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Un’Europa autonoma al tempo della guerra ibrida

Da un articolo dell’economista Lucrezia Reichlin, le indicazioni riguardanti gli effetti di una spesa pubblica sulla difesa, purché orientata all’indipendenza dell’Unione

10 Marzo 2025 Michele Mezza  1385

Nei suoi scritti sul quotidiano socialista “Avanti!”, e sul settimanale “Il grido del popolo”, un giovanissimo Antonio Gramsci, appena arrivato nella Torino dilaniata dallo scontro fra interventisti e neutralisti alla vigilia della Prima guerra mondiale, si concentra, più che sul gioco dei nazionalismi e sulle rivendicazioni territoriali, sull’infrastruttura sociale che dovrebbe sorreggere lo scontro bellico, mappando le forze e gli interessi che dalle retrovie orientano e determinano il corso degli eventi. Uno sforzo che dovremmo cercare di fare anche noi in questo ennesimo confronto su “pace e guerra”, o “burro e cannoni”, per usare un vecchio slogan di una stagione primordiale, che, come nei casi precedenti, sta lacerando quello che rimane della sinistra politica e culturale.

Sul “Corriere della sera” di sabato 8 marzo, Lucrezia Reichlin, una delle economiste progressiste più accreditate in Europa, ha documentato, dati alla mano, l’impatto che una spesa pubblica oculata nella difesa produrrebbe sull’intero supply chain economico, e soprattutto sul profilo di autonomia e indipendenza dell’Unione europea rispetto al ricatto brutalmente annunciato dal nuovo inquilino della Casa Bianca.

In sostanza – ed è questo il tema di un confronto che a sinistra si camuffa ancora da generico pacifismo o retorico europeismo – si tratta di capire se l’Europa debba uscire dal cono d’ombra in cui la strana coppia Trump-Putin la vuole confinare. Se si rimane sotto l’ombrello di Musk, riguardo ai collegamenti satellitari, di Google per le capacità di raccolta e analisi dei dati, di Amazon per la memoria e i data server, ogni richiesta di politica autonoma è una pura petizione di principio che rafforza la nostra dipendenza. Innanzitutto – precisa Reichlin – si tratterebbe di concepire e concertare una tale straordinaria iniziativa – i famosi, quanto mitologici ottocento miliardi, che in realtà sono semplici spostamenti di stanziamenti già decisi – in chiave realmente comunitaria, come chiede Elly Schlein, e non considerarli semplici debiti tollerati per ogni singolo Paese dell’Unione.

Successivamente, bisogna rendersi conto che la spesa nella difesa è composta di tre grandi voci: ricerca, sviluppo, produzione. Le prime due, ricerca e sviluppo, sono sempre state il motore dell’irrobustimento industriale nel secolo scorso. Ci siamo illusi di non essere un prolungamento del complesso militare-industriale statunitense solo perché non eravamo una potenza nucleare, ma gran parte dei sistemi che hanno permesso agli apparati produttivi europei di svilupparsi, dal dopoguerra a oggi, sono stati sostenuti con la spesa per la ricerca militare, dall’aeronautica ai sistemi di automazione industriale, alle tecniche di analisi e diffusione delle comunicazioni nel marketing, come documentano i risultati di una ricerca della London School of Economics, citata dall’economista italiana.

Oggi siamo a un ulteriore salto di qualità: l’evoluzione digitale della guerra – le forme e le procedure di combattimento, le modalità di supporto e preparazione dei conflitti – ha unificato le tecnologie belliche con quelle civili. Nel mio ultimo libro, Connessi a morte (Donzelli editore), è documentata proprio la struttura della nuova logistica militare, basata su capacità di calcolo, integrazione con sistemi satellitari a bassa quota, software di profilazione di grandi moltitudini di cittadini, apparati di visione e riconoscimento artificiale, droni e sistemi di guida a distanza, con l’inevitabile corredo di microchip e calcolatori ad altissima capacità computazionale. Sono oggi queste le tecnologie che assicurano una piena sovranità politica. L’Europa, pur avendo le competenze e le abilità necessarie, non ha il modello industriale di sviluppo e diffusione. E soprattutto non ha la volontà politica. Quello che manca oggi, paradossalmente, è proprio una visione politica, ancora meglio, un partito che possa declinare insieme autonomia ed eguaglianza, democrazia e sviluppo. Avendo chiaro che ormai l’alternativa alla guerra, intesa come combattimento, non è più uno stato di pace e di collaborazione globale, ma un regime di guerra ibrida, dove sono ormai permanenti e ineliminabili gli attacchi alle certezze di quella inestimabile materia prima della società digitale, cioè l’informazione e la sicurezza, nel poter contare su un proprio senso comune, su una propria opinione pubblica, non minacciata da interferenze e manipolazioni che mirano a sobillare intere comunità e territori.

Dunque, la partita che si sta giocando in Ucraina è proprio sulla costituzione di un protagonismo autonomo dell’Europa, al riparo di ogni servitù tecnologica con gli Stati Uniti e militare con Mosca, capace di intrecciare lo sviluppo tecnologico con una strategia di diffusione sociale dei benefici e degli indotti di questa produzione di saperi e di infrastrutture intelligenti.

L’alternativa, quella di sostituire la propria capacità di deterrenza tecnologica sulla scena internazionale con una missione diplomatica, la stiamo vedendo in queste ore: mentre gli americani sospendono ogni sostegno di intelligence a Kiev, e il potentato privato di Musk riduce la copertura satellitare delle truppe ucraine, non abbiamo sotto gli occhi una maggiore disponibilità alla trattativa, ma uno sfondamento sui fronti di Kusk e del Donbass da parte delle armate russe, che non trovano più opposizione nella resistenza ucraina. Sarebbe terribile trovarsi a constatare, dopo un’ennesima battaglia ideologica, peraltro senza partiti ma solo con opinionisti in libera uscita, che l’Europa non va avanti, che i singoli Paesi del continente rimangono subalterni a Washington, mentre Mosca, memore della lezione impartita sui campi di battaglia, secondo quanto recitava la nota massima di Tacito, riferita al terrore romano in Britannia, fanno un deserto e lo chiamano pace.

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TagsEuropa guerra Ucraina Lucrezia Reichlin Michele Mezza spese militari

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