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Putin alla riconquista di un impero

(Questo articolo è stato pubblicato l'8 marzo 2022) Potremmo definire la cosiddetta operazione militare speciale con cui Putin vuole cancellare l’Ucraina la più spietata strategia...
Rewerse Flow

Un partito del “reverse flow” per battere la destra?

Reverse flow: sembra questa la formula destinata a caratterizzare il prossimo dibattito post-elettorale e soprattutto a identificare la nuova natura del sistema produttivo nazionale rispetto all’evoluzione europea. Reverse flow, o “flusso inverso”, è il termine con il quale si identifica il processo che rovescia il condotto degli oleodotti. Come spiega in una recente intervista su “Repubblica” Michael Stoppard, vicepresidente di S&P, l’agenzia di analisi delle strategie degli approvvigionamenti energetici globali, “al momento le pipeline sono state concepite per trasportare gas e petrolio da nord a sud e da est a ovest, ma possono essere riprogrammate e invertire il ciclo”.

Questa opportunità renderebbe plausibile la strategia che era stata definita dal governo Draghi: costruire un’intelaiatura di alleanze e forniture capace di rendere il nostro Paese il nuovo hub di raccolta e smistamento dei flussi energetici dall’Italia verso i Paesi nordeuropei, emancipando l’intero continente dalla dipendenza dalla Russia. Una strategia dagli evidenti risvolti geopolitici che – fa intendere Stoppard – potrebbe non essere estranea alla decisione di far cadere l’esecutivo di Draghi, presa proprio dalle forze più vicine al Cremlino.

Catturati in rete: come si influenzano i risultati elettorali

Consultato dalla nuova rivista di geopolitica diretta da Dario Fabbri, “Domino”, Pierguido Iezzi – un manager digitale altamente accreditato nel settore della sicurezza informatica,...

Resistenza costituzionale per un’opposizione di governo

Abbiamo dinanzi elezioni che la sinistra non può vincere, ma può forse riuscire a perdere nel modo più indolore possibile, scomponendo le forze e mischiando bene le carte. Al voto del 25 settembre il centrosinistra si presenta pressoché nelle stesse condizioni del 2018, quando le forze di destra segnarono un indubbio risultato positivo, mitigato solo dall’eccezionale e irripetibile affermazione dei 5 Stelle, che comunque confluirono nel governo gialloverde con la Lega. Il Pd si trova dinanzi all’evidenza dell’inaccettabilità di un “campo largo”: sia per la divaricazione strategica, sia per la rottura fra le due forze che la caduta del governo Draghi ha comportato, e anche perché gli stessi grillini sembrano all’inizio di un processo centrifugo che sparpaglierà l’ex gruppo di maggioranza relativa lungo tutto l’arco politico.

Un’eventuale affermazione del partito di Letta, che contende alla Meloni la palma di prima formazione politica del Paese, non cambierebbe di molto il senso generale. Anzi, avrebbe il sapore beffardo di raccogliere voti che non potranno in alcun modo concorrere a una maggioranza di governo. Ammesso, infatti, che le forze del centrosinistra – Pd più cespugli vari che confluiranno nel “campo stretto” – possano arrivare al 25-28 %, persino con un exploit al 30, poco muterebbe circa il futuro inquilino di Palazzo Chigi.

Se la guerra diventa convivenza

Circa sessanta funzionari dei servizi di sicurezza ucraini sono rimasti nelle zone occupate dai russi. Solo la punta dell’iceberg di una realtà più complessa, in cui almeno seicento o settecento dipendenti di medio e alto livello dell’amministrazione di Kiev hanno deciso di non seguire le forze ucraine in ritirata. Più che di un tradimento, si tratta in molti casi di una semplice scelta di vita, da parte di famiglie che continuano ad abitare territori nei quali la convivenza con i russi non è certo un’eccezione. Ovviamente, dopo questi mesi di guerra, l’opzione di rimanere nelle aree occupate non può essere considerata, soprattutto da parte di dirigenti dei servizi di sicurezza, come una semplice decisione logistica. E infatti la conseguenza di queste scelte è che il presidente Zelensky ha fatto arrestare Ivan Bakanov, il capo dei servizi segreti ucraini, insieme con la procuratrice generale Iryna Venediktova, che paga anche per molti dei suoi collaboratori dell’amministrazione giudiziaria ancora residenti nelle regioni invase dalle truppe di Mosca.

Più che una guerra, quella in Ucraina sta diventando una convivenza combattuta. Da mesi, ormai, le due comunità – ucraina e russa – si trovano spalla a spalla nell’organizzare forme di condivisione del territorio. E questa promiscuità fra parenti – perché tali sono russi e ucraini – sta imbarazzando i vertici dei due Stati. Sono infatti davvero centinaia e centinaia i casi di cambio di fronte, o di semplice adattamento a una convivenza forzata.

Scalfari, il giornalista che faceva l’opinione

La scomparsa di Eugenio Scalfari – che giunge, non senza significato, insieme con quella di Angelo Guglielmi – testimonia dell’esaurirsi di una lunga stagione, iniziata con il dopoguerra, rinvigoritasi negli anni Sessanta-Settanta, e diventata egemone negli ultimi due decenni del secolo scorso, in cui i media facevano l’opinione e non ne erano strumento. Il messaggio di un medium o di una tecnologia – scrive Marshal McLuhan nel suo Gli strumenti del comunicare – “è nel mutamento di proporzioni, di ritmo e di schemi che introduce nei rapporti umani”.  Scalfari, come Guglielmi, è stato egli stesso medium o tecnologia, e non puramente interprete del giornalismo.

Il fondatore di “Repubblica” ha sapientemente tradotto in italiano la lezione di Walter Lippmann, per il quale il giornalismo è la fabbrica e non la vetrina dell’opinione pubblica. Dagli anni Cinquanta, lo scalfarismo è diventato la tecnologia per cui una testata – “Il Mondo” o “L’Espresso”, o infine Repubblica – produceva il suo pubblico, creando un’identità culturale ma soprattutto linguistica. I suoi giornali – più che partiti, come gli si rimproverava – erano comunità sociali che dialogavano con il sistema politico, da pari a pari. Esattamente come fu Rai Tre di Angelo Guglielmi, per un periodo più breve. In quel ruolo, Scalfari ebbe sempre l’accortezza di trovarsi un avversario, uno spauracchio, un nemico su cui far crescere la sua militanza civile: la Dc della “capitale corrotta nazione infetta”, del centrismo doroteo, poi l’ombra inquietante della “razza padrona” di Eugenio Cefis, ancora il craxismo arrembante degli anni Ottanta, e infine il berlusconismo contagioso degli ultimi decenni. Non si trattava di una controparte politica, ma di un altro modo di pensare e organizzare la società.

“Uber files”, quell’attività di lobbying in Europa

Il copione è quello ormai consueto: fuoriuscita di documenti da un data base, rivelazioni di nomi e relazioni compromettenti, autocritica dei responsabili, bonifica dei...

Il ritorno del virus. La sinistra e la battaglia per la...

I dati non lasciano dubbi: siamo dinanzi a una nuova ondata, la prima dall’inizio della pandemia che colpisce in piena estate, con esiti e dinamiche ancora imprevisti. Un anno fa avevamo un quarto dei contagiati di oggi, e le stime ci dicono che l’abbandono di ogni cautela, e soprattutto il crollo dei tamponi, non permettono di avere una visione realistica del fenomeno. Per Andrea Crisanti non ci sono dubbi: siamo all’inizio di una spirale che non potrà che peggiorare. L’estate, con la sua inevitabile promiscuità e il messaggio di un “liberi tutti” che ormai sta dilagando – dice il direttore della clinica di microbiologia dell’Università di Padova –, moltiplicherà geometricamente l’area del contagio.

La domanda che torna implacabile è la seguente: cosa abbiamo oggi, dopo più di due anni di vicissitudini con il virus, più del febbraio del 2020, quando iniziò l’epidemia? Al netto dei vaccini, peraltro ormai palesemente inadeguati e superati, dobbiamo rispondere niente. Non abbiamo una rete territoriale più robusta ed efficiente, non abbiamo una strategia ospedaliera più adeguata alle ondate dei ricoveri, non abbiamo una dotazione di letti di terapia intensiva che ci rassicuri. Ma soprattutto non abbiamo, e questa è la colpa imperdonabile, sistemi di controllo e misurazione del fenomeno che ci facciano reagire almeno con il minimo ritardo, se non proprio con quella capacità predittiva che ci siamo sempre detti essere indispensabile per ridurre l’area delle vittime.

Oltre il centro

Il ceto medio del mondo va a destra. E i diritti, senza conflitto sociale, sono sempre revocabili. Sembra questa la lezione che ci viene...

Autunno caldo ma senza termometro

Stupiscono le assonanze di clima e frenesia che collegano questa vigilia di estate a quella dei primi anni Sessanta, diciamo ’62 e ’63, per come ce l’ha ricordata il film Il Sorpasso che abbiamo rivisto in questi giorni per ricordare la scomparsa dell’attore Jean-Louis Trintignant. La corsa al mare, l’ansia di mondanità, la competizione nei consumi. Allora eravamo nel pieno del miracolo economico, con alle spalle la lunga stagione di ristrettezze della guerra. Oggi siamo nel terzo millennio, dopo aver attraversato crisi finanziarie, quale quella del 2008, agganciato riprese momentanee, per trovarci nel limbo di una pandemia che ha disorientato paralizzandolo il mondo, e per condurci poi all’inimmaginabile, fino a qualche mese fa, scenario di guerra, con missili e bombardieri nei cieli d’Europa. Un quadro distopico, che non riesce a frenare il sold out che da maggio campeggia in ogni località del Bel Paese. Da nord a sud, tutti in fila fra mare, montagna e città d’arte – invasi da turisti stranieri come non mai, e con battaglioni di italiani che prenotano fino a settembre.

Ovviamente, dopo i due anni di confinamenti e restrizioni non era imprevedibile questo scatto alla riapertura delle gabbie. Cosa che invece dovrebbe interrogarci è come mai questo “edonismo reaganiano” di massa – come avrebbe detto ai suoi tempi Renzo Arbore – non sia minimamente scalfito, se non diluito, dalle previsioni per il prossimo autunno. Il combinato disposto della guerra con un ancora tenace e minaccioso Covid non lascia spazio a molte illusioni. Già oggi, siamo alle soglie di un’emergenza energetica, con il taglio del 50% delle forniture di gas russo, mitigato solo parzialmente da una provvidenziale diversificazione nei rifornimenti grazie ad Algeria e Azerbaijan, mentre contemporaneamente si profila la massima approssimazione alla carestia cerealicola mai profilatasi in Europa negli ultimi due secoli. Il blocco dei porti ucraini, con l’azione di boicottaggio che i russi stanno conducendo nei confronti dei raccolti di grano e mais, fanno pensare che l’intera catena alimentare subirà un’impennata micidiale dei prezzi, che spingerà alla fame i Paesi più vulnerabili del Mediterraneo (e più in generale del continente africano), e nel vecchio continente permetterà esplosioni speculative sui prodotti più determinanti, come i mangimi per l’intera filiera degli allevamenti, e le farine per tutto il ciclo di pani e paste.