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Biden tra gli sconfitti della guerra di Hamas

Dal conflitto escono due sicuri perdenti: Benjamin Netanyahu, che quando taceranno le armi sarà quasi sicuramente costretto a dimettersi, e il vecchio presidente americano, che con il suo operato ha coronato il fallimento della sua politica mediorientale

13 Ottobre 2023 Stefano Rizzo  1592

Comunque finirà questa orribile guerra, che ha già provocato e ancora più provocherà migliaia di morti tra militari e soprattutto civili, fin da adesso possiamo dire che gli sconfitti sono due. È sconfitto Benjamin Netanyahu, da sedici anni capo del governo di Israele, che ha presieduto al più grande fallimento dell’intelligence e della sicurezza del suo Paese dalla guerra dello Yom Kippur del 1973, quando Israele fu preso di sorpresa dall’attacco di Egitto e Siria. Il fallimento di oggi ha dello stupefacente. All’alba del 7 ottobre almeno millecinquecento miliziani di Hamas sono riusciti, senza che nessuno se ne accorgesse, a oltrepassare il confine sfondando la sofisticata rete metallica, disabilitando i sensori delle torri di guardia e tagliando le comunicazioni dell’esercito israeliano; sono riusciti a prendere d’assalto una diecina di basi, militari senza che le sentinelle (che evidentemente dormivano) dessero l’allarme; hanno ucciso o sequestrato i comandanti militari israeliani, tutti incredibilmente riuniti in una sola base; hanno assaltato una ventina di villaggi massacrando uomini, vecchi, donne e bambini. Hanno ucciso, incendiato e saccheggiato per l’intera giornata senza che l’esercito israeliano riuscisse a fermarli. E tutto ciò è avvenuto nella più completa ignoranza dei famosi servizi segreti israeliani, lo Shin Bet e il Mossad, con la loro estesa rete di spionaggio.

Il secondo sconfitto è sicuramente Joe Biden, e con lui tutta la politica americana nei confronti della “questione palestinese” in continuità con quella del suo predecessore e, con qualche oscillazione, dei presidenti precedenti, almeno a partire dagli accordi di Oslo del 1993. A grandi linee, questa politica si riassume in poche parole: difesa di Israele con continue forniture di armi e sostegno politico ogniqualvolta ne venivano denunciati gli eccessi nei confronti dei palestinesi; appoggio (a parole) della formula “due popoli, due Stati”; condanna, sempre a parole, degli insediamenti illegali nei territori occupati, che nel corso degli anni sono cresciuti al punto da vanificare la possibilità di creare uno Stato palestinese.

Non che i rapporti tra le amministrazioni americane e i successivi leader israeliani siano stati idilliaci. Barack Obama disprezzava personalmente e non si fidava politicamente di Netanyahu. Nel marzo del 2010 lo stesso Biden, allora vicepresidente, nel corso di una visita in Israele dovette subire l’affronto dell’annuncio di nuovi insediamenti dopo che Netanyahu aveva promesso di fermarli. Ma questo non bastò a interrompere la fornitura degli armamenti più sofisticati e il sostegno politico a Israele in tutte le sedi internazionali. Il governo israeliano non ci mise molto a capire che l’amministrazione americana abbaiava ma non mordeva, e poteva essere ignorata.

Certamente nella posizione degli Stati Uniti c’entrava la politica interna, il sostegno della influente comunità ebraica americana che considera prioritaria la difesa dello Stato di Israele; cui si sono sempre aggiunte le pressioni della potente lobby israelo-americana Aipac. Ma con il passare degli anni anche l’atteggiamento della comunità ebraica, generalmente progressista e spesso schierata in difesa dei diritti umani, è venuto mutando: oggi gli ebrei americani sostengono sempre, com’è naturale, Israele, ma non ne condividono più, con l’unanimità di un tempo, le politiche repressive nei confronti dei palestinesi; vorrebbero una più decisa azione del governo americano per fermare nuovi insediamenti e permettere la creazione di uno Stato palestinese.

Se la politica di Obama è stata ferma nei principi e accondiscendente nella sostanza, quella del suo successore, Donald Trump, ha operato una netta inversione. La propensione dell’uomo per l’uso della forza e la simpatia per i leader autoritari lo ha spinto ad abbracciare la politica espansionista di Netanyahu, ad accettare senza fiatare sempre nuovi insediamenti, ad approvare la mano forte nei confronti dei palestinesi nei territori occupati, e soprattutto nella striscia di Gaza. Insomma, se in precedenza le amministrazioni americane avevano cercato di mantenersi (almeno formalmente) equidistanti, con Trump la scelta pro-Israele è netta. Non solo per l’assenza di critiche, ma anche con un gesto simbolico di enorme portata come lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, seguita dall’annessione da parte del governo Netanyahu di Gerusalemme Est, che i palestinesi da sempre rivendicano come loro capitale. Non solo: Trump spedisce come ambasciatori personali in Medio Oriente il genero Jared Kushner e la figlia Ivanka per concludere i cosiddetti accordi di Abramo, ottenendo il riconoscimento dello Stato di Israele da parte di Emirati, Bahrein, Marocco, Sudan – cosa di per sé positiva, ma che ha come conseguenza (peraltro voluta) di emarginare la già debole Autorità nazionale palestinese e favorire il radicalismo violento di Hamas.

Con Biden sembrava che la situazione dovesse cambiare e che il vecchio leader, che per decenni aveva sostenuto la soluzione dei due Stati e difeso (a parole, ma è già qualcosa) i diritti del popolo palestinese, avrebbe cambiato la politica di Trump, dando nuovo impulso ai negoziati tra Israele e l’Anp. Così non è stato, e le speranze ancora una volta sono andate deluse. In questo come in altri campi (segnatamente l’immigrazione), in cui aveva fatto grandi promesse e suscitato grandi speranze, l’amministrazione Biden ha agito in continuità con quella del suo predecessore.

Quando, nel 2018, il principe saudita Mohammed bin Salman fece assassinare il dissidente Jamal Khashoggi, con doppia cittadinanza saudita e americana, Biden, che si apprestava a candidarsi alla presidenza, dichiarò che bin Salman doveva essere considerato un “paria” intendendo che non avrebbe mai avuto rapporti con lui. Pochi anni dopo, invece, divenuto presidente, è andato a implorarlo di aumentare la produzione di petrolio per abbassare il prezzo della benzina e non fargli perdere le elezioni del 2023 – ricevendone un non garbato rifiuto. Qualche mese prima le forze israeliane avevano ucciso la giornalista di al-Jazeera, Shireen Abu Akleh, anche lei con doppio passaporto palestinese e americano, ma Biden si guardò bene dal creare un incidente diplomatico e si accontentò della promessa da parte di Netanyahu di “un’accurata inchiesta”.

Nonostante questi due schiaffi diplomatici, l’amministrazione Biden ha intensificato la collaborazione con i due Stati (entrambi tra i maggiori destinatari di forniture militari americane) e, in continuità con gli accordi Abramo, era arrivata a un passo dall’ottenere il riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia saudita. La questione palestinese passava in secondo piano rispetto ai lucrosi affari che la pace tra i due Paesi avrebbe procurato. Sullo sfondo si sentivano le proteste (flebili) e le richieste (minimali) dell’Autorità nazionale palestinese, che vedeva allontanarsi sempre di più il sogno di un proprio Stato. Forse ci sarebbe stata una qualche concessione, o forse no. Non lo sapremo mai.

Non lo sapremo mai perché il 7 ottobre, con il suo micidiale attacco, Hamas non ha colpito soltanto Israele, ha anche travolto tutta la politica mediorientale americana, rendendo di fatto irrilevante il ruolo degli Stati Uniti. E così si ritorna al punto di partenza di trent’anni fa, quando furono conclusi gli accordi di Oslo, solo con molta meno speranza di una soluzione e con sempre più vittime innocenti, da una parte e dall’altra, che nemmeno quella potranno più avere.

Hamas non ha vinto, perché il popolo di Gaza sta già subendo e ancor più subirà la feroce vendetta di Israele per l’avventura militare e le stragi compiute dai suoi capi. Israele non vincerà comunque, perché anche dopo che avrà massacrato qualche migliaio di abitanti della striscia di Gaza, e ancor più se cercherà di occuparla, si troverà minacciato come e peggio di prima. L’Autorità palestinese non è sconfitta, ma mostra in questa, come in altre occasioni nel corso di venticinque anni, la propria impotenza. Neppure l’Europa è sconfitta, semplicemente perché, incapace di avere un ruolo autonomo, a parte finanziare l’Autorità palestinese perché i palestinesi non muoiano di fame, si è consegnata all’irrilevanza.

Da questo conflitto escono quindi due soli sicuri perdenti: Benjamin Netanyahu, che quando taceranno le armi sarà quasi sicuramente costretto a dimettersi; e Joe Biden, che con l’inutile dispiegamento di forza rappresentato dall’invio della portaerei Gerald Ford al largo di Gaza, corona il fallimento della sua politica mediorientale – purtroppo non soltanto la sua.

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