Più di centomila morti in Italia, un milione in Europa, e il crimine, in fondo, ancora non ha un nome. Ogni categoria è messa a dura prova da una morte sparsa, acefala, sfuggente alle misure note della responsabilità. Nessuna conferenza di Wannsee, a decidere che tutte queste persone dovessero svanire, non c’è un disegno di annientamento, non c’è un Eichmann a fare il brindisi della staffa dopo la riunione, come raccontò al processo di Gerusalemme.

È più rarefatto dello sterminio pianificato, il delitto amorfo che si commette da oltre un anno. Una decisione di eliminare gli indesiderati (gli Unerwünschte) può essere attribuita a un gruppo preciso, e i dubbi che lascia riguardano le complicità, le connivenze, i grigiori morali. Che dire, quando un modello di produzione e consumo favorisce la diffusione di un virus, poi affronta l’emergenza in modo reticente e frammentario, e ancora, di fronte al dilagare della morte, prosegue imperterrito nella gestione opaca, nella sordità mentale, nelle deficienze organizzative, nella lottizzazione, nella speculazione?

“Non l’ho fatto apposta”, dice un bambino per cavarsi dai guai, e la distinzione fra una scelta e una sciatteria è quasi intuitiva. Intuitiva, davvero? La misura della responsabilità di fronte al male è sempre figlia della società. Le tecnologie dagli effetti sempre più distanti e ramificati, con tutte le caratteristiche delle società complesse, dovrebbero imporre una nozione di responsabilità più attenta. Ma non è così, non per tutti. La posizione dei gruppi dirigenti, al di là di dichiarazioni di principio, bandiere ideologiche, codici di autoregolamentazione e carte autofabbricate, è protetta da ruoli istituzionali, schermi societari, esterovestizioni e delocalizzazioni, mentre ai settori deboli, disinformati, degradati da lavoratori a consumatori, poi a desideranti cioè indesiderati, è delegato il compito di sentirsi colpevoli. Peccatori così, con qualche atto di contrizione, di tanto in tanto: l’acquisto solidale, l’elemosina per telefono, la rinuncia a qualcosa pensando al Delta del Niger (o si può pensare anche a Taranto). Il suggerimento di uno stato puerile permanente è funzionale alla manipolazione, e l’irresponsabilità per la morte diffusa passa anche da questo.

In Italia i morti per Covid sono già tre volte le vittime nelle stragi naziste dal ’43 al ’45. La difficoltà del paragone non è un motivo per eluderlo, ma la prova che il raffronto imbarazza, che lo sforzo di coscienza misura la mediocrità del presente. Contro il nazifascismo si combatteva, non ci si limitava a curare i feriti e seppellire i morti. La devastazione ambientale, l’incuria per le persone e il cinismo politico hanno avversari scarsi e divisi.

La responsabilità, gioiello spinoso della condizione umana, che ci fa dire e no, che ci dà il privilegio persino di respingere ciò che non possiamo cambiare, si rassegna e si flette assolvendo chi conta e colpevolizzando gli altri.

La strage di anziani, di fragili, di poveri, in Italia ha assunto forme odiose nella regione più sviluppata, feudo del modello banditesco e spettacolare prima craxiano e poi berlusconiano, dove il passaggio delle zone rurali all’industrializzazione capillare e la rete dell’affarismo travestito da religione hanno generato piovre voraci. La lezione, naturalmente, non è servita. Non s’era già visto? I fascisti dalla guerra e dall’occupazione tedesca, che avevano fatto vittime anche fra loro, non impararono altro che il rancore. Se non capisce chi lo faceva apposta, si autoassolve anche chi sostiene che no.

Indicibile: nelle famiglie che hanno avuto lutti in Lombardia si potrebbero trovare molti sostenitori del modello politico corrente. L’irresponsabilità è più mistica che logica. Hermann Göring non si pentì di aver detto che nessuna bomba sarebbe caduta su Berlino; perché prendersela con chi un anno fa ripeteva “Milano non si ferma”? Ma una Norimberga sulle negligenze non c’è e non si fanno processi ai bambini. Un buon motivo per puerilizzare tutto. E poi, Norimberga: la città delle leggi sulla razza è la stessa del grande processo ed è famosa per i giocattoli.

La strage prosegue. Si spegnerà o si assesterà su numeri accettabili (orrore, solo a scriverlo), ed è cominciata la monumentalizzazione: un giorno per ricordare, riti funerari, alberi della memoria e altri prodotti della comunicazione. Il legame della morte col saccheggio dell’ambiente, con l’ipermobilità insostenibile, con l’accaparramento delle ricchezze e con la privatizzazione dei servizi è così evidente, che la voglia di respingere la realtà produrrà le tipiche negazioni, banalizzazioni e riduzioni che non combattiamo abbastanza: quelle sui crimini nazisti.

L’assoluzione più subdola, la comodità della colpa trascurabile, serpeggia coi discorsi sulle vittime: anziani, malati, debilitati. In fondo, via: sarebbero morti comunque. La differenza fra il dolo e la colpa (l’ho fatto apposta, non l’ho fatto apposta), si vede bene a cose fatte, sul sangue sepolto. E meglio, nel non luogo del delitto.

Nel 1945 si può costringere un sindaco a vedere i cadaveri nel Lager, lì a un passo, per sentirlo balbettare “non sapevo”. Gli effetti di una pandemia, invece, non sono nascosti, sono ovunque, dilagano anche nell’iperspazio mediatico. Tutti sono coinvolti e nessuno l’ha fatto apposta, e in quel sarebbero morti comunque c’è qualcosa contro la vita: un’ombra con la sagoma della burocrazia di uno sterminio, ma sfumata, perché è un disprezzo senza enfasi, senza divise, covato nel grigio fra consapevolezza e ignoranza, fra volontà e fatalismo. Il contrario del libero arbitrio non è più l’ubbidienza, ma l’arbitrio, quello di quando si uccide lasciando morire, e resta il capriccio di versare una lacrima, cantare dal balcone, distrarsi, borbottare un comunque.

Il denaro promesso, se e quando arriverà, non restituirà né le vite perdute, sacrificate su un altare prosaico, né la coscienza indispensabile a farsi forti su un lutto di comunità. La sua spartizione, già cominciata sui tavoli dove si vuole prendere il massimo e cambiare il minimo, rischia di proporre un modello nato capovolto: il disastro doveva insegnare che bisogna cambiare, invece si fa finta di non capire, si usa la morte per fare affari ai funerali.

(Luca Baiada è un magistrato che si è occupato in passato di stragi nazifasciste, e oggi si batte affinché la Germania paghi gli indennizzi per i suoi crimini di guerra; al centro dei suoi interessi teorici c’è il concetto di “responsabilità”; ha pubblicato un libro di storia sulla strage di Fucecchio del 1944, con il titolo Raccontami la storia del Padule, ombre corte, 2016).

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