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Home » Opinioni » Il Qatargate come “corruzione strategica”

Il Qatargate come “corruzione strategica”

Che cosa cercavano di ottenere, con le mazzette, i signori dell’emirato?

22 Dicembre 2022 Riccardo Cristiano  1086

1938. In quell’anno, gli Stati Uniti ritennero che il lobbismo teso a propagandare idee pericolose per la democrazia – quali venivano considerate quelle naziste e comuniste – era un’emergenza nazionale, e vararono “The Foreign Agents Registration Act”. Una scelta che resse per almeno vent’anni, quando il legislatore comprese (eravamo negli anni Sessanta) che l’emergenza era ormai un’altra: si chiamava lobbismo politico in favore di interessi politici stranieri, varando un importante emendamento per contrastarlo o almeno contenerlo.

L’emergenza ha poi assunto forme sempre più sofisticate, ma la distinzione tra corruzione, grande corruzione e corruzione strategica, era acquisita. La prima corruzione si ha quando un amministratore favorisce un singolo corruttore, che richiede per esempio una variante a un piano regolatore o una licenza, con mezzi illegittimi. La grande corruzione si ha, invece, quando un gruppo economico di rilievo tenta di condizionare il sistema in proprio favore. La terza, la corruzione strategica, piega la politica di un Paese a interessi illegittimi di attori stranieri. È il caso del famoso scandalo Trump-Ucraina, quando la Casa Bianca avrebbe tentato di usare leve di politica internazionale con Kiev, se questa avesse accusato la famiglia del rivale di Trump, Joe Biden. Non era soltanto un problema di politica interna, ma di corruzione strategica.

Ora, la categoria di “corruzione” non basta a spiegare la gravità del caso Qatargate; occorre la consapevolezza di cosa sia la corruzione strategica e di quanto sistemi “totalitari” – come Russia, Cina e Qatar – la usino per promuovere i propri interessi politici strategici all’estero. Gli sforzi cinesi, in tanti Paesi del mondo, in favore della famosa “via della seta”, ne sono un esempio globale. Siamo in un contesto diverso da quello dei vecchi finanziamenti sovietici e statunitensi ai partiti alleati. Quello era un sistema di evidente sostegno a forze politicamente affini, in una situazione di guerra o di guerra fredda. Qui parliamo di promozione di interessi politici ed economici strategici per un Paese, in contesti stranieri. Mai Mosca avrebbe finanziato la Dc per un proprio progetto, né Washington i comunisti.

Quale tipo di corruzione è dunque quella del Qatargate? E come si differenziano le attività di consulenza retribuite da parte di ex primi ministri italiani, o non, in favore di Paesi non democratici? Facciamo un esempio: Schröder, quando è diventato un ex cancelliere, è entrato nel gigante russo di Gazprom – lautamente retribuito – per tutelare l’interesse strategico tedesco e avere gas a basso costo da Mosca, o quello di Mosca di avere buona stampa a Berlino? La prima ipotesi è quella “assolutoria”, sebbene rimanga evidente il piacere del lusso e l’impronta più nazionalista che socialdemocratica. E i nostri ex premier, oggi consulenti globali, che scelta hanno fatto? Il loro interesse per il lusso colpisce meno della loro intenzione politica: difendere interessi di sviluppo italiani o interessi di altri? È qui che potrebbe trovarsi una differenza, se ci fosse, tra Renzi e D’Alema, più che nell’essere o meno politicamente attivi.

Ma il Qatargate, valutato come corruzione strategica, pone più che una supposta “questione morale” (che cosa vorrebbe dire? di chi?), una questione di consapevolezza politica: abbiamo capito questa corruzione a cosa mira, che cosa con essa si vuole “pagare”? Sembrerebbe che lo scopo strategico dell’emirato degli al-Thani sia quello di approfittare delle libertà per screditarle. Stiamo parlando di un Paese di tre milioni di abitanti che può spendere 220 miliardi di dollari per organizzare i mondiali di calcio. La posta in gioco non sembra pienamente compresa da tutti. Se la corruzione strategica esiste, screditare le libertà, da parte dei sistemi illiberali, non sarà un obiettivo davvero strategico? Cina, Russia, Qatar ne hanno evidentemente bisogno per tutelare la loro possibilità di espansione globale. Se così fosse, porre un problema di corruzione non basta. È la consapevolezza il problema da porre: consapevolezza dell’attacco alle libertà screditando la libertà.

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