No, caro Riccardo, non direi che la ragione per cui in Occidente non ci si appassioni più di tanto a questa guerra – e, da parte di alcuni, si voglia mettere a essa uno stop al più presto, anche al prezzo di una resa di Zelensky e dei suoi – sia da ricercare nel fatto che “noi” non crediamo più in nulla (il che darebbe ragione alla propaganda di Putin e a quella del suo fustigatore dei costumi, il patriarca di Mosca). Sono piuttosto le forti preoccupazioni per un allargamento del conflitto, e per il rischio di scivolare in una guerra mondiale, che fanno propendere coloro che amano la pace verso una sua rapida risoluzione, anche a costo di preferire che il Paese aggredito perda una parte delle proprie città e dei propri territori. La battaglia per la battaglia che senso avrebbe? E che cosa potrebbe mai significare, per gli ucraini, “vincere” la guerra se non sedersi comunque a un tavolo per cercare di raggiungere un compromesso, oggi, dopo la loro resistenza, in una situazione meno sfavorevole di quella in cui si sarebbero trovati se si fossero sottratti allo scontro? A essere in gioco, però – e questo deve esserci chiaro –, è un urto tra nazionalismi. In Ucraina, ancor più che in Russia, esiste una corrente di opinione, una voce contraria alla guerra, disposta velocemente a porvi fine?

Su queste colonne ho sostenuto la necessità di inviare armi all’Ucraina – ma per costringere la Russia, in un soprassalto di realismo politico, a trattare. Non si tratta di battersi, con il coltello tra i denti, per i propri “valori”, per la democrazia e la libertà, che possono essere anche soltanto vuote parole; si tratta della ricerca di una via negoziale, nelle mutate circostanze, che sono quelle conseguenti all’aggressione russa. In questo senso gli aiuti, da parte dell’Occidente – eccetto quelli umanitari, che devono essere senza limiti e ad ampio raggio –, dovrebbero essere subordinati alla certezza che in Ucraina non prevalga una linea ultranazionalista, quella espressa dal famigerato battaglione Azov (che, da gruppo paramilitare che era, fu integrato a pieno titolo nelle forze armate regolari).

Certo, Zelensky ha dichiarato a più riprese di essere disposto a trattare sul Donbass e sulla Crimea (mentre è più dubbio che voglia scendere a compromessi sulla questione della demilitarizzazione del Paese), e che gli eventuali accordi raggiunti saranno sottoposti a referendum. Ciò fa ben sperare nella saggezza di colui che, in una situazione terribile, si è rivelato determinato al di là di ogni aspettativa. Ma che cos’è Zelensky, con il suo partito “Servitore del popolo”, se non un “populista di centro” (per usare le nostre categorie)? E che cos’è, per dire, una Julija Tymošenko – tornata in auge dopo la “rivoluzione di Maidan” del 2014, con il raggruppamento di centrodestra Unione panucraina “Patria” – se non un’affarista passata alla politica, nel più perfetto stile post-sovietico? Ci sono forze non diciamo socialiste, ma di sinistra democratica, in Ucraina? E potrebbero venire fuori in una situazione di guerra guerreggiata?

Queste le domande da porsi. E le risposte sono molto incerte: perché finché durano i combattimenti, le distruzioni, le stragi, il polverone che si alza è una spessa cortina nazionalista. È naturale che sia così. Solo il dissolversi, o almeno il diradarsi, di questa cortina permetterebbe di discernere. Vedremmo allora, probabilmente, che il cammino da fare, da parte sia della Russia sia dell’Ucraina, nel senso di un’evoluzione democratica è ancora lungo.

Non si tratta di indicare una strada, da parte dell’Occidente, e segnatamente dell’Unione europea: piuttosto si tratterebbe di vedere su quali forze poter contare, all’interno di entrambi i campi, perché sia fermato, una volta per tutte, il demone dei nazionalismi. La Russia di Putin uscirà comunque sconfitta da questa guerra: oltre alla presunzione di poterla concludere in pochi giorni, si è constatata, sul terreno, la sua notevole incapacità organizzativa. La Russia è un gigante con i piedi di argilla: un Paese con un’economia di capitalismo sfrenato, basata sulla vendita degli idrocarburi più che su un tessuto produttivo, risultato della spartizione delle spoglie del precedente statalismo, dominato da una ristretta élite che ha trovato in Putin, finora, il suo punto di equilibrio. La pericolosità della Russia è data dal possesso dell’arma nucleare e dalla mania di grandezza da cui sembra pervasa. Disinnescare questo complesso esplosivo – fatto di forza e debolezza insieme – dovrebbe essere il fine di qualsiasi politica appena un po’ lungimirante. Non sembra che gli Stati Uniti e l’Europa, in passato, abbiano saputo andare al di là del business as usual, salvo poi scoprire che la Russia crede ancora di essere una grande potenza.

Il salto indietro ottocentesco, ravvisabile nella crisi attuale, dovrebbe mettere sull’avviso chi come noi (qui senza virgolette, non dunque un semplice quanto vago “Occidente”) non solo ripudia la guerra, ma vorrebbe soprattutto rilanciare, o lanciare ex novo, un progetto socialista internazionalista. Uscire dalle false contrapposizioni, riproporre le virtù del conflitto sociale come autentica linea di divisione che passa all’interno degli uguali e contrari bellicismi, ha da essere la nostra caratterizzazione.