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La guerra, e poi?

Strada facendo, la guerra ha cambiato la propria natura. Nata da una contesa intorno a una zona di confine tra un pugno di nazionalisti da una parte e dall’altra (qualcosa di facilmente risolvibile, se non si fosse trattato dell’ultimo capitolo della dissoluzione di un impero, mediante un trattato internazionale che garantisse le minoranze), con l’invasione russa dell’Ucraina, è precipitata in una crisi regionale e mondiale, diventando un po’ alla volta un redde rationem tra la democrazia occidentale e la cosiddetta autocrazia putiniana. “Ogni tempo ha la sua peste” – avrebbe detto Karl Kraus; ma a noi è toccato di averne addirittura due: la pandemia e la guerra.

La vicenda bellica che opprime i nostri giorni, tuttavia, non è affatto da considerare come un confronto tra il mondo occidentale e l’autocrazia. Questo termine (riesumato qualche tempo fa, a quanto sembra, dalla rivista americana “Foreign Affairs”) è del tutto impreciso. Il complesso passaggio che ha visto lo stalinismo trasformarsi a poco a poco nel dominio di una “casta plurale” – quella di Breznev e compagni, per intenderci – e poi, con Gorbaciov e soprattutto con Eltsin, in un post-totalitarismo pluralistico basato su un selvaggio capitalismo estrattivo, non ha granché a che fare con l’assolutismo zarista precedente la rivoluzione, questo sì giustamente detto autocrazia, per via della sua proclamata origine divina. Se studiassimo da vicino la vicenda interna all’oligarchia dominante nella Russia odierna, troveremmo che a stento essa ha trovato un punto di equilibrio in un “uomo forte” proveniente dal vecchio Kgb. Buttarlo giù con una guerra sarebbe anche possibile alla lunga (ed è diventata questa la prima opzione statunitense); ma le probabilità che ne venga fuori qualcosa di peggiore – una dittatura militare, per esempio – sono molto alte.

Resistere al clima bellicista

Non ci si deve far trascinare dalla visione dell’orrore. In Etiopia è in corso una “pulizia etnica” contro i tigrini, punto di approdo della guerra in quel Paese (vedi l’articolo del nostro Vittorio Bonanni), e ciò sta avvenendo nell’indifferenza generale. Nel Mali, alla fine di marzo, l’esercito regolare, insieme con i mercenari russi del gruppo Wagner (su cui vedi ancora Bonanni), ha compiuto una strage di civili in un mercato, per dare la caccia ai terroristi jihadisti. Solo in quanto avvezzi alla circostanza che queste atrocità accadano in Africa (hic sunt leones, segnavano gli antichi nelle loro carte), e perché immagini televisive di ciò che è accaduto non ne abbiamo, avvenimenti del genere non ci scuotono. Per quanto riguarda l’Ucraina, invece, l’orrore viene servito giorno dopo giorno.

E allora è necessario ribadire che l’Occidente – l’Europa in particolare – dovrebbe proporre una road map per l’uscita dalla crisi. Sarebbe puerile affidarsi alla Turchia o alla Cina (che tra l’altro non vuole saperne di tentare una mediazione). Le sanzioni, perfino le armi inviate per sostenere Zelensky, vanno bene solo se c’è al tempo stesso uno sforzo diplomatico per arrivare a un “cessate il fuoco” e, successivamente, a un accordo basato – inutile girarci attorno – su una divisione dell’Ucraina. Sarà un nuovo “muro” nel centro del continente europeo? Pazienza! Ma l’intenzione, rivelata dalle esternazioni fuori misura di Biden, di arrivare a rovesciare Putin e la sua cerchia implicherebbe una guerra prolungata, la continuazione dei massacri, senza contare che – dalla caduta di Putin – potrebbe venir fuori addirittura qualcosa di peggiore: per esempio una dittatura militare.

Pace o guerra? Una replica a Riccardo Cristiano

No, caro Riccardo, non direi che la ragione per cui in Occidente non ci si appassioni più di tanto a questa guerra – e, da parte di alcuni, si voglia mettere a essa uno stop al più presto, anche al prezzo di una resa di Zelensky e dei suoi – sia da ricercare nel fatto che “noi” non crediamo più in nulla (il che darebbe ragione alla propaganda di Putin e a quella del suo fustigatore dei costumi, il patriarca di Mosca). Sono piuttosto le forti preoccupazioni per un allargamento del conflitto, e per il rischio di scivolare in una guerra mondiale, che fanno propendere coloro che amano la pace verso una sua rapida risoluzione, anche a costo di preferire che il Paese aggredito perda una parte delle proprie città e dei propri territori. La battaglia per la battaglia che senso avrebbe? E che cosa potrebbe mai significare, per gli ucraini, “vincere” la guerra se non sedersi comunque a un tavolo per cercare di raggiungere un compromesso, oggi, dopo la loro resistenza, in una situazione meno sfavorevole di quella in cui si sarebbero trovati se si fossero sottratti allo scontro? A essere in gioco, però – e questo deve esserci chiaro –, è un urto tra nazionalismi. In Ucraina, ancor più che in Russia, esiste una corrente di opinione, una voce contraria alla guerra, disposta velocemente a porvi fine?

Su queste colonne ho sostenuto la necessità di inviare armi all’Ucraina – ma per costringere la Russia, in un soprassalto di realismo politico, a trattare. Non si tratta di battersi, con il coltello tra i denti, per i propri “valori”, per la democrazia e la libertà, che possono essere anche soltanto vuote parole; si tratta della ricerca di una via negoziale, nelle mutate circostanze, che sono quelle conseguenti all’aggressione russa. In questo senso gli aiuti, da parte dell’Occidente – a parte quelli umanitari, che devono essere senza limiti e ad ampio raggio –, dovrebbero essere subordinati alla certezza che in Ucraina non prevalga una linea ultranazionalista, quella espressa dal famigerato battaglione Azov (che, da gruppo paramilitare che era, fu integrato a pieno titolo nelle forze armate regolari).

Legione straniera? No grazie

Balzato di nuovo all’onore delle cronache durante una conferenza stampa del ministro degli Esteri russo, il battaglione Azov – così chiamato perché il suo nucleo originario ha sede sul Mare di Azov, cioè in quella parte del Mar Nero su cui si affaccia Mariupol’ – è né più né meno che un gruppo armato ucraino neonazista (com’è chiaro anche dalle sue insegne). Il suo momento magico è stato la contesa intorno al Donbass a partire dal 2014 – una questione di confine simile a quella dell’Alto Adige o Sud Tirolo, risolvibile pacificamente, ma che, con grande irresponsabilità della Russia, è stata esasperata fino ad arrivare al punto in cui siamo. Wagner è invece il nome di un’organizzazione di mercenari neonazisti (vedi qui), alle dirette dipendenze di Mosca, che non si sa ancora bene se siano impiegati o no nell’invasione dell’Ucraina, ma che di sicuro in passato sono intervenuti nella zona.

Ora, immaginiamo uno scontro frontale tra loro… Credete che deporrebbero le armi e si abbraccerebbero nella comune celebrazione della memoria di Hitler? Nient’affatto, se le suonerebbero di santa ragione. E questo perché non si tratta di autentici neonazisti, al di là dei richiami storici, ma di nazionalisti estremi, impegnati in una guerra che vede schierati i nazionalismi di ambedue le parti (il che non significa che non ci sia una differenza tra gli aggrediti e gli aggressori, oggi evidente). L’hitlerismo era altra cosa: era il progetto di un dominio completo sull’Europa, tendenzialmente sul mondo, che metteva da parte i vecchi (in quel momento potevano sembrare tali) particolarismi nazionalistici, nella costruzione di un impero governato da tanti Quisling, tra cui lo stesso Mussolini.

Una guerra che viene da lontano

L’idea che la guerra attuale sia il risultato di una politica poco lungimirante da parte dell’Occidente e della Nato, che avrebbero teso a estendersi troppo a Est dopo la fine del “socialismo reale”, è in parte fuorviante. Non fa i conti con la storia di lungo periodo. Che è stata purtroppo molto più catastrofica di quello che alcuni faciloni potrebbero credere. Mario Pezzella (nel suo articolo pubblicato qui) comincia a occuparsene, senza tacere peraltro le responsabilità dell’Occidente.

All’inizio c’è la rivoluzione russa del 1917 che, come Pezzella non manca di sottolineare, prova veramente nelle intenzioni a spezzare la spirale dei nazionalismi che avevano condotto all’immane tragedia della prima guerra mondiale. Si vedrà però in breve – nell’assenza di quella rivoluzione in Europa che i bolscevichi si aspettavano a scadenza ravvicinata – che, con la teoria del “socialismo in un solo Paese” intorno a cui si costruiranno le prime fortune staliniane, e sotto la cappa del collettivismo burocratico che viene affermandosi, i nazionalismi interni saranno soltanto repressi o sedati, non superati.

L’Europa nel gorgo dei nazionalismi

Non c’è dubbio che Putin stia conducendo una guerra di aggressione e che le sanzioni nei suoi confronti siano giustificate. Tuttavia l’autorevolezza morale e...