A distanza di dieci anni dal fallito golpe del 2016, che fornì al presidente Recep Tayyip Erdoğan il pretesto per epurare centinaia di migliaia di oppositori, la Turchia assiste oggi a una sorta di colpo di Stato sociale. A partire dalle prime ore del 13 settembre, la polizia turca ha condotto blitz simultanei nelle sedi di organizzazioni per i diritti Lgbtq+ e gruppi di supporto, a Istanbul, nella capitale Ankara, a Smirne e in altre città, con il pretesto di una campagna contro l’Hiv. “Questa è la più ampia stretta contro le persone Lgbtq+ degli ultimi anni”, ha affermato Emma Sinclair-Webb di Human Rights Watch. Le associazioni per i diritti umani, che monitorano gli arresti, ritengono che sessantadue persone siano ora in custodia cautelare, e che più di cento siano state fermate, tra cui varie giornaliste e giornalisti. Undici leader dell’organizzazione Genç (giovani) Lgbti+ sono finiti a processo, già il mese scorso, con l’accusa di avere violato le norme costituzionali sui “valori della famiglia” e di avere pubblicato immagini di coppie dello stesso sesso che si baciano, reati che comportano fino a tre anni di reclusione.
In questi giorni, i video diffusi dal ministero dell’Interno mostrano agenti che fanno irruzione in locali notturni e abitazioni di civili, frugando negli schedari e sequestrando bandiere arcobaleno. Sebbene l’omosessualità sia stata depenalizzata, fin dal 1858, ai tempi l’Impero ottomano, la procura di Ankara ha accusato i gruppi per i diritti Lgbtq+ di violare le leggi che proibiscono l’“oscenità”, anche se i capi d’imputazione formali restano poco chiari. Per giustificare gli arresti, i gli accusatori hanno riferito il ritrovamento di sostanze stupefacenti e di un’arma da fuoco, mentre le associazioni si difendono sostenendo che siano stati inseriti casi di reati comuni nell’ondata di attacchi contro la comunità queer.
Il ministro della Giustizia, Akın Gürlek, ha invece spiegato che le autorità hanno preso di mira locali legati alla prostituzione, alla diffusione di materiale osceno e ad “attività che espongono i minori a tali contenuti”, dichiarando che le perquisizioni e gli arresti, in tutto il Paese, fanno parte di un’operazione intitolata Ailem Güvende (“la mia famiglia è al sicuro”). “I nostri legami familiari si stanno indebolendo”, ha dichiarato Gürlek. “L’età media del matrimonio sta salendo, i tassi di divorzio aumentano e, di conseguenza, il nostro tasso di fertilità sta calando. A essere onesti, le statistiche sono allarmanti per tutti noi.”
Così l’esecutivo di Ankara sfrutta la retorica sulla difesa della famiglia per condurre una vera e propria epurazione ideologica contro le libertà civili. L’identità e l’orientamento sessuale non conformi sono stati identificati come principali cause della mancata crescita demografica, che invece è una questione centrale in tutto il mondo occidentale.
Anche l’informazione libera sta subendo un duro colpo. L’associazione turca per la libertà di stampa, la Media and Law Studies Association, ha riferito che, tra i fermati, figurano sette membri del comitato direttivo di Kaos Gl, una delle più antiche organizzazioni Lgbtq+ della Turchia, che gestisce anche un sito d’informazione. Tuğba Tekerek, una giornalista indipendente, è stata arrestata nella sua abitazione a Istanbul, e trasferita ad Ankara per essere interrogata, solo per avere pubblicato un articolo che trattava della vita della comunità queer in Georgia, proprio insieme a Kaos Gl. Il caso ha provocato la reazione del sindacato dei giornalisti turchi e dell’International Press Institute, che hanno denunciato l’estensione dell’operazione al mondo dell’informazione e alla società civile.
Eppure, nel primo decennio dei Duemila, la vita della comunità Lgbtqi+ in Turchia sembrava aver trovato una sua dimensione: nel 2003, Istanbul aveva ospitato il primo Pride in un Paese a maggioranza musulmana, e, nel corso degli anni Dieci, il movimento aveva assunto dimensioni sempre maggiori, culminato nel Pride del 2014, con la partecipazione di oltre centomila persone. Solo l’anno dopo, però, le autorità vietavano gli eventi legati ai diritti Lgbtqi+ nella maggior parte delle città, e la polizia impiegava sistematicamente gas lacrimogeni, idranti e fermi di massa contro chi sfidava i divieti. Era stata inoltre proposta una modifica al codice penale, poi ritirata lo scorso anno, che proponeva di perseguire tutte le persone che avessero comportamenti “contrari al sesso biologico e alla morale generale”. Nel rapporto Rainbow Europe del 2024, redatto da Ilga-Europe, la Turchia è in fondo alla classifica, davanti soltanto ad Azerbaigian e Russia, per quanto riguarda la tutela dei diritti e la sicurezza delle persone queer, posizionandosi al 47esimo posto su quarantanove paesi presi in esame – l’Italia è al 36esimo.
Dall’inizio dell’escalation repressiva di questo settembre, si sono avute manifestazioni in varie zone del Paese. Fuori dal tribunale di Istanbul, martedì scorso, mentre la folla intonava il coro “viva la lotta per la libertà” e veniva srotolato lo striscione “essere Lgbtq+ non è un reato”, la polizia ha fermato centinaia di persone, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa francese Afp. Anche a Smirne la protesta è stata sedata con la forza dalle autorità, che hanno lanciato gas lacrimogeni.
La repressione ha destato forti preoccupazioni anche al di fuori dei canali d’informazione tradizionali. Per esempio, Resident Advisor, popolare testata e piattaforma globale dedicata alla musica elettronica e alla cultura dei club, ha denunciato pubblicamente gli accadimenti, ricordando che, già all’inizio dell’estate, la polizia aveva fermato almeno cinquanta persone durante un evento del Pride a Istanbul, tenutosi nonostante il divieto delle autorità locali.
La parabola della Turchia mostra come la difesa della “famiglia tradizionale” possa trasformarsi nel perfetto cavallo di Troia per lo smantellamento dello Stato di diritto. Trasformare una crisi demografica (ed economica) in una caccia alle streghe contro le minoranze è una strategia di diversione politica tipica del potere di Erdoğan: sostituire le garanzie costituzionali con il panico morale, per osteggiare quella parte di cittadinanza plurale e laica che vorrebbe sostituirlo alla guida del Paese.








