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Cile, Svezia e tra qualche giorno l’Italia: una sinistra senza bussola

A Stoccolma, la più gloriosa tradizione socialdemocratica – peraltro rinnovata e modernizzata in questi ultimi anni di governo, con una robusta presenza di ceti innovativi – non sembra reggere all’avanzata della destra populista, dopo che a Santiago anche l’alleanza di un “populismo di sinistra”, reso vitale da una salda tradizione di militanza operaia, ha perso smalto con il referendum costituzionale (vedi qui).

I risultati italiani daranno un’altra versione di una sconfitta seriale: la sinistra sembra non riuscire più a parlare nel Ventunesimo secolo. La dinamica svedese appare proprio esplicita. Al di là della contabilità finale, che potrebbe vedere, sul filo di uno o due seggi, prevalere uno o l’altro degli schieramenti, il dato politico vede il centrosinistra, con la potente socialdemocrazia integrata dall’alleanza di due ali (una di sinistra più radicale e l’altra di centristi più moderati), in affanno rispetto all’offensiva sociale della destra. Più che una proposta, è un sentimento che mette in ombra le singole strategie programmatiche del governo socialdemocratico uscente, ossia l’insoddisfazione e la paura di vedere logorati i propri margini di benessere. Persino quando non ci sono.

I cattolici alle elezioni

Come voteranno i cattolici? E soprattutto si può, nel 2022, considerare il mondo cattolico come un blocco unico? Tanto tempo fa la risposta a...

Cile, il referendum chiude la luna di miele del nuovo presidente

Se non si rischiasse il linciaggio a sinistra, si potrebbe dire che la solenne bocciatura della riforma della Costituzione, proposta in Cile dalla maggioranza che aveva eletto il nuovo presidente Boric, ricorda in non pochi passaggi quella, altrettanto squillante e attesa, che ha seppellito l’allora presidente del Consiglio Renzi, nel 2016. Certo, l’ispirazione e il retroterra culturale sono molto diversi. Marcatamente plurinazionale quella cilena, tutta protesa al riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche e per la difesa dell’ambiente; intrisa di una complicata e contraddittoria alchimia istituzionale, quella voluta dal leader del Pd a suo tempo. Ma una certa cecità nel leggere i processi sociali, un illuminismo ingiustificato, e soprattutto la mancanza di una solida base di consenso che desse forma e senso allo scrollone che si pensava di dare al proprio Paese, sembrano tratti comuni.

Soprattutto congiunge le due esperienze la cruda disillusione che la sconfitta elettorale impone, mettendo un tetto basso alle ambizioni che si coltivavano. Bassissimo per Renzi, che ora trotterella nella scia di Calenda per uscire dal buio del 2% in cui era ridotto dopo la scissione dal Pd. Molto ridimensionato quello di Boric che, avendo ancora nelle orecchie l’oceanica manifestazione che aveva invaso Santiago al momento della sua elezione, pensava, forse, di poter passare all’incasso.

Michail Gorbaciov: il sorriso senza denti

La storia lo ha già giudicato. Michail Gorbaciov ha dato un verso pacifico e tranquillo al Novecento come “secolo breve”, consumandosi nel tentativo di salvaguardare l’essenza di un regime che non ha più trovato modo di funzionare. Le celebrazioni della sua vita – e soprattutto della traccia che lascia nel mondo – sono alluvionali. Ed è proprio questo il momento per leggere la sua traiettoria come una grande lezione per la sinistra. Achille Occhetto, nella sua improvvisata intuizione di usare la crisi gorbacioviana per trovare una nuova via al socialismo italiano, indubbiamente comprese meglio di altri il carattere di quell’esperienza. Dopo Breznev, l’iceberg sovietico doveva trovare una rotta. Andropov proponeva una soluzione cinese, cercando di tradurre nell’indolente e disincantato linguaggio russo la ricetta di Deng: “arricchitevi”. Un ritorno alla Nep di leniniana memoria, con in più la suggestione tecnologica. Dopo l’intermezzo di Černenko, l’elezione del giovane caucasico fu salutata dal coriaceo Gromyko con la famosa definizione: “lo conosco bene, sorriso suadente ma denti di acciaio”. Il dentista, però, non fu propriamente abile con il capo sovietico.

Nikolaj Ryzkov, uno dei primi collaboratori al governo di Gorbaciov, qualche anno dopo l’inizio della perestroika, quando si capì bene che le velleità riformatrici erano sul binario morto, mi raccontò, in un’intervista al Gr1, la sua versione del tentativo del nuovo segretario: “Tutto nasce con Andropov – mi disse –, quando dopo la sua elezione a segretario riunì al Cremlino la sua squadra. C’erano i giovani come Gorbaciov e io, c’era Ligaciov, allora ancora considerato un riformatore, c’era il team degli economisti del Kgb. Andropov ci raccontò questa storia: nel 1975, ci disse, come capo del Kgb inviai al compagno Breznev un rapporto riservato in cui gli descrissi l’avvio, sulla costa occidentale americana, in California, della nuova rivoluzione microelettronica che moltiplicava la potenza industriale dell’Occidente. Gli dissi che avevamo poco più di cinque anni per agganciare questo nuovo processo, altrimenti saremmo stati sonoramente sconfitti. A questo punto Andropov guardò il calendario: siamo ora nel 1982, l’Urss non ha fatto niente per recuperare il gap con gli Usa, dobbiamo trasformare una sconfitta in una ritirata condivisa”. Questa era la perestroika, concluse amaramente Ryzkov.

A sinistra l’accordo tormentato col Pd

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Alla “buvette”. L’ultima intervista

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Leva militare: la destra non sa cosa dire, gli altri cosa...

Torna con regolarità la proposta di Matteo Salvini di riattivare la leva obbligatoria, sospesa (non abolita) quasi vent’anni fa. Il punto è che questa estate appiccicosa è anche una stagione elettorale – e promesse o intenzioni pesano più delle solite dichiarazioni di bandiera. L’idea sembra diretta a una certa fascia, quella borghese medio-piccola, in età da figli adolescenti, con lo spauracchio delle cattive compagnie. Ma c’è qualcosa di serio nel ritornello della “naja”, con cui ogni tanto si cercano consensi?

Il sistema costituzionale resta ancorato a una cittadinanza che comprende la partecipazione alle armi, com’è proprio dello Stato moderno, soprattutto dopo la Rivoluzione francese e le campagne napoleoniche. Ma c’è da dubitare che la Lega e i gestori della sua macchina pubblicitaria si ispirino alla storia, fitta di dispettose complicazioni. A proposito di propagandisti, il più famoso tra quelli della Lega fu sorpreso in frequentazioni di palestrati rumeni, a pagamento, col sospetto di qualche accessorio chimico. Una storia che non starebbe bene fra gli esempi edificanti da offrire ai giovani.

La sinistra latinoamericana e la guerra in Ucraina

(Questo articolo è stato pubblicato il 28 marzo 2022) In un recente articolo apparso su “ciperchile.cl”, lo scrittore nicaraguense Sergio Ramírez – già vicepresidente del...