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La strana guerra del battaglione Azov

Forse aveva ragione Carl von Clausewitz quando insisteva sul disordine soggiacente a ogni guerra. La guerra non è un universo ordinato ma caotico. Il campo di battaglia è qualcosa di più del luogo del dispiegamento e della concretizzazione di una strategia razionale, è uno spazio in cui si mescolano forze orientate a uno scopo ed eventi casuali e imprevedibili, in cui compaiono repentinamente figure e forme ingannevoli, cui non sempre è il caso di affidarsi. Nel conflitto attuale ritroviamo tutti questi elementi noti, unitamente a un’altra componente invece inedita, e cioè la compresenza in esso di tratti modernissimi e innovativi: tecnologie avanzate e sistemi di software sofisticati, social media, riprese satellitari e comunicazione in tempo reale, che convivono con aspetti tipici delle guerre novecentesche: dagli scontri tra carri armati ai tiri di artiglieria, fino alle trincee da prima guerra mondiale.

La guerra tra Russia e Ucraina è una sorta di sintetico repertorio di quanto i conflitti dei secoli scorsi ci hanno consegnato in eredità, inclusa la minaccia nucleare. Una “esposizione universale” diacronica delle metodologie di combattimento e di lotta, ma anche un tornare di ideologie e visioni del mondo rimaste a lungo nel frigorifero della storia. Questo lo sfondo su cui si può leggere la vicenda del complesso industriale dello Azovstal a Mariupol’ e del battaglione Azov, incaricato di difenderlo a oltranza.

Resistere al clima bellicista

Non ci si deve far trascinare dalla visione dell’orrore. In Etiopia è in corso una “pulizia etnica” contro i tigrini, punto di approdo della guerra in quel Paese (vedi l’articolo del nostro Vittorio Bonanni), e ciò sta avvenendo nell’indifferenza generale. Nel Mali, alla fine di marzo, l’esercito regolare, insieme con i mercenari russi del gruppo Wagner (su cui vedi ancora Bonanni), ha compiuto una strage di civili in un mercato, per dare la caccia ai terroristi jihadisti. Solo in quanto avvezzi alla circostanza che queste atrocità accadano in Africa (hic sunt leones, segnavano gli antichi nelle loro carte), e perché immagini televisive di ciò che è accaduto non ne abbiamo, avvenimenti del genere non ci scuotono. Per quanto riguarda l’Ucraina, invece, l’orrore viene servito giorno dopo giorno.

E allora è necessario ribadire che l’Occidente – l’Europa in particolare – dovrebbe proporre una road map per l’uscita dalla crisi. Sarebbe puerile affidarsi alla Turchia o alla Cina (che tra l’altro non vuole saperne di tentare una mediazione). Le sanzioni, perfino le armi inviate per sostenere Zelensky, vanno bene solo se c’è al tempo stesso uno sforzo diplomatico per arrivare a un “cessate il fuoco” e, successivamente, a un accordo basato – inutile girarci attorno – su una divisione dell’Ucraina. Sarà un nuovo “muro” nel centro del continente europeo? Pazienza! Ma l’intenzione, rivelata dalle esternazioni fuori misura di Biden, di arrivare a rovesciare Putin e la sua cerchia implicherebbe una guerra prolungata, la continuazione dei massacri, senza contare che – dalla caduta di Putin – potrebbe venir fuori addirittura qualcosa di peggiore: per esempio una dittatura militare.

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