo per un caffè di cortesia con la moglie Melania la mattina stessa dell’inaugurazione. Si poteva pensare che il discorso del neoeletto presidente sarebbe quindi stato almeno cortese nei confronti del suo predecessore e rispettoso del galateo istituzionale.

E invece, appena presa la parola, Trump si è lanciato in una serie di invettive in un crescendo dai toni apocalittici e messianici. Compito della sua amministrazione – ha detto – sarà di “invertire l’orribile tradimento [perpetrato dalla precedente amministrazione] e restituire al popolo la sua fede, ricchezza e libertà”. Ancora: “I pilastri della società giacciono a terra frantumati e apparentemente irreparabili (…) a causa di un malvagio apparato di governo corrotto e radicale che ha usato il dipartimento della giustizia come un’arma per perseguitare i propri avversari politici”. Trump ha ricordato anche l’attentato contro di lui per fermarlo, ma che “è stato salvato da Dio per rendere l’America di nuovo grande”. “Il declino dell’America – ha aggiunto con toni ispirati – finisce in questo momento (…), è iniziata una nuova età dell’oro”.

Mentre Trump, con voce cantilenante e guardando fisso il teleprompter, diceva queste cose assurde e offensive, Biden ascoltava dapprima con un mezzo sorriso di incredulità, poi abbassando la testa immobile come un bambino costretto ad ascoltare la sfuriata violenta del genitore senza poterci fare nulla. Qualcuno si sarà domandato perché, di fronte a questa valanga di insulti personali, non si sia alzato e se ne sia andato, così da non subire l’umiliazione degli applausi scroscianti con cui il pubblico di fedeli sostenitori accoglieva le contumelie trumpiane. (Solo gli ex presidenti, compreso il repubblicano George W. Bush, non hanno applaudito. Di Giorgia Meloni, presente ma seminascosta sul fondo, non sappiamo). Galateo istituzionale? Ultimo disperato desiderio di un condannato di lasciare una buona immagine di sé non facendo scenate davanti al patibolo? Lodevole certamente, però anche patetico.

Ma torniamo a Trump. Si dirà che sono le solite esagerazioni e fanfaronate tipiche del personaggio e della sua retorica bolsa (cosa mai avrà voluto dire con “restituire la fede” agli americani?). Certo, la fede – almeno quella giudaico-cristiana – non sembrerebbe fare difetto negli Stati Uniti, visto che nel corso della cerimonia di giuramento ci sono state ben quattro benedizioni, un cardinale, due pastori protestanti e un rabbino (è mancata la benedizione di un imam, e si capisce, nonostante l’islam sia la terza religione d’America, dal momento che Trump si appresta a ripristinare il divieto di ingresso, anche solo per turismo, ai cittadini di Paesi islamici).

Durante il discorso, Trump ha ripetuto molte delle risibili proposte (o proclamazioni d’imperio) che già aveva fatto in varie occasioni nelle settimane precedenti. Come quella del cambiamento del nome del golfo del Messico in golfo d’America e del monte Denali in monte McKinley, dimenticando che il golfo si chiama così da almeno quattrocento anni, e il monte ha smesso di essere denominato McKinley per volontà dello stesso Stato dell’Alaska, dove la popolazione indigena lo chiama da sempre Denali. Ha di nuovo tirato fuori la questione del canale di Panama, la cui costruzione da parte degli Stati Uniti sarebbe costata 38.000 morti americani: cifra esagerata (i morti sarebbero non più di seimila), e comunque di questi soltanto alcune centinaia statunitensi. Sul canale, Trump ha concluso che, poiché il governo di Panama “fa pagare alle nostre navi cifre esorbitanti per percorrerlo, ce lo riprenderemo”. Ha invece lasciato cadere, almeno per il momento, l’altrettanto risibile idea di “prendersi” (in questo caso non “riprendersi”) la Groenlandia. Poi, l’annuncio dei soliti dazi su tutto e verso tutti i Paesi del mondo “che se ne approfittano vergognosamente degli Stati Uniti”, e ha avanzato la strampalata proposta di creare un’agenzia delle entrate per l’estero al posto di quella per l’interno.

In politica estera è più o meno tutto. Cosicché risulta abbastanza incongrua l’affermazione (forse rivolta alla Russia e, chissà, anche alla Cina) di volere essere “un portatore di pace, un unificatore”. È difficile immaginare che un discorso improntato a una tale arroganza neoimperialista venga visto di buon occhio in qualunque parte del mondo, soprattutto dai Paesi più poveri, che Trump accusa di “svuotare le proprie carceri e i propri manicomi” mandando detenuti e malati di mente negli Stati Uniti. Non apprezzerà questo discorso l’America latina, il principale destinatario degli insulti razzisti anti-immigrazione, non il mondo arabo e musulmano, non l’Europa minacciata di una guerra commerciale e dei dazi, non l’Africa, sulla quale Trump non ha speso una parola. Forse solo la Russia, che fa affidamento su Trump perché giunga a mediare in suo favore la fine della guerra di Ucraina, e la Cina, che vorrebbe evitare una distruttiva guerra commerciale, hanno qualche motivo, se non di fiducia, almeno di titubante attesa.

In politica interna, chi pensava, o sperava, che le parole di Trump fossero solo le solite fanfaronate ha dovuto ricredersi dopo poche ore, quando il neopresidente si è recato a incontrare la folla dei suoi sostenitori che, adoranti (non una faccia di afroamericano e poche ispaniche e asiatiche tra di essi), avevano seguito la cerimonia dagli schermi giganti della Capitol One Arena di Washington. Lì, ha prima tirato fuori tutto il livore personale che aveva trattenuto nella Rotonda del Congresso, e si è lasciato andare insultando per nome Biden e Harris, e suscitando così l’entusiasmo della folla. Poi ha fatto portare un tavolinetto sul palco e ha iniziato a firmare gli “ordini esecutivi”, con cui ha concretamente avviato quella che ha avuto l’impudenza di chiamare “la rivoluzione del buon senso”; in realtà la rivoluzione dell’astio e della rivalsa.

Lo aveva preceduto nell’arena coperta Elon Musk, che, come si è solito fare nei concerti rock, aveva tenuto un breve discorso per scaldare il pubblico: “Le elezioni vanno e vengono, se ne fanno tante – ha detto – ma questa non è stata una normale elezione. È stata una svolta nella storia della civiltà”. Nientemeno! Al termine del discorso ha ringraziato il pubblico e lo ha salutato con il saluto romano, una volta verso il pubblico davanti a sé, e una seconda volta verso quello alle sue spalle. Forse la svolta è costituita dal ritorno alla civiltà romana o a una improbabile futura civiltà neofascista americana. Chissà. O forse, come dicono alcuni, quello di Musk è stato un gesto involontario, un tic. Dopo Musk, è arrivato lui, la rock star, il 45esimo e 47esimo presidente, che, con non celato orgoglio, ha annunciato che stava per emanare, lì su quel palco, davanti al popolo dei suoi fans, i decreti che (pausa ad effetto e sguardo interrogativo verso il retropalco) entro i prossimi cinque minuti avrebbero revocato ottanta ordini esecutivi della corrotta amministrazione Biden. Troppo lungo elencarli tutti (dopo lo spettacolino nell’arena la firma è continuata nello studio ovale della Casa Bianca); ma bastano i pochi seguenti per capire che Trump fa sul serio, che la sua non è una minaccia per la democrazia, è un attacco già in corso e in pieno sviluppo contro la democrazia. Vediamone alcuni:

la grazia completa per oltre cinquemila condannati per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, e la riduzione della pena per gli altri, anche quelli responsabili di reati violenti contro le forze dell’ordine (tutti costoro, nel corso della campagna elettorale, erano stati definiti da Trump “ostaggi” dello Stato di polizia di Biden); la proclamazione dello stato di emergenza nazionale al confine meridionale, il che gli consente di usare i fondi federali senza l’autorizzazione del Congresso e di ordinare all’esercito di pattugliare il confine e arrestare chiunque tenti di attraversarlo (cosa che in tempo di pace è vietato dalla Costituzione); l’applicazione della legge sui nemici stranieri (“Alien Enemies Act”) del 1798, usata in tempo di guerra per espellere, senza il controllo della magistratura, persone che il governo ritiene costituiscano un pericolo per la sicurezza del Paese; la modifica del diritto di cittadinanza: non si diventa cittadini americani per nascita, ma solo se si è figli di cittadini americani o di residenti legali (gli Stati Uniti diventano così un Paese in cui vige lo ius sanguinis e non lo ius soli, com’è sempre stato e come vuole la Costituzione); la chiusura della app governativa, che era ormai l’unica strada per presentare la richiesta di asilo (a questo punto è praticamente impossibile entrare legalmente negli Stati Uniti se non per turismo); l’uscita (di nuovo, l’aveva già fatto nel 2017 e Biden aveva ripristinato gli accordi) dagli accordi sul clima di Parigi e dalla Organizzazione mondiale della sanità; la revoca dell’accordo con la l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (Oecd) per la tassazione delle multinazionali.

A questi si aggiunge una serie di provvedimenti senza alcuna utilità pratica, con un carattere puramente vendicativo o ideologico: il licenziamento di oltre mille funzionari nei vari ministeri di nomina politica, in anticipazione di un provvedimento più generale per togliere garanzie di indipendenza ai dipendenti pubblici; la cancellazione del dipartimento per le politiche di inclusione (Equità, diversità, inclusione) e dei conseguenti finanziamenti federali, nell’ambito di un generale attacco agli Lgbtq+ e ai transgender (“esistono solo due sessi – ha dichiarato Trump –, maschio e femmina”).

A fine giornata, il neopresidente che – non dimentichiamolo – si avvicina anche lui pericolosamente agli 80 anni, come il suo predecessore (a fine mandato, ne avrà 82, e sappiamo com’è finita), è andato al primo dei balli di gala in programma per la serata assieme alla elegantissima moglie. È andato anche al secondo, quello del “comandante in capo”, in cui, come ama fare (pur avendo evitato il servizio militare obbligatorio quando era giovane), si è pavoneggiato insieme agli ufficiali in alta uniforme e alle loro signore. A notte fonda, supponiamo stanco dopo la lunghissima ed emozionante giornata, è ritornato in quella Casa Bianca per cui in tutti questi anni ha incessantemente (davvero con un’energia straordinaria) imbrogliato, mentito, prevaricato e speso miliardi.

Domani ricomincerà la sua battaglia per la conquista del potere autocratico in America.

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