Stiamo perdendo senza neanche saperlo? Sembrerebbe di sì, come cercheremo di dimostrare seguendo un percorso logico a partire da “noi”, perché la guerra la stiamo perdendo culturalmente “noi”, non la sta vincendo Putin. Vi sono operanti tre filoni culturali rappresentati attraverso tre noti commentatori. Il primo è quello offerto dalla presenza del professor Alessandro Orsini. Lui, anche al di là di quanto dice, è il rappresentante di un pensiero che ci invita a considerare le nostre “colpe” nel processo che ha portato alla guerra. È qualcosa che incontra una diffusa sensibilità cattolica, la quale antepone a tutto il “confessare i propri peccati”, e una sensibilità ex comunista, che antepone a ogni cosa la malvagità della Nato. Entrambe le posizioni – confessare le proprie colpe e ritenere malvagia la Nato – hanno un fondamento nella realtà, un senso.

Il secondo filone lo identificheremo con il direttore di “Libero”, Alessandro Sallusti, che ci invita a prendere atto della realtà del qui e adesso: come non vedere la barbarie delle azioni compiute oggi da Putin? Anche questa posizione ha un senso, essendo evidente che si riferisce a un dato che vediamo ogni giorno in diretta tv.

Si arriva così alla terza posizione, la più importante, che identifichiamo con quella del direttore del “Fatto quotidiano”, Marco Travaglio. Secondo quest’ultima posizione, in ognuno di noi c’è un giudice, chiamato a emettere la sua sentenza. Ci consola, perché la sua sentenza equivale a quella che vorremmo emettere noi, o ci fa indignare, perché crediamo che la sentenza giusta sia opposta a quella che lui emette. Ma in buona sostanza entrambi gli diamo ragione: siamo dei giudici, chiamati a giudicare in modo inappellabile. Ritenendoci dei giudici, dimostriamo di pensare che “noi” abbiamo i codici, i criteri di giudizio, che sono gli unici. E ciò esclude che ne esistano altri. Così facendo, non ci domandiamo cosa stia facendo Putin, in base a quali codici culturali stia operando. Non ci interessa saperlo. E proprio così perdiamo la guerra, perché non capiamo cosa stia succedendo.

Putin, in modo abbastanza evidente, ci sta dicendo che la nostra civiltà è putrescente. È in crisi. E perché? Perché “noi” non crediamo più in niente, siamo portatori solo di vizio e corruzione. Potrebbe avere ragione? Questo nostro non credere in nulla si manifestò, in tutta la sua evidenza, con uno slogan di tanto tempo fa, quando si disse “meglio rossi che morti”. Erano i tempi della paura di un conflitto nucleare tra Est e Ovest, e con “meglio rossi che morti” si diceva: meglio vivere come non ci piacerebbe vivere che morire. Perché non vale la pena di credere in niente. Non si trattava di credere nell’anticomunismo. Ma valeva la pena di credere nella libertà, nell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, nella fraternità? No, non ne valeva la pena: per questo si diceva “meglio rossi che morti”. E in effetti quello slogan ci diceva che si può credere solo nella necessità di sopravvivere. Putin sostiene di no. Lui dice che la nostra civiltà è decotta e va sconfitta perché porta con sé vizio e corruzione. Dall’altra parte, ci sarebbe un “eterno mondo russo”, con una capitale politica, Mosca, un centro spirituale, Kiev, una Chiesa, braccio depositario non di una fede ma di una tradizione popolare, fatta di proibizioni che le danno un’identità perenne e immodificabile. E così cita il Vangelo nel corso dell’adunata per la vittoria, facendo dire a Gesù che nulla è più nobile che morire per la Patria.

Dunque egli pone al centro della sua azione politica il credere, l’anima russa, facendo della religione la tradizione che salda il leader alla massa che intende nazionalizzare. I simboli religiosi diventano importanti: Kiev, simbolo della nascita di questo mondo russo, è un luogo per il quale morire. Questo linguaggio ci è estraneo. Non riusciamo a capirlo. Non abbiamo le categorie per comprendere cosa voglia dire, perché abbiamo rimosso tutto ciò dai nostri codici, che riteniamo gli unici. Abbiamo messo da parte l’idea di poter credere in qualcosa, a partire da quel che diciamo essere il fondamento della nostra civiltà. Non crediamo nei diritti dell’uomo e lo abbiamo dimostrato in tante occasioni, fino alla chiusura dei porti. Ricordiamoci che abbiamo lasciato sterminare i siriani (come oggi si fa con gli ucraini), senza quasi battere ciglio, e poi abbiamo pure chiuso le porte a chi fuggiva dallo sterminio delegandone l’assistenza ai turchi, purché non venissero a disturbarci. Non crediamo neanche nella libertà, tanto che oggi vorremmo che si arrendessero e basta: arrendetevi e finisce tutto! Non crediamo nella fraternità, al punto da non domandarci cosa significhi tutto questo per i russi, il loro timore di essere isolati, respinti: meglio renderli tutti dei mostri.

Però siamo convinti di avere i codici mediante i quali giudicare, con un giudizio inappellabile. Sia quello di chi capisce il professor Orsini, sia quello di chi capisce Sallusti, sia quello di chi giudica, condividendo o capovolgendo, Travaglio. In definitiva, affermiamo di non credere in un bel niente, ma anche che questo non credere sia la radice comune a tutti e che a tutti ci antepone, tanto da poter giudicare in modo inappellabile. Visto che Putin ci obbliga a un confronto che sfida la nostra civiltà, rispondiamo dicendo agli ucraini di opporsi loro al suo disegno, o dicendogli di arrendersi, tanto la nostra civiltà prevarrà comunque. Perché nessuno crede in qualcosa.

Ma è davvero così? Accettare questo dubbio vorrebbe dire chiederci: in cosa propone di credere Putin? E in cosa crede chi resta a Kiev a combattere? Può bastarci pensare soltanto che la Nato è cattiva? Questo è ridicolo. Putin lo dice, certo: ma perché propone ai suoi di credere nel fatto che la Russia ha una missione universale, proprio come i colonialisti dicevano di aver la missione civilizzatrice. E la missione russa quale sarebbe? Quella di opporsi alla nostra civiltà, quella che non crede in nulla se non nella corruzione e nel vizio. Se questa è la sfida, almeno a parole (nessuno può dire cosa pensi realmente, visto che non siamo nella sua testa), non sarebbe meglio affermare che “noi” crediamo davvero in qualcosa, e che per questo ci proponiamo al mondo non come nemici di qualcuno ma come amici dei valori nei quali crediamo? Molti affermano, con ragione, che la politica estera di ogni Stato deve tendere a tutelare gli interessi nazionali. Non vogliamo Stati etici. Ma – trasferendo a noi questa regola aurea – potremmo decidere di andare a fare una rapina in banca. Faremmo il nostro interesse. No, risponderà qualcuno: vi arrestano e andate in galera! Ma è solo per la paura della galera che non lo facciamo? O perché c’è un principio etico superiore al nostro interesse? Occorre dunque credere in qualcosa per decidere di non fare una rapina in banca, altrimenti il piano perfetto la legittimerebbe. Dovremmo tornare a credere in qualcosa per vincere, davvero.