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Russia “rosso-bruna”

La nebulosa ultranazionalista degli amici di Putin, o oppositori del suo sistema, che mescolano insieme il bolscevismo e il nazismo

31 Marzo 2022 Giancarlo Castelli  2422

Il termine “rosso-bruno” non va attribuito a Boris Eltsin, come spesso si dice. O meglio, a lui andrebbe attribuita la definizione in tempi più recenti. Di averla ripresa e rilanciata, per intenderci. L’espressione, infatti, avrebbe origini che risalgono, come minimo (in una cronologia storica convenzionale e perciò approssimativa), a prima dell’avvento del nazismo in Germania, nella Repubblica di Weimar; o, più tardi, a quel Nikolaj Vasilievic Ustrjalov, comunista e teorico dell’“uomo nuovo”, che elaborò l’idea di una dimensione nazionale del bolscevismo.

Su un punto, comunque, si può raggiungere un sufficiente accordo: la Russia avrebbe dato i natali al fenomeno contemporaneo dei “rosso-bruni”, e Eltsin, all’inizio degli anni Novanta, reintrodusse il termine (“la peste rosso-bruna”) per additare quei movimenti nati dal crollo dell’Urss del 1991. Movimenti messi insieme dal fascista russo, Aleksandr Barkashov, che – dalle ceneri del gruppo antisemita “Memoria”, nato nel 1985 – fondò nel 1990 il gruppo ultranazionalista “Unità nazionale russa”.

Nello stesso periodo, mentre Boris Eltsin nel 1993 bombardava la sede del governo (già del soviet supremo), il comunista Viktor Anpilov fondava “Russia lavoratrice”, che marciava nelle strade contro il nuovo corso politico filo-occidentale, insieme proprio a Barkashov e a un altro “principe nero”, il colonnello Viktor Alksnis, convinto sostenitore dell’Urss (nel momento del crollo), che in seguito, dopo numerose vicissitudini, diventò curiosamente tra i promotori del sistema Linux in Russia e del free software in generale (oggi è il presidente del Center of free technologies in Russia).

Muoveva in quegli anni i primi passi anche Eduard Limonov, già dissidente ed esule a Parigi e a New York, fondatore nel 1994 del Partito nazional-bolscevico: punk, dissidente e situazionista, bisessuale e poeta maledetto, la cui figura è ampiamente descritta nel celebre libro di Emmanuel Carrère, Limonov. “Sicuramente quei movimenti russi degli anni Novanta, che sono stati alla base del nazional-bolscevismo, avevano una forte impronta anticapitalista, in quanto il capitalismo era considerato come una forma di colonizzazione da parte dell’Occidente – secondo Fabrizio Fenghi, della Brown University di Providence, slavista e studioso dei fenomeni underground e nazionalisti nella Russia postsovietica degli anni Novanta –, e oggi, quando Aleksandr Dugin (l’ideologo conservatore nazionalista, spesso citato come il teorico dell’Eurasia, ndr) dice che anche in Europa potrà diffondersi l’ideologia ‘rosso-bruna’, è fuor di dubbio che il riferimento vada proprio a quella specie di controcultura estremistica e marginale che si era affacciata in Russia in quegli anni, e di cui un esponente fu Eduard Limonov”.

Del resto, anche in anni più recenti non è mancato in Russia il fenomeno di una certa “trasversalità” politica e culturale. Anzi, sembra quasi di poter vedere una continuità con quegli anni del caos di quasi tre decenni fa. Nel 2010, un gruppo di ragazzi dell’estremo oriente della Russia aveva occupato per mesi le cronache a causa di alcune rivolte a metà tra ribellione e criminalità. Venivano chiamati, dalla stampa, “partigiani del Primorje”: sei ragazzi in tutto (almeno il nucleo centrale del gruppo più altri simpatizzanti) che in quella lontanissima regione, il Primorje appunto, si ribellarono al dominio della mafia locale (in combutta con la polizia corrotta); si armarono ed entrarono in clandestinità, compiendo assalti nei commissariati di polizia, uccidendo due agenti e ferendone un altro.

Riuscirono a rimanere uccel di bosco per sei mesi, fino a quando – con una mega-operazione di polizia, da Mosca partirono mezzi militari e mille poliziotti – si giunse infine a catturarli in un covo segreto nella città orientale di Khabarovsk (non lontana dal loro villaggio di provenienza, Kirovski, a duecento chilometri da Vladivostok). Due ragazzi furono uccisi durante la cattura; gli altri ancora oggi sono in attesa della sentenza di terzo grado (che si annuncia piuttosto pesante). Ebbene, sui muri delle città russe, in quei giorni, apparvero scritte come “Viva i partigiani del Primorje” firmate con una croce celtica – e anche “Viva i partigiani del Primorje” con la falce e martello di contorno.

Si potrebbe citare inoltre il gruppo anarco-situazionista dei Voinà (da una cui costola si formarono le Pussy riot), ricercato in patria per alcune azioni artistiche di protesta (anche piuttosto estreme), grandi esponenti della controcultura russa, conosciuti in mezza Europa. Quando, nel 2014, la Russia decise di annettersi la Crimea, loro approvarono immediatamente quell’azione (lo fece anche Navalny, del resto). Il fenomeno “rosso-bruno”, quindi, non viene proprio da così lontano. Ed è difficile non credere che il “diritto al delitto”, di cui parlava Dostojevskij, non abbia giocato un ruolo – insieme con il gusto dell’azzardo e della provocazione che, in quel grande laboratorio politico e culturale che è la Russia, non è mai mancato.

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TagsAleksandr Barkashov bolscevismo Boris Eltsin fenomeno rosso-bruno Giancarlo Castelli nazismo Russia trasversalità ultranazionalismi Viktor Alksnis Viktor Anpilov Voinà

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