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Se il potere non è potenza

La rissa alla Casa Bianca e il bisogno di un “folle”

9 Giugno 2025 Michele Mezza  1078

Il silenzio del vicepresidente Vance, fino a oggi fido scudiero di Trump, nella rissa che sta sconvolgendo la Casa Bianca, fra il suo inquilino e l’avventizio Musk, legittima i fantasmi di un possibile golpe strisciante. Qualche osservatore si sta lanciando in un parallelismo tra l’attuale presidente, per la tecno-destra, e quello che è stato Biden per i democratici: una vera e propria palla al piede. Non si tratta di sceneggiature distopiche, tipiche della spettacolarizzazione della politica americana. Qualcosa di grosso sta accadendo nel cuore del capitalismo, e la sinistra – diciamo gli ultimi suoi rappresentanti, quelli ancora attaccati alla battaglia di prua del Titanic che affonda – dovrebbero tenerne conto.

“Il potere non è sempre potenza” – sosteneva il grande pensatore conservatore Raymond Aron. Il dualismo descritto da questo aforisma ci aiuta a fotografare l’attuale conflitto che separa i due dioscuri della tecno-destra, indotto dal disaccoppiamento fra potere pubblico e potenza privata. O meglio, fra potere democratico e potenza totalitaria, pubblica o privata che sia. Lo Stato non è più il comitato d’affari della borghesia, ma un impaccio per la frenesia di un mercato automatico, che si sente limitato e controllato da qualsiasi spazio pubblico. Persino uno Stato come quello americano, istintivamente affiatato con il potere economico, oggi è percepito, dalle nuove forme del capitalismo tecnologico, come una coercizione solo per il fatto di esistere, anzi una dittatura, come dice il prode Vance.

Gli stracci che volano alla Casa Bianca offrono una esemplificazione dell’intuizione di Aron. Il potere del big State, pur nelle versioni ridotte e funzionali alla destra sovranista, non contempla la potenza pervasiva e omologante del big tech, nemmeno quando le due forze sembrano convergere in una comunione di interessi. Trump e Musk vogliono cancellare la Rivoluzione francese, e collegare quella americana alla pace di Vestfalia, che concluse la guerra dei Trent’anni, dopo la quale si comandava per diritto divino e per una generica volontà della nazione. Calcolata, ma certo non elettoralmente misurata. Solo che il presidente punta a un totalitarismo del presidente, a una visione proprietaria del sistema istituzionale in chiave nazionalista; mentre il miliardario sudafricano vuole una globalizzazione automatica, guidata dagli algoritmi, dai suoi propri algoritmi.

Con la velocità ormai tipica della società digitale, che in poche settimane brucia scenari e tendenze che sembravano di lungo respiro, siamo a una nuova torsione del capitalismo della sorveglianza. Banalmente potremmo riassumere la tempesta di Washington con la domanda: chi sorveglia?

Chi dei due assume la leadership nello scontro, da loro stessi congiuntamente eccitato, per conquistare il primato sulla democrazia? Il Dipartimento di Stato americano (ne parlava su “Repubblica” Ezio Mauro) ha diffuso un manifesto dei nuovi reazionari totalitari, che mette nel mirino proprio la democrazia rappresentativa europea, esattamente come aveva fatto Vance nel suo viaggio in Europa qualche mese fa. Niente lacci e lacciuoli che limitino la pervasività delle neurotecnologie, niente inclusione sociale, niente meticciato culturale, niente tolleranza. È questo lo scenario che sta restringendo l’Atlantico in un’unica piattaforma sociopolitica, dove il conflitto sociale è sostituito – come spiegava lucidamente, già venticinque anni fa, Zygmunt Bauman – da una lotta individuale per essere “singolarmente riconosciuti”. La lotta di classe è l’ambizione di arricchirsi, uno per uno.

Se si rompe, a destra, persino la mutua convergenza fra poteri e potenza, si apre un gorgo in cui si rimette in discussione ogni equilibrio acquisito. Si pongono in discussione due secoli di conquiste sociali, e si espone ogni individuo – da Washington a Parigi, da Gaza a Kiev, da Buenos Aires a Roma – al neodarwinismo digitale. È un passaggio che dovrebbe sollecitare nelle forze di sinistra una riflessione di sistema, che faccia giustizia di ogni gradualismo e pigrizia ideologica, affrontando, una volta per tutte, la radice di questo inedito scontro di classe che sembra trapassare, e del tutto ignorare, ogni variabile che possa suonare come alternativa alla dialettica fra sovranisti e anarco-tecnologi.

Nel suo saggio Tecnopolitica, che recita nell’esemplare sottotitolo Come la tecnologia ci rende soldati, Asma Mhalla, una originale giovane figura di ricercatrice, che pendola fra le due coste atlantiche, del tutto estranea a ogni tradizione della sinistra europea, nella sua meticolosa e molecolare analisi di questa insorgente dinamica politica, riscopre l’utilità di un certo Karl Marx nella sua ancora fulgida funzione di sociologo dello sviluppo capitalistico e carpentiere degli attrezzi utili a intervenire nei suoi meccanismi sociali. In particolare, l’autrice spiega che “se eliminiamo da Marx il ‘senso della storia’ anticapitalista e la teoria rivoluzionaria, possiamo sempre mantenere la coppia concettuale che sta alla base del suo pensiero ‘struttura-sovrastruttura’, formalizzato nel 1859 in Per la critica dell’economia politica”. E aggiunge che per Marx “l’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base (infrastrutturale) sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica alla quale corrispondono determinate forme di coscienza sociale”. Una vera lezione, in pochi caratteri, a una sinistra che, per vaccinarsi da una supposta sbornia materialista troppo meccanica, si è rifugiata nell’empireo idealista, in cui i rapporti di produzione erano la conseguenza e non la causa delle visioni culturali. Un’opzione la cui proiezione politica è stata quella opportunistica e strumentale concezione dell’“autonomia del politico”, che ha portato a disarmare il campo del conflitto sociale proprio quando la società stava prevalendo sulle istituzioni. Mentre proprio questa relazione produzione-politica-ideologica, etichettata come vecchia e superata, oggi consente, nel cambio radicale di ogni parametro produttivo, di ridisegnare una nuova mappa sociale, dove distinguere interessi, ambizioni e egemonie culturali all’ombra di un processo di ristrutturazione industriale totalizzante.

Il duello fra poteri di ceto politico e potenza di tecniche neurali apre alla sinistra il tema di un conflitto che contesti sia la proprietà di entità quali dati e algoritmi, che persino il precedente presidente americano aveva definiti “beni comuni”, sia le modalità di gestione delle nuove intelligenze artificiali. Si tratta di contrapporre alla tecno-destra una sorta di operaismo informatico (vedi qui), in cui si individuino ceti e interessi sociali che siano una reale controparte del capitale informatico, al fine di imbastire una negoziazione reale.

L’attacco alla democrazia che viene da Ovest, con le due opzioni di Trump e Musk, e da Est, con il sovranismo asiatico di Putin e di Xi Ji Ping, può essere fronteggiato da un’Europa che apra radicalmente la porta a una revisione strutturale di processi tecnologici ed economici che non possono più ignorare la questione di una ridistribuzione di potere e non solo di reddito fra i ceti produttivi contemporanei. Mentre alcuni romantici sono alla ricerca di un centro moderato, in cui far riposare le proprie antiche ideologie riformatrici, si annuncia una stagione di contesa frontale sulle modalità di conquista e gestione del potere. A chi ritiene folle questa visione, maturata dopo cinquant’anni di sconfitte di ogni gradualismo, rispondiamo con George Bernard Shaw che, nel suo Santa Giovanna, scriveva: “In fondo è di un folle che abbiamo bisogno, visto dove ci hanno condotto i nostri saggi”.

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