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E se riparlassimo di opposizione?

3 Aprile 2025 Michele Mezza  1047

C’è un filo rosso che lega il terzo mandato reclamato a gran voce da alcuni governatori regionali italiani – da De Luca in Campania a Zaia in Veneto – con quello che truffaldinamente sta cercando di assicurarsi il presidente Trump. Siamo infatti in presenza di una sorta di andreottismo di ritorno, cioè di applicazione di quel cinico e arrogante principio teorizzato da Giulio Andreotti per cui “il potere logora chi non ce l’ha”. Un principio che, nel secolo passato, quando fu espresso dal maggiore dirigente democristiano, coglieva solo parzialmente la realtà del Paese. La Democrazia cristiana, per governare per più di quarant’anni ininterrottamente, in presenza del maggior Partito comunista dell’Occidente, dovette costantemente mutare la forma e i contenuti del suo potere, entrando in un logorante contrasto con l’opposizione di sinistra, che ne condizionò in profondità il modo di governare, costringendo la maggioranza moderata a continui compromessi con la sinistra.

Oggi, invece, a unire Trump a De Luca o a Zaia è l’assenza completa di ogni vincolo di forze di opposizione, che, una volta perse le elezioni, scompaiono dal campo politico, lasciando ai vincitori mano libera nella trasformazione del proprio mandato elettorale in un regime, se non altro momentaneo. In maniera indifferente, sia a destra sia a sinistra. Infatti, a livello locale, l’intero mosaico di Regioni e Comuni del nostro Paese tende a uniformarsi secondo questo principio; e vediamo come, nella maggioranza delle comunità, si determinino delle vere e proprie signorie, non solo delle occasionali maggioranze, che durano per tutta la legislatura e oltre. Non mancano certo passi falsi, a volte veri e propri scandali, con inevitabili irruzioni della magistratura; ma, a meno di azioni clamorose, come pure ci sono state, difficilmente il quadro è muta.

Il caso più recente è esemplare: in Liguria, dove pure il presidente uscente era stato inquisito, e anche detenuto per quanto ai domiciliari, la precedente maggioranza è stata riconfermata. Un fatto che dice quanto la continuità prevalga sull’indignazione. Stessa cosa sul fronte opposto, in regioni come la Campania o la Puglia, dove il ripetersi di contestazioni, sia giudiziarie sia amministrative, non impediscono ai “governatori” di regnare imperterriti, anzi di reclamare uno sfondamento delle regole con un ulteriore mandato. E ancora, in Lombardia o in Veneto, dobbiamo ricordare come persino il trauma della pandemia, con lo stillicidio di migliaia di vittime, non abbia scalfito le dirigenze imperanti.

Nei Comuni si riproducono queste signorie senza contrasto. Sono pochi i casi in cui la contesa elettorale si prolunga in una dialettica istituzionale, o, ancora più raro, in un attrito politico-sociale sul territorio. Neanche i casi più clamorosi di inadeguatezza, persino personale, riscontrabili in diverse realtà, fanno eccezione. Senza che si proponga un’opposizione che prefiguri una reale alternativa, aggregando interessi e rappresentanze di bisogni estesi, nessuna leadership politica si esaurisce da sé. Il nodo è appunto questo: come fare politica oggi, stando sul territorio, innestando conflitti e movimenti organizzati, e non solo appellandosi a fiammate di indignazione. Senza un modello di partito che declini la rappresentanza con le decisioni, la continuità corruttrice di chi può smerciare la propria micro-discrezionalità amministrativa, diciamo così, prevale anche sui ceti e le componenti sociali più ambiziose, come vediamo nelle aree più competitive del Paese. Le uniche eccezioni, paradossalmente, sono le (ex) Regioni rosse, dove, proprio una lunga tradizione di autorganizzazione sociale, e di tensione permanente fra istituzioni e movimenti, ha formato circuiti e culture conflittuali reali, oggi però attivate da destre più spregiudicate, come in Toscana, oppure riattivate da sinistre che, sconfitte una prima volta, sono rimaste in campo e hanno rovesciato il rapporto di forza.

Lo scenario nazionale non è da meno: il governo governa fino a che i soci dell’impresa (tale si può considerare la maggioranza che si aggrega di volta in volta) ritengono utile stare insieme per la prossima elezione. Negli ultimi vent’anni, forse, le uniche due anomalie sono stati gli esecutivi Monti e Draghi. Non a caso due tecnici, che si sono trovati a fronteggiare una politica di lacrime e sangue senza partiti al loro fianco. Due casi clamorosi, in cui è apparso evidente come – senza essere armati da forze politiche che possano disegnare alleanze e programmi tali da connettere i consensi popolari con l’adesione di élite – non sia possibile nessuna candidatura credibile al vertice del Paese.

Da questo punto di vista, ancora più esplicito, risulta quanto sta avvenendo negli Stati Uniti. Mentre Trump infuria, inanellando una gaffe dietro l’altra, con clamorose dichiarazioni, che solo fino a qualche anno fa avrebbero probabilmente causato un impeachment a furore di popolo, il Partito democratico, che comunque ha tenuto il campo dignitosamente, perdendo per meno di due punti in percentuale nelle presidenziali dello scorso novembre e rimanendo a un’incollatura nei due rami del Congresso, non trova né il modo né le facce per contestare il dominio della sgangherata compagnia trumpiana. Un’assenza, questa, che incoraggia la bulimia di potere del presidente che sta procedendo nella sua marcia verso il regime, scardinando, una dietro l’altra, ogni casamatta del bilanciamento dei poteri che la Costituzione americana prevede. Una marcia che, dopo avere sbriciolato ogni regola e consuetudine istituzionale, ingaggiando, al grido di “cancelliamo il deep State”, un conflitto con gli apparati più sensibili del sistema – come il Pentagono, i servizi di sicurezza, le autorità monetarie, la magistratura –, oggi mette nel mirino, senza ritegno, i corpi sociali più rilevanti: le accademie universitarie o i potenti studi legali, dopo avere omologato quello che si riteneva un impero inattaccabile, ovvero il complesso della Silicon Valley.

Per ciascuna di queste trasgressioni politiche, Trump non sembra al momento pagare alcun costo né in termini di consenso né di sostegni da parte dei cosiddetti poteri forti, tutti in fila a baciare la pantofola del tycoon. Ogni volta che è stato attaccato un ganglio della catena della governance reale, da parte del partito del presidente, si è assistito sempre alla solita scena: un momento di silenzio e riflessione da parte del bersaglio dell’attacco, che, trovandosi assolutamente solo, senza alcuna forza a supporto, decide sfacciatamente di allinearsi alla volontà del capo. Il Partito democratico appare annichilito, paralizzato dalla propria impotenza, privo di leadership e di progetti. La sua potente rete di connessioni con le più determinanti élite della superpotenza statunitense è in sfacelo, con una ritirata in ordine sparso dei suoi maggiori rappresentanti, tra cui persino il governatore della California – da sempre il presidente ombra durante le amministrazioni repubblicane – che cerca oggi agganci sui temi identitari del libertarismo di quello Stato simbolo. Sembra mancare ogni idea di opposizione, ogni dimestichezza con la postura politica che va assunta dalla controparte di chi comanda. Come se la sfrontatezza del presidente fosse talmente audace da sorprendere, se non spiazzare, gli oppositori.

In realtà, la partita che si sta giocando, al di là delle forme rozze e apparentemente improvvisate, sia in Italia sia negli Stati uniti, riguarda un aspetto fondamentale del sistema sociale che contraddistingue l’Occidente, ossia la relazione fra mercato e democrazia. E, all’interno di questa evoluzione, il modo in cui la sinistra si pone – rispetto alla nuova mappa socio-economica che la trasformazione tecnologica sta plasmando – con l’individuazione di una missione strategica, di una base sociale, di valori identitari. Dopo due secoli in cui si è affinato il rapporto fra un mercato che ha addomesticato la democrazia – rendendola funzionale al suo sviluppo, riservando soluzioni autoritarie per  specifiche fasi estreme, in cui il conflitto sociale arrivava a minacciare l’egemonia delle forze capitaliste, com’è accaduto, negli anni Venti, nel cuore dell’Europa, oppure, nel secondo dopoguerra, con la decolonizzazione, nelle aree periferiche come l’Asia e l’America latina –, oggi assistiamo a un cambio di fase del sistema di accumulazione, che sembra non avere più bisogno di una copertura formale da parte di un modello istituzionale liberale. Mai come ora sarebbe necessaria una lucida applicazione del materialismo storico, per decifrare i passaggi che ci hanno condotto a questo approdo. Il carattere globale di questi dovrebbe farci concentrare sugli effetti di quella grande trasformazione che è strato il passaggio da un’economia manifatturiera a una virtuale.

Il fordismo, in cui si era radicato, mediante il conflitto sociale, il patto fra capitale e lavoro, era un modello in cui i princìpi di autorità erano connaturati alla pratica quotidiana del lavoro: la fabbrica assolveva la funzione di un ordinatore sociale che, pur autorizzando quel patto fra produttori che mitigava il dominio dei proprietari, imponeva comunque limiti strutturali a ogni ambizione “rivoluzionaria”. La lotta sociale era un fattore di sviluppo del modello. Lo Stato, come spazio pubblico, era il secondo regolatore del patto sociale dei produttori, e i partiti ne erano l’ossatura, organizzando e canalizzando la domanda dal basso. La politica procedeva con un andamento bottom up: dal basso si selezionavano le rappresentanze, che poi trovavano gli equilibri di governo. Il confronto fra maggioranza e minoranza viveva proprio in questa contesa della rappresentatività sociale, e l’alternanza, almeno a livello locale, era il segno di maturazione di diverse dislocazioni dei ceti sociali.

Oggi siamo in uno scenario rovesciato: le imprese sono snodi di una rete biologica, che tocca i comportamenti primari di ognuno di noi e hanno un’influenza che travalica le stesse amministrazioni pubbliche. Ma sono imprese che gestiscono attività e potenze fortemente decentrate: è la logica stessa di evoluzione tecnologica che richiede una profonda complicità sociale, sia nell’accreditamento sia nell’arricchimento dei meccanismi generativi, per ottimizzare il ciclo produttivo. Questa spinta al decentramento sociale viene controllata e limitata dalla proprietà, con la centralizzazione del dominio psico-economico, attraverso monopoli che erogano i servizi innovativi. La democrazia diventa un impaccio, si mira allo Stato minimo e a una postdemocrazia, senza attrito e senza contrasti. Fissa questa scelta Miguel Benasayag, nel suo saggio Cinque lezioni di complessità (Fondazione Feltrinelli, 2020), scritto con Teodoro Cohen: “Nella postdemocrazia in cui viviamo le esistenze sono funzionamenti, gli individui soltanto profili, la politica gestione”.

Immersi in questa bolla, dove si compete ma non si confligge, si verifica quel distacco dei corpi sociali da ogni forma di politica organizzata, che a sua volta ripropone al suo interno l’assideramento di ogni dialettica fra base e vertice, fra tendenze diverse. Già Gramsci del resto annunciava una tale regressione:

“A un certo punto della loro vita storica i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma organizzativa, con quei determinati uomini che li costituiscono, li rappresentano e li dirigono non sono più riconosciuti come loro espressione dalla loro classe o frazione di classe. Quando queste crisi si verificano, la situazione immediata diventa delicata e pericolosa, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure rappresentate dagli uomini provvidenziali e carismatici. […] Si parla di ‘crisi di autorità’ e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso”.

In sostanza, nella fabbrica verticale il conflitto era un elemento di elasticità del sistema, nella società a rete, per il suo carattere “liquido”, il capitale cerca controllo disciplinare, e limita ogni spazio di dialettica sociale. Per ricostruire un protagonismo politico, sostenuto da movimenti di negoziazione produttiva, bisogna intervenire proprio sulla contraddizione tecnologia/proprietà, diventando soggetto negoziale dei processi, a partire dalle nuove forme di intelligenza artificiale e di automazione della governance sia pubblica sia privata.

Se non si affronta questo nodo, aggredendo proprio la compatibilità del sistema nel suo punto più alto, senza accucciarsi negli anfratti assistenziali per avere una copertura popolare, che non verrebbe, dato che i consensi dei ceti più marginali sono oggi stabilmente catturati dalla nuova tecno-destra populista, non riusciremo a contrastare le signorie dei proprietari digitali. Come diceva un osservatore del quadro politico americano, se non cambiamo il modo di fare, andremo dove stiamo andando.

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