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Asor Rosa, ovvero la sinistra palindroma

22 Dicembre 2022 Michele Mezza  3182

La scomparsa di Alberto Asor Rosa ci priva del mito di un lucidissimo e appassionato intellettuale politico – forse il più completo studioso non storicista di una sinistra occidentale di questo Paese – e della legittima aspettativa di attenderci da lui il terzo tomo di un’opera ancora da terminare. In cinquant’anni, dal 1965, data di pubblicazione di Scrittori e popolo, al 2015, quando arriva in libreria Scrittori e massa, il professore di letteratura della Sapienza (che da operaista diventa poi parlamentare comunista e aedo culturale nel contrasto alla svolta di Occhetto, come direttore di “Rinascita”) scandisce, con un percorso denso e spietato, la crisi della sinistra e l’esaurimento di quella potente macchina politica che fu il sistema di egemonia che il movimento del lavoro era riuscito a estendere alla società nel suo complesso, mostrando come, nel tornante del nuovo secolo, il popolo della fabbrica delle città fordiste sia diventato populista, dissolvendosi nel gorgo consumista della massa.

Un percorso fondamentale, che Asor Rosa intercetta leggendo i codici letterari di generazioni di scrittori che accompagnano prima, e si sostituiscono poi ai protagonisti del conflitto sociale manifatturiero. Il conflitto è la vera chiave di volta di tutto il ragionamento di Asor Rosa. Lo spiega lui stesso in una intervista rilasciata nel 2015 a “Repubblica”, all’uscita del suo secondo saggio, Scrittori e massa. Spiega l’autore a Simonetta Fiori: “Lingua e stile nascono dal ripensamento di una lingua e di uno stile di qualcuno che c’era prima. Se non c’è conoscenza, non può esserci conflitto. E se non c’è conflitto, non c’è pensiero nuovo. E se non c’è pensiero nuovo non c’è nuova rappresentazione”. Riemerge qui il militante di “Quaderni rossi” dei primi anni Sessanta, e poi il promotore di “Classe operaia”, che si stacca da Mario Tronti per ribadire la potenza operaia come classe generale.

Il conflitto, nella concezione di un marxismo occidentale – in cui appunto è la molecolarità dello scontro intorno ai singoli processi produttivi il motore della storia, che deve contestare, squilibrare e forzare gli equilibri politici, per giungere fino ai punti alti del sistema –, viene individuato come unica fonte della politica e matrice di ogni meccanismo di rappresentanza: il che rende il partito legittima macchina organizzativa della stessa rappresentanza. Senza conflitto non c’è politica – e nemmeno letteratura, sembra dire Asor Rosa.

Questo procedere lungo la faglia del conflitto permette al professore di registrare il passaggio dalla centralità operaia alla frantumazione atomistica, da un conflitto collettivo a una vertenzialità individuale. Nella stessa intervista, Asor Rosa spiega come il primo saggio, Scrittori e popolo, fosse proprio uno strumento di lotta politica: “Noi pensavamo che si potesse realizzare il progetto politico operaista. E per fare questo occorreva sgombrare il campo dal principale ostacolo al rinnovamento che era lo storicismo: una linea culturale – Croce-De Sanctis-Gramsci – condivisa non solo dal Pci ma da tutta l’intellettualità italiana del tempo”. Mentre il secondo testo – Scrittori e massa – è, anche per ragioni anagrafiche, spiega, un più pacato navigare letterario, che interiorizza il raffreddamento dei contrasti sociali, e di conseguenza l’uniformità anche estetica nella produzione letteraria, che lui interpreta come un calo di follia: “La follia è quella che trovi in Pirandello o Svevo, la derogazione dalle regole. Oggi non ce n’è uno che deroghi dalle regole. E tra l’assenza di follia e l’assenza di tragedia il nesso è stretto. Per usare una terminologia infantile, è raro imbattersi in romanzi che finiscano male. Un’eccezione è nel primo Giordano. Anche Ammaniti, che pure ci presenta storie drammatiche, non ce le fa mai leggere come tragedia, preferendo la commedia”.

Ma con questa attenzione alla temperatura sociale Asor Rosa testimonia intorno ai buchi neri che stanno svuotando la sinistra: la totale mancanza di sensibilità socio-tecnologica, che non le fa percepire come proprio nella transizione dalla collettività operaia all’atomismo contemporaneo il vettore sia il sistema digitale, che raccoglie e modula la domanda di potenza individuale che viene liberata dalla scomposizione della catena di montaggio. Contemporaneamente, anche Asor Rosa non trova risorse ed energie per leggere, nelle pieghe della produzione letteraria (pensiamo proprio a Giordano e alla sua narrazione dei numeri, o all’irruzione nella polemica sulla pandemia), la necessità di elaborare nuove forme di conflitto nel sapere e nelle forme tecnologiche, al fine di ridare forza nella società digitale allo strumento partito. Era questo il passaggio che si attendeva dal professore, dal nome palindromo: il suo percorso e la sua formazione, con il suo lucido gusto trasgressivo, autorizzavano questa speranza. La sua dipartita ci lascia ancora più soli in questo naufragio culturale, prima che politico, della sinistra – a interrogarci sull’enigma di un nome che racchiude proprio il destino palindromo dell’epopea di un conflitto sociale, che sembra non poter uscire dal labirinto di una sequenza storica che ci riporta solo alla nostalgia del passato.

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TagsAlberto Asor Rosa conflitto sociale Michele Mezza Scrittori e massa Scrittori e popolo sinistra

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