In una recente e persuasiva risposta, Rino Genovese mi ha fatto notare che, in un precedente articolo per “terzogiornale”, avevo scritto che il nostro problema è non credere più: ma se davvero il problema fosse che non crediamo più in nulla – ha osservato –, allora avrebbe ragione il patriarca di Mosca, che giustifica la guerra dicendo che la legge di Dio è sfidata dall’Occidente, e per questo essa va combattuta e vinta. All’opposto, si potrebbe contraddirlo dicendo che la volontà di Dio, la sua vera legge, ci chiedono di sconfiggere Putin. Ma non si crede soltanto in Dio, che non sapendo se esista si può solo “credere che esista” o “credere che non esista”. Altrettanto può valere per la libertà, per l’uguaglianza, per la fraternità. Esistono? Forse non esistono, o potrebbero esistere se noi crediamo che esistano e che possano esistere, o addirittura che debbano esistere. Si crede, o non si crede, oltre che in Dio, in molte altre cose. Questa guerra, come spesso accade con le guerre, ci pone purtroppo davanti alla domanda: in che cosa crediamo?

Da tempo il dibattito principale, molto ideologico, riguarda una domanda: è giusto o sbagliato armare gli ucraini? La discussione è ideologica perché pochi l’hanno riferita a un caso concreto: un signore, residente a Mariupol’, si trova i tank russi non distanti da casa. È giusto mandargli un’arma idonea a respingere l’assalitore? La questione diviene ideologica quando si esce dal contesto materiale e si entra in quello immateriale. Perché è arrivato quel carro armato? Cosa ha fatto il governo del Paese in cui quel signore risiede per provocare l’aggressore? Quale imperialismo ha mosso il tutto? Ciò è importante, anzi importantissimo, ma appartiene al mondo delle idee, le nostre. Tutti vorremmo conoscere la verità, ma abbiamo idee diverse al riguardo, nessuno di noi conosce la Verità. L’unica che conosciamo per certa è quella del tale signore con il carro armato davanti a casa.

Se cerchiamo di districare la matassa dei fatti e delle cause, dobbiamo ricorrere necessariamente alle idee, decisive per formarci un’opinione intorno a questo conflitto, e quindi una su cosa fare: al centro di tutto, c’è un espansionismo o un altro espansionismo? Per decidere da che parte stare, è decisivo capire, formarsi un’idea. Questa idea ci allontana dal tale signore: lui non vuole lasciare casa sua, io che faccio? Lo aiuto o ritengo che farlo sia rischioso, nel senso che il suo evidente diritto a difendersi può però poi provocare un conflitto più vasto, provocando danni maggiori, ledendo altri diritti?

Questa domanda ci obbliga a una valutazione. E nella valutazione può entrare, oltre al futuro, anche il passato. Qui l’ideologia diventa padrona del campo. In un personale giudizio su torti e ragioni, provocatori e provocati, entrano in ballo considerazioni soggettive, simpatie e antipatie, vicinanze e distanze, visioni e opposizioni. È inevitabile, ma ci allontana dalla realtà che è più reale di ogni idea.

In questo allontanamento si avverte un rischio pressante. Lontani dalla realtà materiale, fisica, concreta, le idee trasferiscono la guerra nel nostro immaginario e, di qui, nella nostra realtà, condizionata da altri immaginari. E allora diviene importante capire che guerra divenga questa guerra. Una guerra trasferita dal suo alveo nel nostro diviene un’altra cosa. Diviene una guerra che risponde ad altre guerre, che noi riteniamo coinvolgerci, giustamente o ingiustamente. Per esempio, ed è abbastanza evidente, quella dell’establishment americano che si vendica di qualcuno che ha sfidato il loro sistema elettorale, cioè Putin. Ma non è il Putin che ha invaso l’Ucraina, è il Putin dell’interferenza con il voto americano, fino al “quasi golpe” di Trump. È una reazione, ma è un’altra guerra.

E ci sarà ancora un’altra guerra, quella per il mercato del gas: comprensibile per quanto cinica, ma anche qui, un’altra. Poi c’è la guerra contro le élite, la teoria di “grande reset” globalista, di cui parlano tutte le destre sovraniste, e che alcuni scorgono dietro il “necessario” intervento russo, al fine di evitare di essere travolti dal Piano malevolo. Si entra così nel diffusissimo complottismo, che resta anche nel mondo di altre guerre. Che possiamo vedere, immaginare, o perfino trovare citate sui nostri giornali. La malvagità assoluta dei russi, per esempio, eterno nemico, l’orso che ha già prodotto il mostro sovietico. Ma cosa c’entra l’Unione sovietica che, in fin dei conti, prima rese l’Ucraina una Repubblica autonoma e poi le diede la Crimea? E la malvagità ovviamente del demone americano? Anche qui, non di Biden, ma dell’America in sé, o della Nato.

Ciò impone la centralità di una parola: resistenza. Ai russi, all’orso, bisogna resistere. All’America, alla Nato e ai loro piani malvagi, bisogna resistere. Anche cancellando la reale resistenza del signore di Mariupol’, che magari non ha neanche votato per Zelensky, ma che vorrebbe restare a casa sua. Ecco, questa resistenza sparisce davanti alle resistenze ideologiche, mentre solo essa è concreta. Questa resistenza non giudica i russi, e non sposa ogni politica ucraina. È la resistenza di un essere umano, nei suoi diritti più semplici. Si può credere in questo?

In un’accalorata surenchère televisiva Michele Santoro ha affermato che le immagini che giungono dall’Ucraina sono “insopportabili”. Ha ragione. Ma quelle immagini sono immagini per noi. Per altri sono i loro corpi, le loro case, la loro vita. Non possono essere fermate perché comunque, per loro, resteranno realtà viva. Questa realtà può solo essere sostituita da un’altra realtà. Non può sparire, può subentrare qualcosa di altro, di nuovo. Non c’è sparizione possibile dell’immagine, ma c’è solo l’ingresso di una nuova immagine. Quale?

Si tratta di scegliere: se crediamo nel diritto di quell’essere umano a resistere o no. Se ci crediamo – non nel nome del nostro interesse, ma del suo diritto a vivere come meglio ritiene –, crederemo nella sua libertà, uguale alla nostra in quanto fratelli. Questo diritto andrà tutelato e reso possibile in modi diversi: l’immagine che esce non può determinare quale immagine subentri. Il nostro realismo, la nostra coscienza, la nostra visione potranno cambiare, produrre esiti diversi, ma il punto di partenza è questo. Non l’insopportabilità dell’immagine, di cui ha detto Michele Santoro, ma la necessità di vederla.