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Home » Analisi » La cuoca e l’ombra del Leviatano

La cuoca e l’ombra del Leviatano

Bisogna puntare a un partito di sinistra che trasformi la connessione in una “militanza digitale” e prefiguri uno Stato intelligente basato su un decentramento di tipo federale

4 Marzo 2024 Michele Mezza  813

“Lo Stato è l’ente che controlla le onde elettromagnetiche”. Così Carl Schmitt, teorico moderno della sovranità statale, a pochi mesi dalla sua scomparsa, nel 1985, correggeva la sua nota definizione di Stato legata al monopolio della violenza e della decisione. Per onde elettromagnetiche in quel tempo si intendevano quelle tecnologie sorgenti che trasferivano i diritti di cittadinanza nell’ambito virtuale dell’infosfera. Ora, con l’espandersi dell’uso dell’intelligenza artificiale, assistiamo a una nuova torsione del concetto di Stato, che inesorabilmente fa i conti con la potenza di calcolo e l’automazione dei processi decisionali. E soprattutto con i proprietari di queste procedure.

Nei giorni scorsi, la Consob, l’agenzia nazionale di controllo sulla Borsa, ha annunciato il ricorso a sistemi generativi per individuare comportamenti di insider trading. Già nei mesi scorsi, l’Agenzia delle entrate ha reso pubblica la decisione di utilizzare risorse automatiche per scovare gli evasori. In un altro settore sensibile dell’amministrazione statale, quello degli appalti pubblici, sta diventando esecutivo quanto previsto dal nuovo Codice degli appalti, approvato nel 2023, il quale  testualmente prevede che “per migliorare  l’efficienza, le stazioni appaltanti e gli enti concedenti provvedono, ove possibile, ad automatizzare le proprie attività ricorrendo a soluzioni tecnologiche, ivi incluse l’intelligenza artificiale e le tecnologie di registri distribuiti, nel rispetto delle specifiche disposizioni in materia”. Finanza, fisco, appalti: stiamo parlando di tre delle attività più rilevanti dello Stato. Pensiamo poi a cosa sta accadendo nella sanità, o nell’amministrazione della giustizia, dove l’intelligenza artificiale ha fatto irruzione, riclassificando procedure e relazioni professionali, con un impatto rilevante sui diritti di cittadinanza.

Siamo ormai dinanzi a un tema fondante della politica, dirimente per l’idea di democrazia: natura e controllo dello Stato. Come sappiamo, si tratta dello scoglio su cui sono naufragate le migliori ambizioni riformatrici e rivoluzionarie nei due secoli che abbiamo alle spalle. Ogni opzione politica che mirava a mutare le relazioni e gerarchie sociali, combinando libertà ed eguaglianza, ha dovuto fare i conti con l’inadeguatezza della teoria e della pratica di governo dello Stato. Lungo l’asse Hegel-Marx-Lenin si è consumato il fallimento di ogni progetto basato sulla centralità di un apparato statale come general intellect dell’economia.

Biagio De Giovanni, in un recente libretto – Giordano Bruno, Giambattista Vico e la filosofia meridionale (Editoriale scientifica) –, indagando la relazione fra i due filosofi che diedero forma – il nolano neanche agli inizi del Seicento e l’autore della Scienza nova piuttosto scavalcando il secolo – a una visione critica dell’esplosione tecnica indotta dal pensiero calcolante, afferma che “non vi è filosofia senza Stato”. Intendendo che non vi possa essere un pensiero che investa l’agire dell’uomo e le sue relazioni sociali senza presupporre un contesto e una sovranità sovra-sociale in cui collocarlo.

Oggi questo contesto è strettamente connesso, addirittura fuso, con lo sviluppo e la selezione di sistemi di calcolo che riproducono attività umane discrezionali. Dalla statistica, che già nella sua radice etimologica denuncia l’ordine istituzionale di quella scienza di raccolta delle informazioni, siamo ormai alla data science come condizione di ogni deliberazione consapevole. Uno Stato intelligente, o meglio, un apparato pubblico che centralizzi ed eserciti un potere cibernetico, basato sulla combinazione di dati e algoritmi, come intendeva Alan Turing, impone all’intero sistema socio-antropologico che vi ruota attorno – dal singolo individuo, nella sua sfera psico-culturale, alle comunità in cui abita, fino alle forze politicamente organizzate che se ne contendono il controllo – di ridefinirsi, aggiornando la propria visione e il proprio bagaglio teorico. Dal Leviatano di Hobbes al “grande fratello” sovietico, fino allo Stato appaltato ai grandi gruppi computazionali, si è andata ridisegnando l’infrastruttura istituzionale dell’evoluzione della specie.

Stiamo parlando, in questa fase appena iniziale, di un processo di algoritmizzazione delle amministrazioni pubbliche e del sistema di organizzazione e di comando sulla società, di un ente che apprende ad acquisire informazioni e competenze a una tale velocità ed estensione che lo rendono, per la prima volta nella storia, uno spazio pubblico di governo degli interessi privati, in grado di proporsi in maniera competitiva persino rispetto all’azione molteplice e istantanea dei soggetti singoli o dei gruppi proprietari che producono quelle tecnologie. La domanda oggi plausibile, posta peraltro dal presidente Biden nel suo documento di regolamentazione delle forme di intelligenza artificiale, è che uno Stato debba essere non meno capace ed efficiente, tecnologicamente, di chi lo rifornisce di sistemi automatici.

Dall’altra parte si affaccia, inesorabilmente, l’ombra del Leviatano, di quell’oppressione totalitaria minacciata da ogni estensione della potenza degli apparati centrali. In mezzo a questo dualismo, fra efficienza privata e potenza pubblica, che ha caratterizzato il dibattito politico fra destra e sinistra, fra proprietà e lavoro, fra libertà ed eguaglianza, c’è il nodo della rappresentatività, ossia delle forme di controllo democratico dei sistemi deliberanti dello Stato. L’ombra che ha deviato e inquinato questo scontro politico è stata storicamente quella dell’inadeguatezza della dimensione pubblica nell’assicurare una funzionalità efficace degli apparati statali, o, più brutalmente, della burocrazia delle amministrazioni. Uno Stato che possa qualificarsi come democratico, organizzato per essere trasparente conseguenza del libero gioco degli interessi sociali, non violando le libertà civili e assicurando un potere riequilibrante delle diversità sociali indotte dal mercato, è capace di dimostrarsi anche un sistema efficace di governo?

Nella risposta a questa domanda hanno fatto fallimento le illusioni anticapitalistiche in tutte le forme e combinazioni che la pressione sociale era riuscita a esprimere: dalla “rivolta dei giusti” alla Comune di Parigi, all’Ottobre sovietico, con tutte le varianti che abbiamo conosciuto. Ma non meno inefficienti, anche se largamente più gratificanti e vivibili, si sono rivelate le versioni democratiche e socialdemocratiche di uno Stato sociale inclusivo, il cui esaurirsi ha portato a derive reazionarie e sovraniste perfino nei paradisi scandinavi. Il punto di caduta di tutti gli assalti al cielo era proprio l’inaccettabile prezzo che si doveva pagare in termini di inefficienza e impantanamento delle amministrazioni statali, dopo lo scossone che ribaltava i rapporti di forza e faceva emergere come prioritaria la domanda di eguaglianza e giustizia sociale.

Pensiamo alle sbandate reazionarie successive, anche in tempi recenti, a ogni vittoria elettorale di forze pur semplicemente riformatrici, prive di ambizioni socialiste: dalle diverse esperienze latinoamericane, a quanto sta accadendo, proprio in questi mesi, attorno alle elezioni statunitensi. Sarebbe interessante, in proposito, riprendere quella letteratura fantascientifica, e anche la componente di lucida saggistica di matrice sovietica degli anni Cinquanta, che ipotizzavano un’integrazione della pianificazione centrale con i sistemi di calcolo che allora cominciavano a definirsi, al fine di rendere efficiente la programmazione industriale. Ora siamo a un tornante che conduce direttamente a rivedere tutta questa tradizione alla luce di una nuova opportunità: l’innesto, nelle pieghe dei sistemi amministrativi, di dispositivi che rendono le branche statali capaci sia di disporre di informazioni attendibili e veloci, sia di elaborare, nei tempi più rapidi e competitivi, decisioni e reazioni.

Una versione di questa ibridazione cibernetica la si può tragicamente osservare nelle guerre in corso. Cosa sono i combattimenti a distanza, le forme di georeferenziazione del nemico, le tecniche di guerra ibrida che mirano a inquinare l’opinione pubblica dell’avversario, se non manifestazioni di uno Stato intelligente, maleficamente intelligente, ma pur sempre competitivamente intelligente. In Ucraina e a Gaza vediamo due lezioni diverse. Contro i russi, nella prima fase della resistenza, abbiamo visto dispiegarsi le applicazioni tecnologiche che hanno stravolto gli schemi e le strategie tradizionali, grazie a una capacità di connessione sul territorio punto a punto, da parte di produttori e di elaboratori di dati, che il sistema militare orchestrava ma non gestiva esclusivamente. Il protagonismo della società civile, indotto dalla natura decentrata e composita di questi sistemi tecnologici, ha dato allo Stato una capacità inedita. In Medio Oriente, invece, abbiamo registrato una reazione opposta a questa opzione di socializzazione della guerra, con Israele che ha preventivamente spento la rete, impedendo ogni forma di connessione per non trovarsi accerchiata dal protagonismo della nuova alleanza che si crea, nel digitale, fra la potenza statale e ogni singolo cittadino.

Da entrambi i casi, si ricava un’indicazione su cui riflettere: uno Stato che viene irrobustito e ridisegnato da applicazioni di intelligenza artificiale prefigura due soluzioni: o un’inedita alleanza fra la pubblica amministrazione e ogni singolo cittadino, nell’esercizio e addestramento delle risorse tecnologiche, costantemente validate dall’uso attivo della comunità civile – e abbiamo così uno sbocco democratico e partecipativo della governance statale –, o un nuovo avvitamento autoritario, in cui la tecnica diventa dominio elitario sui sudditi. Due opzioni che rilanciano una dialettica politica che sembrava desueta: come sia proprio uno spazio pubblico il terreno in cui ridare un’anima alle nuove soluzioni digitali, contendendo alla destra la padronanza di un primato che, da tecnico, torna a essere tutto politico.

Si pensi alla versione cinese di tutto questo, in cui domina un’idea di algoritmo-nazione, dove il potere del partito unico è fondato sul controllo e la garanzia di alti tassi di automazione, che diventano sostegno al successo dei singoli cittadini, ma a patto che questi si facciano profilare e controllare da quelle stesse tecniche che li fanno primeggiare sul mercato. Nell’apparente paradosso, in cui uno Stato o è inadeguato, e dunque subalterno ai monopoli privati, o è un minaccioso Leviatano che frustra ogni intraprendenza individuale, si coglie lo spazio di una inedita dialettica politica. Uno Stato intelligente, infatti, presuppone partiti intelligenti. E torniamo, in contesti radicalmente diversi, a quella questione che il Che fare? di Lenin aveva affrontato alla vigilia della rivoluzione: quale partito per costruire un nuovo Stato? In uno scenario fordista, in cui bisognava confrontarsi con la piramide verticale di una centralizzazione del potere che la catena di montaggio imponeva, il partito diventava una riproduzione di questa piramide, in cui il leader era l’amministratore delegato. Ma in un contesto in cui proprio la condivisione e la partecipazione sociale diventano la condizione di qualità tecnologica quale partito? e per quale Stato?

L’introduzione di processi automatici fa aumentare e non diminuire il margine di contrasto politico. Pensiamo alle modalità in cui devono essere organizzate le tecnologie, ai capitolati tecnici che bisogna imporre ai fornitori, ai livelli di autonoma sovranità che lo Stato deve assicurare rispetto a snodi vitali come sono i server e la gestione del cloud, e, infine, alle procedure con cui monitorare e controllare l’evoluzione del machine learning, che comporta un cambio continuo della natura dei dispositivi di intelligenza artificiale. Si apre un campo enorme di discrezionalità della pubblica amministrazione, che non deve essere abbandonato all’intraprendenza dei funzionari o delle tecnostrutture, e tanto meno di quei centri di consulenza esterna che tendono a commissariare ogni spazio democratico con la futile ragione delle specifiche competenze.

Oggi sappiamo che la mitologica cuoca che doveva poter governare lo Stato, secondo una vulgata leninista mai diventata concreta, può ambire direttamente al governo delle decisioni. La destra populista sta solleticando questa suggestione, strumentalizzandola per dare spessore sociale a un assalto alla democrazia. La sinistra non può rispondere a questa sfida trincerandosi nella pura difesa di tutto quanto abbiamo costruito, arroccandosi nel fortilizio della Costituzione, ma deve navigare in mare aperto, diventando il partito di una rifondazione cibernetica di uno Stato basato su partecipazione e decentramento. Una scelta certo non indolore, che prevede il ridisegno di tutto l’edificio politico, a cominciare dai primati delle élite intellettuali e dal controllo di apparati elettorali che finalizzano il consenso alla ratifica di gruppi dirigenti autonominati. Pensiamo a come, in questa logica dello Stato intelligente, l’autonomia differenziata possa essere esattamente l’inverso di quanto la Lega immagina: non una ratifica di dislivelli gerarchici fra le Regioni, ma la constatazione di quelle diseguaglianze da registrare tecnologicamente e su cui intervenire come Stato centrale.

Ovviamente, questo implica un modello di partito che sia esso stesso prefigurazione di uno Stato federale condiviso, che promuova la concertazione delle decisioni sulla base di informazioni consolidate e decisioni tempestive. L’unico modo di affrontare la tecnologia è l’utilizzo di un’altra tecnologia – ci spiegava un grande visionario come Stanislaw Lem, nella sua Summa Technologiae. Oggi l’intelligenza artificiale può essere addomesticata proprio da una politica che trasformi la connessione in militanza digitale.

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