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Se i profitti si chiamano stipendi

21 Settembre 2022 Rino Genovese  1089

Una piccola imprenditrice alberghiera in Abruzzo (che si appresta a votare probabilmente per i due improvvisatori, Renzi e Calenda) diceva pochi giorni fa: “Magari non mi do lo stipendio pur di pagare le quattro che lavorano con me”, cioè le addette alle pulizie e al riordino delle camere, assunte con regolari contratti part time. Non c’è motivo di dubitarne, e ci sarebbe semmai da esclamare: “Vorrei vedere!”. È piuttosto la indebita generalizzazione che, nel contesto, la signora intendeva trarne che va criticata: l’impresa privata sarebbe votata al benessere dei dipendenti, quasi un’opera di carità. Ciò che l’imprenditrice ovviamente ometteva di aggiungere era che la sua attività economica le deriva da proprietà ereditate senza versare neppure una tassa di successione degna del nome, e che il denaro che intasca non si chiama stipendio ma profitto.

In linea di massima, i profitti sono aumentati non poco negli scorsi decenni, mentre in Italia, come attestano tutte le statistiche, i salari sono rimasti al palo. Nelle regioni del Nord, quelle a più alta intensità produttiva, le relazioni industriali da tempo sono diventate un affare quasi del tutto corporativo: padroni e padroncini non hanno operai e impiegati, soltanto collaboratori. È la base sociale, come si sa, del leghismo, una forma di populismo a carattere regionale, consolidatosi sullo sfondo di un’ideologia “padana” e xenofoba, esaltante lo spirito d’iniziativa di un certo genius loci –  e che oggi si sta in parte riorientando verso il postfascismo di Giorgia Meloni (mentre il berlusconismo, populismo mediatico adeguato a una fase trascorsa, è ormai in netto declino, pur essendo all’origine delle fortune politiche delle destre estreme, riciclate e non, nel nostro Paese).

Questo blocco borghese del Nord, come si potrebbe chiamarlo, è lo stesso che (per il tramite di una manovra di Renzi in parlamento, un anno e mezzo fa) era ben soddisfatto di avere Draghi al governo – per una “più equa” distribuzione dei fondi del Pnrr (che vedono infatti solo il 40% delle risorse destinate al Mezzogiorno, una miseria se si pensa al “ritardo” delle regioni meridionali), ma ora è costretto a fare buon viso a cattivo gioco augurandosi che possa funzionare una combinazione tra Meloni e Salvini.

Nel frattempo, però – dato che la pandemia ha picchiato duro negli ultimi due anni, che una ripresa si è vista ma subito minacciata o interrotta da un aumento vertiginoso dei costi dell’energia –, cosa fare? Meglio, in molti casi, chiudere le imprese e affidarsi alla mano pubblica, ai bonus, ai ristori. L’attività benevola, che taluni estremisti si ostinano a definire malevolmente “capitalismo”, va interrotta, purtroppo. E intanto – tenendo conto dei profitti accumulati nel tempo, ma anche dei risparmi forzati dovuti alla fase delle chiusure e dei confinamenti – meglio spendersi un po’ i soldi. Di qui il notevole incremento delle vendite delle auto di lusso (su cui vedi l’articolo di Paolo Andruccioli).

Il capitalismo ha da sempre due facce: una severamente industriosa, basata sulla benevolenza di quanti rischiano il proprio patrimonio per dare da mangiare ai propri dipendenti, pardon collaboratori; l’altra, che consiste invece nel lusso sfrenato, nella corruzione di qualsiasi esperienza mediante il denaro, nei viaggi su jet privati o su barche molto bene attrezzate. Le Ferrari o le Lamborghini in questo gioco ci stanno: ma attenzione, senza che si venga a sapere, magari, che sono state comprate riciclando i denari messi da parte con l’evasione o la frode fiscale. Altrimenti, che ne sarebbe dell’altra faccia, quella perbene?

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Tagsauto di lusso capitalismo imprese leghismo profitti Rino Genovese stipendi

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