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Al cinema lente d’ingrandimento sul conflitto sociale

Come scrive Rino Genovese su “terzogiornale” (vedi qui), è divenuto difficile definire oggi cosa sia una classe sociale e la propria appartenenza ad essa;...

Se i profitti si chiamano stipendi

Una piccola imprenditrice alberghiera in Abruzzo (che si appresta a votare probabilmente per i due improvvisatori, Renzi e Calenda) diceva pochi giorni fa: “Magari non mi do lo stipendio pur di pagare le quattro che lavorano con me”, cioè le addette alle pulizie e al riordino delle camere, assunte con regolari contratti part time. Non c’è motivo di dubitarne, e ci sarebbe semmai da esclamare: “Vorrei vedere!”. È piuttosto la indebita generalizzazione che, nel contesto, la signora intendeva trarne che va criticata: l’impresa privata sarebbe votata al benessere dei dipendenti, quasi un’opera di carità. Ciò che l’imprenditrice ovviamente ometteva di aggiungere era che la sua attività economica le deriva da proprietà ereditate senza versare neppure una tassa di successione degna del nome, e che il denaro che intasca non si chiama stipendio ma profitto.

In linea di massima, i profitti sono aumentati non poco negli scorsi decenni, mentre in Italia, come attestano tutte le statistiche, i salari sono rimasti al palo. Nelle regioni del Nord, quelle a più alta intensità produttiva, le relazioni industriali da tempo sono diventate un affare quasi del tutto corporativo: padroni e padroncini non hanno operai e impiegati, soltanto collaboratori. È la base sociale, come si sa, del leghismo, una forma di populismo a carattere regionale, consolidatosi sullo sfondo di un’ideologia “padana” e xenofoba, esaltante lo spirito d’iniziativa di un certo genius loci –  e che oggi si sta in parte riorientando verso il postfascismo di Giorgia Meloni (mentre il berlusconismo, populismo mediatico adeguato a una fase trascorsa, è ormai in netto declino, pur essendo all’origine delle fortune politiche delle destre estreme, riciclate e non, nel nostro Paese).

Meloni a Cernobbio: atlantismo e conti in ordine

Parlavamo di luoghi del potere qualche giorno fa (qui), a proposito di Rimini e del congresso ciellino. Nel fine settimana è andato in scena...

Inebetita rassegnazione alla catastrofe

Su “terzogiornale” (vedi qui) mi è già capitato di ricordare un’osservazione di Walter Benjamin su un modo di dire del piccolo borghese tedesco degli...

La paura come fattore sociale: una riflessione

C’è un eterno protagonista della nostra storia. La paura. Ma la paura di un tempo, quella precedente al capitalismo, era una paura personale. E...

Piccolo paradosso per evitare una guerra mondiale

Facile porre fine al contenzioso tra la Russia e la Nato: basterebbe che la prima chiedesse di entrare nella seconda! Così, già inutile dopo la fine del Patto di Varsavia, l’Alleanza atlantica diventerebbe superflua del tutto e finalmente potrebbe sciogliersi. In fondo, già prima che si dissolvesse l’“impero del male” (come lo aveva chiamato Ronald Reagan), i “due mondi” avevano mostrato più punti di contatto che differenze: stessa brutalità nell’affrontare le controversie internazionali (gli Stati Uniti con la guerra nel Vietnam, l’Unione Sovietica con l’invasione dell’Afghanistan), stesso industrialismo spinto, con disprezzo totale dell’ambiente. Per arrivare a un ingresso della Russia di Putin nella Nato, tuttavia, sarebbe necessario che essa non fosse quel regime illiberale e nazionalista che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, che non avesse annesso la Crimea, che non mirasse oggi, probabilmente, ad annettersi il Donbass, che si comportasse in questa zona di frontiera con l’Ucraina non diversamente dagli austriaci nel Sud Tirolo. Che fosse, insomma, un’economia capitalistica come tutte le altre, e non quel sistema governato da un ex del Kgb, nostalgico di una grandezza che non può tornare, espressione degli interessi di un’oligarchia che conta, a quanto pare, non più di ventimila persone.

L’interesse capitalistico e il contrasto alla pandemia

Dispiace che sia stato proprio il premier spagnolo Sánchez a dichiarare che sarebbero maturi i tempi per iniziare a considerare la pandemia, in cui...

Glasgow, il movimento ambientalista si radicalizza

A Glasgow, sabato scorso, hanno manifestato in centomila. Se si considerano le difficoltà di spostamento, le restrizioni legate alla pandemia e la collocazione geografica...

Scene di ordinario capitalismo, oggi come ieri

“Mi dispiace, mancano i chip”, aggiunge mesto il concessionario di auto, annunciandomi che di macchine non ce ne sono e non ce ne saranno...

La “lunga marcia” del Partito comunista cinese

Fa una certa impressione vedere Xi Jinping indossare la vecchia giacca di Mao. Non che si possa dire che non vi sia una qualche continuità, in questi cento anni di storia cinese all'insegna del Partito comunista (fondato come all'incirca tutti i partiti comunisti nel 1921), ma la celebrazione in pompa magna suona un po' come se si volesse far ruggire una tigre (per prodursi in una metafora, genere di cui era specialista il "grande timoniere") dopo averla operata all'ugola. La Cina non è più quella – sebbene il segretario del Partito e presidente della Repubblica popolare abbia polemizzato contro il "nichilismo storico" di chi non vuole riconoscere i grandi passi avanti compiuti.

D'accordo, il gigantesco paese ha raggiunto un grado di benessere (abbastanza) diffuso; si è formata quella che si dice una "classe media"; la formula del dopo-Mao – "arricchitevi!", lanciata a suo tempo da Deng Xiaoping – ha trasformato la vita di milioni di persone, più di quanto avessero fatto tutte le campagne maoiste messe insieme. Ma c'è un tarlo che rode la vita sociale e politica cinese dall'interno. Ed è la mancanza di libertà, il dominio del partito unico, la lotta sorda tra le cricche, al momento sedata sotto la salda leadership di Xi, ma pronta a riesplodere prima o poi.