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Derive brussellesi: la nuova Commissione europea

19 Settembre 2024 Agostino Petrillo  847

La lunga e tormentata vicenda delle nomine operate da Ursula von der Leyen con lo scopo di costruire una squadra efficiente per la nuova Commissione, che si appresta a entrare in funzione nel dicembre prossimo, ha assunto negli ultimi giorni tratti grotteschi. Un politico compassato e di lungo corso come Bernd Lange (Spd), capo della commissione Commercio del parlamento europeo ha affermato che la questione delle nomine è “lentamente degenerata in un teatro dell’assurdo”. Per von der Leyen non si è trattato unicamente di essere partita con il piede sbagliato, ma dei difficilissimi equilibri da disegnare dopo una tornata elettorale che ha visto un consistente spostamento a destra.

La lotta per i posti di commissario, nelle ultime settimane, è stata accesa come non mai, e giocata intorno a patteggiamenti poco trasparenti. Il conflitto intorno alle posizioni apicali dell’Unione ha mostrato chiaramente le divisioni interne al progetto europeo, e il peso degli spostamenti di potere derivanti dai risultati della recente tornata elettorale. Lo attestano le dimissioni a sorpresa di una figura potentissima come Thierry Breton, commissario per il Mercato interno e i Servizi dal 2019 al 2024, ex ministro francese, manager di livello internazionale e responsabile nella scorsa tornata di molte decisioni importanti. Breton, furibondo, si è dimesso all’ultimo momento, creando una situazione più che imbarazzante per la presidente della Commissione.

L’ex ministro degli Esteri francese, Stéphane Séjourné, è stato rapidamente nominato suo successore, e Breton, sbattendo la porta, ha lasciato intuire che qualcuno molto in alto ha chiesto la sua testa. Le dimissioni di Breton sono dovute a un conflitto con la presidente che durava da tempo, e che aveva assunto nei mesi scorsi le dimensioni di un vero e proprio braccio di ferro. Già nel marzo scorso il grand commis francese aveva polemizzato con von der Leyen, pubblicamente accusandola di mancanza di trasparenza e scarsa capacità di leadership. In particolare si era trovato in disaccordo rispetto alla controversa nomina del politico della Cdu, Markus Pieper, a nuovo commissario per le Piccole e Medie imprese. Su ispirazione di Breton, gli eurodeputati avevano espresso dubbi sul fatto che “i principi di merito, genere ed equilibrio geografico” fossero stati presi in considerazione al momento della nomina di Pieper, e avevano votato a maggioranza una mozione contraria alla sua nomina. Indirettamente, la presidente della Commissione era al contempo accusata di avere operato una sorta di clientelismo interno, avendo deliberatamente scelto un collega di partito. Così Pieper aveva finito per rinunciare all’importante incarico.

Se da noi l’eco della vicenda è stata modesta, il Piepergate ha suscitato in Germania e in Francia un tale scalpore, prima delle elezioni, che von der Leyen aveva dovuto fare marcia indietro, ammettendo il proprio errore e riaprendo il processo di candidatura. Le accuse che le erano state mosse, al tempo dello scandalo, sono riecheggiate ora, nel momento delle nomine per la Commissione, e la presidente è stata nuovamente accusata di mancanza di trasparenza.

Ma invece di chiarire il processo che ha condotto alle nomine, lunedì 16 settembre, von der Leyen ha preferito far parlare i suoi portavoce, che hanno liquidato le questioni poste dalla stampa con la giustificazione che la trattativa per le posizioni di vertice non sarebbe stata “un processo pubblico”, ma il frutto di delicati accordi con i capi di Stato e di governo degli Stati membri dell’Unione, riguardo ai quali nulla è dato sapere, dato che “la riservatezza è molto importante”. E molte polemiche a livello internazionale ha suscitato anche la questione della quota femminile, in cui, dopo vari tentennamenti, a stento si è raggiunto il 40%, dato che le proposte di candidatura, da parte dei Paesi membri, erano per lo più orientate al maschile.

Si tratta di una Commissione con un forte spostamento a destra: ci saranno tredici membri del Partito popolare, cinque socialisti, quattro liberali e due membri di partiti di estrema destra, uno proveniente dai conservatori europei e l’altro dai patrioti per l’Europa. Ci saranno inoltre tre indipendenti a comporre il nuovo esecutivo comunitario.

La scelta dei membri è stata dunque sottoposta a pesanti condizionamenti ed è passata attraverso molti traccheggiamenti. In particolare, molto contrastata è stata la nomina di Raffaele Fitto a vicepresidente esecutivo con delega ai Fondi di coesione e alle riforme previste dal NextGenerationEU: una scelta, questa, che ha provocato mal di pancia e indignazione soprattutto tra i verdi, i socialdemocratici e i liberali. Vero è che, per quanto vantata dai media di regime italiani come una grande vittoria, la posizione faticosamente conquistata da Fitto è comunque di minore importanza rispetto alla delega perduta al commissario per l’economia con l’uscita di Gentiloni. La nomina di Fitto sa, in ogni caso, di grosso favore fatto a Giorgia Meloni e a Fratelli d’Italia, non si sa bene con quale contropartita, visto che von der Leyen aveva più volte affermato, prima delle elezioni di giugno, che avrebbe mantenuto compatto il muro contro la destra, e che si sarebbe affidata unicamente al sostegno di partiti accettabili. Comunque ora, per la prima volta, un postfascista potrebbe essere insediato in una posizione di potere.

La presidente sta evidentemente giocando di azzardo – e tentando di fare quadrare il cerchio in un pericoloso equilibrismo. L’Unione deve fronteggiare sfide enormi: migrazioni, spostamento a destra dell’elettorato, perdita di competitività, guerra in Ucraina e lotta alla crisi climatica. Ma scorrendo la lista dei commissari vengono molti dubbi. In alcuni ambiti chiave ci sono figure decisamente discutibili: a Wopke Hoekstra, ultraliberista che in passato ha avuto posizioni importanti nella Shell e ha trattato come membro del governo olandese affari con multinazionali del petrolio, è stata addirittura affidata la delega sul clima. Si occuperà di emissioni zero e di sviluppo sostenibile, e c’è il timore che, con una simile figura, la lotta al riscaldamento globale passi in secondo piano.

A Kaja Kallas, estone, nota per le sue posizioni oltranziste sulla questione Ucraina, è stata data la vicepresidenza e l’alta rappresentanza per la Politica estera e di sicurezza, il che fa una certa impressione, date le dichiarazioni non sempre equilibrate del personaggio nel suo sostegno sfegatato a Zelensky, e che compare addirittura da febbraio nella lista dei ricercati pubblicata dai russi. A Kallas va associato il lituano Andrius Kubilius, commissario alla Difesa, anch’egli noto per le durissime prese di posizione pro-Nato e antirusse. L’austriaco Magnus Brunner è stato sorprendentemente incaricato della Politica migratoria, e il fatto che la scelta sia caduta su un personaggio che non solo non ha competenze specifiche, ma proviene da un Paese che ha adottato le misure più restrittive in questo campo, avendo chiesto di utilizzare i fondi dell’Unione per le recinzioni, e che la Corte di giustizia europea ha condannato per avere esteso illegalmente i controlli alle frontiere, non fa ben sperare sulla piega che prenderà la politica europea in questo ambito importantissimo.

Per contro, stando al “Financial Times”, la presidente avrebbe scelto di affidare gli incarichi più delicati nel suo team in materia di crescita a Spagna, Italia e Francia, Paesi che hanno chiesto una maggiore spesa comune, regole più flessibili sul deficit di bilancio e un ruolo più importante per la politica industriale. Il filo rosso che li lega è dunque la necessità di integrare risorse e produzione per rendere il continente più competitivo.

L’impressione complessiva, che si ricava dalla vicenda delle nomine, è di una netta svolta conservatrice sotto le apparenze della continuità con il passato. Von der Leyen, per il momento, invia politicamente solo segnali deboli e confonde le acque; ma si profila ormai chiaramente che la prossima legislatura della Commissione europea sarà molto meno progressista, vista la sua composizione, di quanto non lo fosse la precedente. La presidente, con il suo operato poco trasparente e con la scelta di figure che sarebbe un eufemismo definire opinabili, ha fatto una falsa partenza, dalla quale è improbabile che il suo secondo mandato possa riprendersi.

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