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Biden-Trump. Un grande disastro e una piccola speranza

Chi ha visto ieri sera il presidente democratico nel dibattito di Atlanta non ha potuto non rimarcare la profonda differenza con l’uomo di quattro anni fa in occasione del primo confronto con il rivale repubblicano

28 Giugno 2024 Stefano Rizzo  1076

I commenti a caldo da parte degli analisti politici e dei principali esponenti democratici, alcuni apertamente altri anonimamente, si riassumono in quattro parole: imbarazzo, dolore, disastro, panico.

Imbarazzo, perché volta dopo volta nel corso del dibattito Biden ha mostrato di non avere il pieno controllo di ciò che diceva e neppure di ciò che pensava: parlava lentamente impastando le parole con lo sguardo fisso e solo qualche guizzo facciale di ironia di fronte alle più strampalate affermazioni del suo antagonista. Chi sperava di rivedere il Biden di quattro mesi fa nel suo discorso sullo stato dell’Unione – un Biden combattivo e in pieno controllo di se stesso – è rimasto deluso. Chi lo ha visto ieri sera nel dibattito di Atlanta non ha potuto non rimarcare la profonda differenza con l’uomo di quattro anni fa in occasione del primo dibattito con Trump; quattro anni che hanno lasciato un segno su un uomo oggi di 81 anni.

Dolore, perché nonostante i dubbi sulle sue capacità fisiche e forse mentali, la maggior parte degli elettori e dell’establishment politico democratico rispetta il vecchio presidente; di più: lo ama. Nessuno mette in dubbio la sua onestà, le sue buone intenzioni, il suo amore per la democrazia e per il suo Paese; e molti anche gli riconoscono di avere governato al meglio nei limiti dei poteri di un presidente che in tutti questi anni ha avuto un congresso repubblicano ferocemente contrario e ostruzionistico. Per questo vederlo sulla scena talvolta borbottare in modo incoerente ha provocato un moto di dolore anche nei politici professionali più cinici.

Disastro, perché a meno di cinque mesi dalle elezioni, con Biden indietro nei sondaggi sia a livello nazionale, sia negli Stati in bilico, dopo questa specie di dibattito le sue chances di risalire la china sembrano più incerte che mai. Il prossimo dibattito sarà a settembre, e anche se per allora Biden riuscisse (cosa peraltro improbabile) a recuperare il suo autocontrollo è improbabile che possa rovesciare l’impressione di debolezza e di impotenza che si sarà ormai sedimentata tra gli elettori.

Panico, perché allo stato attuale nessuno vede una via di uscita dall’impasse. Certamente aumenteranno gli inviti perché il presidente ritiri la propria candidatura e alla convenzione di Chicago venga nominato qualcun altro che abbia migliori possibilità di vincere. Ma chi e come? È improbabile che Biden rinunci di sua volontà: se avesse voluto, lo avrebbe già fatto (già mesi fa il 60% degli elettori democratici avrebbe voluto un diverso candidato). A muoversi per convincerlo potrebbero essere i maggiorenti del partito, le persone che gli sono più vicine: la ex speaker della Camera Nancy Pelosi, l’attuale capo della maggioranza al Senato Chuck Schumer, James Clyburn il deputato nero della Carolina del Sud molto ascoltato da Biden; forse la moglie Jill, perché Biden è un uomo molto legato alla famiglia e potrebbe ascoltarla. Ma al momento nessuna soluzione è in vista, nessuno si è ancora fatto avanti, e il panico si diffonde.

Sui contenuti del dibattito durato oltre un’ora e mezza non ci sarebbe molto da dire. Entrambi i candidati hanno infilato una serie di falsità e di imprecisioni nelle loro affermazioni, anche se Trump molte di più di Biden (trenta contro nove). È stato anche e soprattutto il dibattito degli insulti. Trump su Biden: sei patetico, debole, corrotto, inefficace, sei il peggior presidente della storia. Biden su Trump: sei un mentitore, piagnucoloso, corrotto, pericoloso, antidemocratico, hai la moralità di un gatto di strada, sei il peggior presidente della storia. Costumi e maschere colorate a parte, sembrava più un incontro di wrestling che un dignitoso dibattito tra un presidente in carica e un ex presidente. Il match ha raggiunto vette di ridicolo quando Biden ha rimarcato i falsi dati forniti da Trump sul suo peso e la sua altezza, ed entrambi si sono sfidati a chi è più bravo a giocare a golf.

Inutile dire che alla domanda se accetterà il responso delle urne, Trump ha detto che certo lo farà se le elezioni saranno oneste (già, ma chi lo dice?). Quando gli è stato chiesto conto delle oscure minacce di “farla pagare” ai suoi oppositori, ha impudentemente dichiarato che la migliore forma di vendetta (retribution) sarà il suo “successo”. Anche alla domanda sull’attacco al Congresso del 6 gennaio è scivolato senza rispondere. “Certamente – ha detto – condanno la violenza, ma io mi sono limitato ad invitare i dimostranti a manifestare patriotticamente e pacificamente”. Non una parola se, come ha più volte annunciato in passato, una volta eletto farà uscire di prigione i violenti già condannati. Quanto ai suoi processi, la solita storia: io non ho fatto nulla, sono completamente innocente, è tutta colpa di giudici democratici corrotti guidati dal dipartimento (altrettanto corrotto) della giustizia. Un unico punto chiaro: sull’Ucraina. Trump ha detto che con lui presidente Putin non si era mai impossessato di alcun territorio (mentre l’ha fatto durante le presidenze Obama e Biden) perché sa che con lui “non si scherza”. In ogni caso ha promesso che appena vinte le elezioni, ancor prima di insediarsi, metterà insieme Putin e Zelensky e porrà fine alla guerra.

Biden, per parte sua, ha snocciolato (nella maniera poco efficace che si è detta) i successi della sua amministrazione: la ripresa dell’economia, gli investimenti, l’attenzione alle classi più povere (parlando di Medicare, il servizio sanitario pubblico per gli anziani, ha infilato la più imbarazzante e confusa affermazione della serata dicendo che l’aveva “liquidato” suscitando la sarcastica risposta di Trump). Sull’Ucraina ha ribadito con forza il suo credo sulla necessità di difendere il Paese dall’aggressione per difendere l’Europa e la democrazia contro il totalitarismo, ed è per questo che “i nostri alleati si fidano di noi”. Niente di nuovo anche in questo caso.

E così questo imbarazzante, penoso, doloroso e disastroso dibattito è terminato. Cosa succederà adesso lo vedremo nelle prossime settimane. La speranza di tanti è che Michelle Obama accetti di scendere in campo per salvare il partito e il Paese. Già il marito aveva messo la speranza – hope – al centro della sua campagna elettorale. Questa volta sarebbe ancora più difficile.

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