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Un conclave di civiltà

L’inedita alleanza fra chiese ricche e povere. E i nomi che si fanno, da Parolin a Zuppi. Ma il punto di svolta potrebbe essere dato dall’annunciata presenza di Trump a Roma: la Chiesa come un tassello decisivo per un Occidente come retrobottega della Silicon Valley

22 Aprile 2025 Michele Mezza  1355

La tentazione è troppo forte per ignorarla. Il film Conclave, diretto da Edward Berger, è una metafora a cui non potremo che rifarci in questi giorni di vigilia e, soprattutto, di interpretazione della solenne riunione del collegio cardinalizio. In particolare, per la scena in cui uno dei porporati italiani, impersonato da Sergio Castellitto, capo della componente più conservatrice, grida in faccia a un esterrefatto segretario di Stato – ricalcato sulla figura di Pietro Parolin, il capo della diplomazia vaticana insediato da Bergoglio, identificato come una delle figure centriste in pole position – “questa è una guerra e tu ti devi schierare”. Non sarà una guerra, non potrà esserlo dopo le ispirate raccomandazioni di Francesco nelle ultime ore della sua vita per una pace ecumenica, ma sarà sicuramente uno scontro forte.

Di solito si dice, per non accodarsi alle interpretazioni più meccaniche, che la tradizionale geografia fra conservatori e riformisti non è adattabile a un’assemblea quale quella che si riunirà nella cappella Sistina. La Chiesa, per la sua natura planetaria e le sue dinamiche che intrecciano ragioni locali con visioni globali, non è riducibile a un partito. Oggi però sembra che sia proprio il contrario.

La politica ha assunto, come motore delle sue nuove dialettiche, logiche più complesse della divisione fra destra e sinistra, fra ricchi e poveri, fra riformatori e conservatori. Proprio il delinearsi di una nuova forma di movimento internazionale – che, dalla Casa Bianca di Trump e Musk, arriva nei diversi continenti, disegnando figure e convergenze quanto mai sorprendenti, come lo scontro con l’Europa, e, d’altro canto, la convergenza con le autocrazie asiatiche di Mosca e di Nuova Delhi – indica come sia stata adottata, dalla destra reazionaria e populista, quella formula che ha visto configurarsi un fronte di opposizione alle spinte di rinnovamento del papato di Francesco da parte di un’inedita alleanza fra chiese ricche – anglosassoni – e chiese povere – africane e latinoamericane. Con le prime che fanno pesare i contributi economici alle malmesse finanze vaticane; con le seconde che reclamano un riconoscimento per il proprio contributo vocazionale.

A quest’alleanza si contrappone il super-partito, che sulla carta non dovrebbe riservare sorprese. Sui 136 cardinali ammessi al voto, al netto dei limiti di età degli ottant’anni, ben 110 sono quelli insediati dal Papa scomparso. Il quorum per l’elezione è di due terzi; dovremmo arrivare almeno a 96 schede, che sono un numero altissimo rispetto ai precedenti: questo è infatti il conclave più affollato della storia, segno di un decentramento dei poteri che, di per sé, suscita consensi e anche grandi opposizioni.

E arriviamo cosi ai nodi che rimangono da sciogliere. Innanzitutto quello della continuità. C’è oggi una robusta maggioranza per proseguire la strada imboccata dal papa argentino, sia pure con alti e bassi? La risposta sembra meno scontata del dolore espresso in queste ore. Soprattutto perché, al di là dell’agiografia, Francesco ha presentato sfaccettature diverse. Rigoroso nell’impegno umanitario internazionale, ma geloso delle prerogative religiose in materia di controllo delle nascite e fine vita. Aperto a una visione del tutto progressista nell’analisi della nuova evoluzione tecnologica, per cui ha reclamato un ruolo attivo di soggetto negoziale rispetto ai percorsi di regolamentazione delle intelligenze artificiali; mentre, d’altra parte, non ha mancato di marcare il territorio di una certa ortodossia nella tolleranza circa le tendenze sessuali (come la sua famosa battuta sulla “frociaggine” lasciò chiaramente trasparire).

Quale aspetto privilegiare? Come dare continuità allo sforzo di rispondere al disagio di Benedetto XVI, che rimane sullo sfondo? La Chiesa deve districarsi, in questa riorganizzazione dei poteri, per capacità di resistenza o di influenza? È il tipico dilemma dei gesuiti nella storia, che Francesco, che rimaneva un adepto di sant’Ignazio di Loyola, ha risolto con una formula esplicita su temi pubblici e più prudente su questioni diremmo riservate.

Ora siamo al redde rationem: la Chiesa diventa parte in causa dello scontro politico. Tanto più in un clima bellico quale quello che stiamo vivendo. Ucraina e Medio Oriente saranno due nodi fondamentali per cementare una maggioranza larga quale quella richiesta. La destra neo-tech atlantica spinge per una chiara omologazione. Le bellicosità del trono di Pietro sui temi delle intelligenze artificiali sono risultate qualcosa di più che punture di spillo. Nell’ultimo G20 sulle tecnologie generative, Bergoglio ha mandato un messaggio estremamente lucido ed esplicito. Nessuna generica richiesta di mettere l’uomo al centro, ma dettagliate proposte per rendere il tema trasparente e negoziabile dalle componenti escluse dai processi decisionali. E questo sarà un altro aspetto intorno a cui maturare consensi e rigetti.

Poi la questione più direttamente teologica: come pensa la Chiesa di giocare il proprio ruolo quando chiaramente la vita e la morte vengono considerati stati biologici da correggere e riprogrammare? Torniamo a Ratzinger: quale papa per uscire da questa strettoia? Un diplomatico centrista come Parolin, che potrebbe declinare continuità in politica estera, ma correggere alcune impennate gestionali del predecessore? Oppure, addirittura, come si vocifera, una spallata decisa dei riformatori con la candidatura di Zuppi, il presidente della Conferenza episcopale italiana? Oppure una figura minore, che dia respiro ai due fronti? L’arcivescovo di Vienna, Schönborn, teologo di spicco e stimato per le sue letture del catechismo?

In alternativa, crescono candidature opposte, che le tendenze più vicine alle nuove élite populiste, cercano di agitare per scompigliare la maggioranza uscente. Si mira, infatti, a un esponente delle chiese più povere – il papa nero, come si dice – per aprire la porta a una restaurazione in chiave sovranista, come il prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, il guineano Robert Sarah.

Non è un caso che Trump ha subito annunciato che sarà a Roma – dove ormai la squadra della Casa Bianca prenderà la residenza, data l’insistenza delle presenze – per i funerali. Il presidente statunitense, proprio nei giorni scorsi, aveva esplicitamente accennato a un vertice vaticano più in sintonia con il suo Maga (Make America Great Again). Non è folklore. Alle spalle di questa sobillazione, c’è una visione ormai chiara di una nuova frontiera dello scontro geopolitico che si può ricavare dai testi di Samuel Huntington, il teorico dello “scontro di civiltà”, che ripensava l’Occidente alla luce di una forma di neoimperialismo culturale. In questa prospettiva, la Chiesa cattolica è più di una forza morale: è un tassello decisivo per un Occidente come retrobottega della Silicon Valley.

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