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Home » Articoli » Bergoglio in Iraq al motto di “Siete tutti fratelli”

Bergoglio in Iraq al motto di “Siete tutti fratelli”

L’imminente viaggio del papa nell’antica Mesopotamia sarà nel nome dei pari diritti per tutte le comunità che ci vivono. Un evento di importanza centrale per la pace di tutto il bacino del Mediterraneo

26 Febbraio 2021 Riccardo Cristiano  1194

Ormai è imminente il viaggio di Francesco in Iraq. Dal 5 all’8 marzo il papa visiterà la capitale Baghdad, i territori che furono devastati dall’Isis e i principali centri del martirio soprattutto di cristiani e yazidi, la capitale dell’entità autonoma curda, Erbil, poi Ur, luogo dove sarebbe nato Abramo, il padre dei tre monoteismi, quindi Najaf, la città santa degli sciiti.

Il motto del viaggio, “Siete tutti fratelli”, tratto dal Vangelo secondo Matteo, spiega da solo già tutto il senso di questo pellegrinaggio. È un viaggio per i cristiani, gli sciiti, gli yazidi, i sunniti, gli ebrei, i mandei, le altre comunità di fede che qui non si possono elencare tutte, come per le altre comunità, i curdi e i pochi shabak rimasti: in definitiva un viaggio per gli iracheni, cittadini con pari diritti nel loro Paese, dove nessuno è “più uguale”. Vale per l’Iraq come per ogni altro Paese tormentato da conflitti settari. È qui che il viaggio mostra il suo primo significato: questo è un viaggio mediterraneo, che riconosce l’antica Mesopotamia come porta d’accesso allo spazio mediterraneo. È così dai tempi di Alessandro il Macedone, che fissò nella Mesopotamia il confine tra spazio persiano e spazio mediterraneo. E proprio per questo, in epoche successive, i bizantini e i persiani prima e gli ottomani, eredi dei bizantini, e i persiani (safavidi) poi, combatterono guerre imperiali per il controllo della Mesopotamia. Nella divaricazione religiosa usata a fini imperiali questa terra di enorme valore spirituale, geostrategico ed energetico è rimasta sempre cruciale per le mire imperiali dell’uno o dell’altro. Il viaggio di Francesco segna una svolta: finalmente si riscopre che senza pace nell’antica Mesopotamia non ci sarà pace nel Mediterraneo. I disegni settari, confessionali, egemonici, dei vari fronti in cerca di egemonie, hanno un solo nemico comune: la fratellanza invocata da Francesco, che in termini politici si traduce con il vocabolo “cittadinanza”. Non un Iraq filo-iraniano (a trazione sciita) o filo-saudita (a trazione sunnita) o frammentato in aree in conflitto tra di loro, o sottoposto a un clan accettato dall’Occidente: bensì un Paese riguardoso di tutte le sue differenze che lo arricchiscono e rendono unico, irripetibile. Un Iraq diverso da quello emerso dall’epoca coloniale, dalle dittature baathiste e dalla sciagurata impresa di George W. Bush, con i disastri connessi e conseguenti.

Per questo, tra le sfide del viaggio, parlare ai cristiani vorrà dire incoraggiarli a tornare, perché l’Iraq arabo e curdo ha bisogno di una sua finestra aperta sul mondo, che non è solo mediorientale. Incoraggiarli a tornare vorrà dire prospettare una pace non da caserma identitaria, arroccata e nazionalista, ma aperta a quella interazione europea che il cristianesimo ancora indica. Convincerli a credere nella comune appartenenza irachena, dopo quel che hanno subito, non sarà facile: le ferite – inflitte non solo dall’Isis – sono ancora aperte per molti di loro. Come per gli altri: anche le case degli sciiti furono marchiate dagli uomini dell’Isis, che li hanno perseguitati come li perseguitò Saddam, come furono ferocemente perseguitati gli yazidi. E i curdi. Ogni perseguitato, se non può ribellarsi, può rifarsi contro un vicino più debole. Le storie di discriminazione curda nei secoli “arabi”, le storie di discriminazione araba nei tempi “recenti” e curdi, le storie di persecuzione sunnita da parte degli sciiti oggi, numericamente e dal punto di vista delle milizie più forti, si spiegano e affondano nelle persecuzioni patite da tutti, prima o poi. Per questo rivolgersi ai sunniti proprio lì, nei disgraziati villaggi del triangolo dei sunniti, ridotti a paria per colpa della devastazione operata in loro nome dall’Isis, che ha perseguitato anche i sunniti che non si uniformavano alla loro folle visione, sarà forse lo sforzo più complesso. Ritenuti la base del “laico” Saddam, poi la base delle belve dell’Isis, i sunniti sono oggi i negletti dell’Iraq, che non possono essere abbandonati alle sirene malvagie del risorgente fanatismo dell’Isis.

Tutto questo troverà un momento di sintesi a Ur, la città di Abramo. Qui la cerimonia senza precedenti, con letture coraniche e bibliche dedicate ad Abramo, porterà a un evento senza precedenti. Tutti insieme, cristiani, musulmani ed ebrei, saranno chiamati a riconoscersi, davanti al padre comune, come un unico popolo. Abramo, guarda caso, partì dalla sua Ur, cioè dalla Mesopotamia, per arrivare a Hebron, sulle sponde del Mediterraneo. Le due cartine, la cartina spirituale del pellegrinare di Abramo e la cartina geopolitica dell’oggi, si dimostreranno sovrapponibili in una sola cartina: senza fratellanza riguardosa delle diversità, la fratellanza dei figli di Abramo, non ci sarà pace in Iraq e quindi nel Mediterraneo, fino al Marocco.  Questa unica alternativa al disegno apocalittico delle milizie (di ogni confessione islamica, dagli estremisti sunniti ai khomeinisti sciiti) interpellerà anche i cristiani, che conoscono l’estremismo della deviazione apocalittica in tante nuove “dottrine”.

Ecco perché la visita a Najaf sarà di importanza centrale. Najaf, la città santa dello sciismo, dove l’emergente dinastia califfale omayyade eliminò il califfo Alì, parente del profeta Maometto e indiscusso riferimento dello sciismo, vedrà giungervi per la prima volta un “papa di Roma”, che l’antagonismo radicale dipinge come la religione dell’Occidente imperialista. Ma a Najaf l’estremismo khomeinista non ha mai fatto breccia: nella scuola teologica l’ayatollah al Khoei e l’ayatollah odierno, al Sistani, mai hanno ceduto all’eresia teocratica. L’incontro a Najaf di Francesco con l’ayatollah al Sistani segnerà dunque il pieno recupero della vera tradizione sciita, aprendo le porte a un nuovo dialogo intra-islamico e quindi alla partecipazione di un islam autenticamente plurale al processo di ricostruzione mediterranea. Poco dopo che Bergoglio visitò l’università islamica (sunnita) di al-Azar lui e l’imam di quell’università hanno firmato il documento di fratellanza. Chi può escludere che lo stesso non accada presto anche con l’ayatollah al Sistani, guida dello sciismo nella sua città santa per tutti, Najaf?

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TagsBergoglio cristianesimo curdi Iraq islam Mesopotamia Najaf pace papa Riccardo Cristiano sciiti sunniti

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