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Tag: Agostino Petrillo

Calma piatta a Genova

A Genova le giornate afose si chiamano, con termine di incerta origine, “macaia”. È quando spira lo scirocco, il cielo è coperto e il...

Le lotte nella logistica sotto accusa

La logistica è divenuta da tempo uno degli snodi essenziali del capitalismo contemporaneo. Se n’è spesso parlato come del settore “unificante”, come della “intelligenza...

Una rivoluzione nei trasporti pubblici?

Nell’arroventata estate europea, tra incendi, temperature record e fuochi bellici, lo spettro di una gigantesca crisi energetica smuove idee e progetti, avanzati da tempo...

La crisi energetica in Germania tra economia e politica

La pietra dello scandalo sarebbe una gigantesca turbina Siemens, a lungo rimasta in Canada per una complessa riparazione, ma necessaria, secondo i russi, per...

Germania: scoppia la polemica sui motori a combustione

Una polemica arroventata ha nelle ultime settimane scosso la coalizione “semaforo” al governo della Germania. Tutto è nato dal leader liberale, Christian Lindner, anche...

Genova, i dolori del sindaco Bucci

Da poco trionfalmente rieletto al primo turno, il sindaco di Genova, Marco Bucci, ha trovato alcuni ostacoli imprevisti ad attenderlo già nelle prime settimane...

Il triste compleanno della Linke

Da tempo in crisi sotto il profilo elettorale, con un vero e proprio crollo dei suffragi, il partito della sinistra radicale tedesca, che ha...

Spettrografie politiche nell’Italia dei poveri

Con l’avvicinarsi della scadenza elettorale del prossimo anno, la corsa al centro si è fatta più frenetica tra i partiti, coinvolgendo non solo quelli vecchi, ma anche – come notava Rino Genovese in un suo recente editoriale – i nuovi “cespugli” e varie neonate formazioni politiche. Tutti sgomitano per raggiungere l’agognata collocazione di mezzo: se volessimo usare una metafora scientifica e leggere lo “spettro” delle posizioni che si disegnano, risulterebbe evidente un addensamento dei partiti verso le zone centrali, con uno slittamento che li porta a convergere da destra e da sinistra. Predomina, nel dibattito politico, una sorta di ansia centripeta che rende quasi indistinguibili le sfumature dei programmi e difficile cogliere il succo della differenza tra gli uni e gli altri aspiranti centristi. A volte, è difficile anche per i portavoce di alcune micro-frazioni esprimere con chiarezza cosa le caratterizzi rispetto ad altre, giustificare le prese di posizione, le separazioni e le distanze tra i gruppi, se non ricorrendo a una retorica di frasi fatte prêt-à-porter, buone per tutte le stagioni.

La ragione è arcinota: una common wisdom politichese, unanimemente condivisa, fino al fanatismo, ammonisce infatti che “le elezioni si vincono al centro”. In realtà, a voler essere pignoli, questo assioma intoccabile poteva forse essere vero in passato, certo in maniera non assoluta, e con alcune importanti riserve. Le analisi classiche dei sistemi welfariani ci dicono, infatti, che le società keynesiane erano organizzate secondo un modello centro-periferia, che vedeva collocata al centro la popolazione attiva, e in condizione variamente periferica i giovani, le casalinghe, i vecchi, i gruppi marginali. Potremmo quindi supporre – sia pure nei ristretti limiti entro cui questo tipo di correlazioni è valido – che l’esistenza di uno zoccolo duro di occupati fosse uno dei motivi della corsa elettorale alle posizioni politiche collocate al centro, cui chi aveva un lavoro stabile faceva riferimento in linea di massima. Anche quando gli schieramenti politici erano in apparenza lontani, la loro bussola e punto di equilibrio era sempre questo “centro” di occupati. In Italia, la composizione sociale dell’elettorato di Dc e Pci rimase a lungo abbastanza simile. Nel giro di alcuni decenni, però, questo orizzonte è tramontato, e gliene è succeduto uno completamente mutato.

Incontri sulla via di Königsberg: la guerra secondo i filosofi

Strano pensare che la sonnacchiosa, provinciale cittadina della Prussia orientale, in cui secondo la leggenda Immanuel Kant scandiva il ritmo delle giornate con le...

Genova, l’inutile tornata elettorale

Rapida e indolore, quasi non ci fosse neanche stata, la campagna elettorale a Genova si era chiusa la scorsa settimana con una certezza: la rielezione del sindaco uscente, Marco Bucci. La conferma venuta poi dalle urne non ha aggiunto molto a un quadro politico statico, in buona parte già delineato, in cui ha giocato come componente decisiva la ricostruzione del ponte Morandi, abilmente capitalizzata dal primo cittadino – a lungo incensato a livello locale, come a livello nazionale – per avere messo in opera il mai chiaramente definito “modello Genova”.

Bucci, vestendo ancora una volta per l’occasione i panni del “grande costruttore”, nelle prime dichiarazioni rilasciate a caldo ha celebrato il successo, mettendo l’accento sul suo ambizioso programma. L’intento sarebbe “trasformare Genova in una grande metropoli internazionale”, principalmente attraverso un sistema di grandi opere, da quelle molto discusse, che dovrebbero interessare la diga foranea e il porto, fino al rinnovamento delle infrastrutture cittadine, del sistema dei trasporti e a non meglio individuati interventi di “manutenzione” della città, per cui dovrebbe essere disponibile quasi un miliardo di euro. Una vertiginosa bulimia del “fare”, dunque, ossessivamente riproposta negli interventi pubblici degli ultimi mesi, che è stata premiata con oltre il 55% dei consensi.