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Bergoglio a Cipro e in Grecia

Il viaggio di papa Francesco a Cipro e in Grecia ha un significato evidente e diverse implicazioni che lo sono meno. Il significato evidente sta nel confronto con il patriarca cipriota che, dopo l’annuncio della decisione del papa di accogliere in Vaticano cinquanta migranti bloccati a Cipro, ha detto, con riferimento al trafugamento di beni archeologi da parte dei turchi: “In passato abbiamo avuto modo di esprimere la stessa richiesta a papa Benedetto, che, di fatto, ha mediato presso il governo tedesco e siamo riusciti a riportare cinquecento frammenti della nostra cultura bizantina (trafugati dai turchi, ndr). Attendiamo con impazienza anche il suo aiuto, santità, per la protezione e il rispetto del nostro patrimonio culturale e per la supremazia dei valori incalcolabili della nostra cultura cristiana, che oggi vengono brutalmente violati dalla Turchia”.

Ma se le rivendicazioni perdono la capacità di comprensione delle altre rivendicazioni, nessuna di esse avrà più senso. Perciò Francesco, in questo momento di centralità delle più varie pretese, incapaci di riconoscere un valore primario a loro superiore (da quelle dei “no vax” a quelle di chi, pur affermando la decisiva funzione del vaccino, lo ha negato a coloro che non possono pagarlo, creando così le condizioni per la diffusione globale del virus mutato) è andato in Grecia – culla dell’Occidente, della polis e della democrazia – e a Cipro, punto di diffusione verso l’Oriente del cristianesimo, per dire che il metro che consente di dare un valore a ogni rivendicazione è quello dei profughi: negare il diritto all’asilo a chi fugge dall’Afghanistan dei talebani, dalle milizie di persecuzione confessionale che ancora tormentano yazidi, curdi, oltre a molti arabi e africani, può segnare il naufragio della nostra civiltà.

Il cattolicesimo polacco e il dramma dei profughi

Il 7 ottobre 2017 un milione di polacchi pregò, stringendo il rosario in mano, formando una catena umana lungo i confini della Polonia. L’intenzione era trasformare quelle corone mariane in una difesa dei patri confini dai migranti musulmani, che minacciavano il Paese dalla Bielorussia. Qualcuno parlò di rosari idealmente trasformati in filo spinato. Immagine forte, che alcuni storici manifesti croati peraltro rievocano da tempo: lì si può vedere il rosario steso come un filo rosso lungo i confini della Croazia, Antemurale Christianitatis, cioè baluardo della cristianità contro i musulmani, gli ottomani. 

La visione dunque è diffusa in quelle regioni dell’Est Europa; e val la pena di ricordare che, a promuovere l’iniziativa polacca, fu “Radio Maria”, epicentro del cattolicesimo nazionalista che aveva, negli anni terminali del suo pontificato, contestato duramente Giovanni Paolo II per le sue iniziative favorevoli al dialogo interreligioso, così come per il suo favore alla scelta europea che a “Radio Maria” non piaceva, in quanto lesiva della “cattolicità polacca”. Si arrivò allora alla mobilitazione del 7 ottobre 2017, e non è difficile ricordare l’imbarazzo di alcuni, la contrarietà di altri, come pure l’appoggio di molti vescovi. Il presidente dei vescovi polacchi, però, minacciò di sospensione a divinis tutti i religiosi che si erano lasciati coinvolgere nell’iniziativa.

Bergoglio e Greta, diversi ma uniti nella lotta

All’inizio di ottobre quasi tutti i grandi giornali hanno riportato le parole di Greta che a Milano ha concluso la grande mobilitazione Youth4Climate: “Il cambiamento verrà dalle strade, da noi, non dalle conferenze. La speranza non viene dal bla bla bla dei politici, non viene dalla mancanza d’azione e dalle promesse vuote. La speranza siamo noi, la speranza c’è quando le persone si mettono insieme per un obiettivo comune. Abbiamo tutto il diritto di essere arrabbiati, di scendere in strada e chiedere il cambiamento, che non solo è possibile ma anche urgentemente necessario. Vogliamo cambiare le cose e chiediamo che le cose cambino”.

Poche ore dopo, invece, non molte testate nazionali hanno riferito quando detto da papa Francesco in un videomessaggio trasmesso in diretta ad Assisi e nelle altre quaranta città del mondo dove si concludeva l’incontro mondiale “The Economy of Francis”, costruito con giovani economisti e ricercatori: “Oggi la nostra Madre Terra geme e ci avverte che ci stiamo avvicinando a soglie pericolose”. E voi – ha detto ai giovani – “siete forse l’ultima generazione che ci può salvare: non esagero”. Servono “la vostra creatività e la vostra resilienza” per “sistemare gli errori del passato e dirigerci verso una nuova economia più solidale, sostenibile e inclusiva”.

Bergoglio e Orbán

Un impegno molto fastidioso, ma comunque importante per chi si occupa dei viaggi del papa, è quello di seguire lo scambio di doni tra lui e i capi di Stato o di governo che incontra. Noioso, ma a volte molto indicativo. È questo certamente il caso del dono ricevuto da Francesco nell’Ungheria di Viktor Orbán, dove si è recato per concludere il Congresso eucaristico internazionale. Dopo l’atteso incontro tra i due uomini, che non hanno mai nascosto quanto si sappiano distanti l’uno dall’altro, il premier ungherese non solo ha detto di aver chiesto al papa di non lasciare che il cristianesimo ungherese perisca – come se in Ungheria ci vivesse Bergoglio e non lui –, ma ha fatto di più. Il suo ufficio stampa ha fatto sapere che “Orbán ha dato come regalo una copia della lettera che il re ungherese Béla IV, nel 1250, aveva scritto a papa Innocenzo IV, in cui chiedeva l’aiuto dell'Occidente contro i bellicosi tartari che minacciavano l’Ungheria cristiana”.

Un bel regalo, sul quale non si è scritto abbastanza. Orbán forse pensava che in Vaticano avessero perso quella lettera? A pensarci un po’ su, è come se a un papa in partenza per un viaggio apostolico in Germania il sindaco di Roma, recandosi a salutarlo all’aeroporto prima della partenza, gli portasse un dipinto raffigurante il sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi. Quel dono ha indicato la distanza tra il papa e Orbán: da una parte un religioso che vive nel tempo, nella storia, e, dall’altra, un politico che parla ai suoi del loro Paese come se fosse un castello senza finestre, in cui i fatti di un millennio fa sono i fatti di oggi.

La risposta di Bergoglio alla domanda: che cos’è la secolarizzazione?

Quello ostile a Francesco è diventato un mondo che fa imbarazzo citare. Imbarazza anche riferire quello che scrivono. E ogni giorno emerge qualche novità così falsa, così scomposta e offensiva anche per chi legge da indurre a porsi una domanda: citarli vuol dire far loro propaganda? Malattie gravissime e inesistenti, insulti umani, dottrinali e culturali. Perché tanto risentimento verso questo papa e verso l’uomo Jorge Mario Bergoglio? Perché contro di lui si arrivano a mettere in circolazione adesivi con scritto “Francesco ci odia”, oppure “Resistere a Francesco”? Già, perché? Come si può tentare di farsi un’idea su devoti tradizionalisti, molto cattolici, che dovrebbero vedere nel papa il vicario di Cristo in terra, ma che arrivano a raffigurarlo come uno che “ci odia”?

Comincio a convincermi che il grande torto di Francesco sia quello di aver messo a nudo in cosa consista la secolarizzazione. La secolarizzazione, il grande nemico, cioè quella cultura che starebbe scristianizzando l’Europa ed è stata demonizzata da secoli. Ma pochi, tra i suoi avversari, hanno realmente compreso e fatto comprendere in che cosa consista. Che cos’è questa secolarizzazione che starebbe scristianizzando il vecchio continente? Semplice rispondere con Francesco: è un sistema che si fonda sull’egoismo, sull’individualismo, sul disinteresse per il vicino e il disprezzo per l’altro, il lontano. È questa la secolarizzazione che sta scristianizzando l’Europa che, se cristiana, dovrebbe seguire il ben noto “ama il prossimo tuo come te stesso”.

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La lunga telenovela parlamentare intorno al disegno di legge Zan, fermo da tempo in commissione Giustizia del Senato a causa dell’atteggiamento ostruzionistico della destra, si è arricchita di una mossa a sorpresa da parte del Vaticano, che “informalmente” (cosa voglia dire in questo contesto un avverbio del genere, ce lo spiegheranno poi gli esperti di diritto internazionale) fa sapere allo Stato italiano, con un nota consegnata all’ambasciatore presso la Santa sede, che la legge sarebbe in contrasto con alcuni punti del Concordato. È appena il caso di ricordare che il disegno di legge introduce delle aggravanti per chi aggredisce in modo violento o insulta una persona omosessuale, transessuale, o anche un disabile (in sostanza una estensione della legge Mancino che già punisce in modo specifico reati come l’espressione dell’odio razziale, le manifestazioni di antisemitismo e simili). Perché mai la Chiesa dovrebbe sentirsi limitata nella propria libertà di pensiero da un simile provvedimento? Non fu papa Bergoglio a pronunciare un giorno le cristianissime parole “chi sono io per giudicare?”, aprendo una volta per tutte – così si sperava – a un riconoscimento di quelle forme di vita fino a ieri messe al bando come “disordine” dalla dottrina ufficiale cattolica?

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